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CRISTIANO RONALDO. INTERVISTA A FABRIZIO GABRIELLI

La prima domanda non può non essere: “Perché Cristiano Ronaldo?” Non ha la storia del buono per eccellenza né i misteri del cattivo. È un personaggio dis-epico, da cui è quasi impossibile strizzare narrativa già bella e fatta. Hai voluto osare?


Non mi sono ancora fatto un’opinione precisa, e lucida forse, sui meccanismi che mi si innescano in testa ogni volta che scelgo cosa scrivere. Né ho mai pensato di analizzarli, a essere del tutto sincero. Vorrei poter dire che è un po’ come con i soggetti dei romanzi, che ci sono storie che ti si appiccicano alle sinapsi come insetti alla carta moschicida, e in un certo senso è davvero così che va, il più delle volte. Ovviamente non è stato così con Cristiano Ronaldo, probabilmente la storia su cui ho titubato più a lungo, e non mi vergogno a dirlo, su cui mi sono incastrato dubitando non tanto della volontà, ma della capacità di raccontarla, o di saperlo fare in una maniera diversa, in qualche modo nuova, in qualche modo mia. Credo che una delle risposte più fondanti alla domanda del perché la scelta sia ricaduta proprio su di lui, in definitiva, sia celata nella tua declinazione della domanda stessa: Cristiano Ronaldo non è un buono par excellence, ma neppure un villain. E neppure si situa nel mezzo: piuttosto, oscilla. Non sono massimamente affascinanti questi personaggi mai davvero definitivi, con i quali facciamo fatica a capire se voler stare dalla loro parte, o contro di loro? Ma a questo stadio di consapevolezza credo di essere arrivato successivamente, quando mi sono trovato nel mezzo di una tensione che intuivo, ma non immaginavo potesse essere così complessa. Non sono sicuro che osare sia un termine del tutto calzante, ma la componente di sfida è sicuramente stata preponderante. Scrivere di CR per me significava uscire da una zona di comfort, perché mi trovo sempre molto a mio agio quando scelgo di raccontare storie sudamericane, di figli di dèi calcistici minori, e uscire dalla propria zona di comfort, me ne rendo conto solo a posteriori, in effetti è il più ronaldiano degli scenari. In più, ma non necessariamente soprattutto, ho deciso di accettare questa sfida perché mi sembrava mancasse, su Cristiano Ronaldo, un’analisi composita, che trascendesse tanto l’apologia quanto lo strale. Forse il punto più interessante dell’epica ronaldiana, in fin dei conti, è proprio l’antiepicità. Mi sembrava un ottimo punto di partenza, di per sé.

Mi piace molto l’idea di una voce nel libro che parla a Cristiano, forse lui stesso che riflette sulle sue vicende. Quella voce è la voglia di farcela, perché senza quella forza oggi non sarebbe lì sopra. Perché hai scelto di inframezzare il saggio con queste fasi autoriflessive del personaggio?

Gli intermezzi in seconda persona sono scaturiti in maniera davvero naturale, anche se potrà sembrare una banalità dirlo, da subito, cioè da quando ho scritto le primissime pagine, che chiaramente, come spesso capita, non sono le prime del libro. Non mi è sembrato, inizialmente, uno stratagemma troppo pieno di significato: semplicemente funzionava, da un punto di vista narrativo. Ricreava un’atmosfera di intimità, di empatia, con il lettore immaginario che ho sempre seduto di fronte, quando scrivo. Poi, come il sorriso di una ragazza che incrociamo in metropolitana, casualmente, con il passare del tempo, e delle frequentazioni, ha assunto sfumature diverse, sempre più semanticamente rilevanti. Finché non è diventata un’ossessione. Non l’ho mai pensata, a essere sincero, come una voce autoriflessiva: quella, nella mia testa, è sempre stata la mia voce, la mia personalissima maniera di rivolgermi a lui, o forse alla proiezione di lui che m’albergava in testa, all’ossessione – appunto – della quale ero finito prigioniero, che mi piacesse o meno. A qualcuno potrà sembrare irriverente, dare del tu a qualcuno che non si conosce, o dal quale non si è conosciuti. A me, invece, dà l’impressione di essere la forma più genuina, naif se vuoi, più spoglia di sovrastrutture che si può scegliere quando ci si rapporta con qualcuno di maestoso. Non ho mai sentito nessuno dare del Lei a Dio, in fin dei conti.

Per te, da un punto di vista mentale come e perché si è evoluta la parabola ronaldiana, dal roccocò dei primi anni al neoclassicismo di oggi?

Non sono certo di ricordare bene, ma mi pare che sia stato Gurdjieff ad aver detto che l’evoluzione non è che la presa di coscienza di potenzialità e strumenti capaci di cambiare uno stato di cose che abbiamo voglia di cambiare. L’evoluzione è inevitabile, a prescindere, in ognuno di noi, e in Cristiano Ronaldo, se c’è qualcosa che mi pare sia stato chiaro fin da subito, da quando era un ragazzino nelle giovanili dello Sporting, è che man mano che ha preso coscienza delle sue abilità, delle sue potenzialità, non ha mai neppure minimamente pensato a non metterle alla prova, potenziarle, sfruttarle appieno. La rivoluzione darwiniana tascabile di Cristiano Ronaldo ha una sua prepotente logica, e se ci pensi bene anche una divisione in tappe fin troppo prevedibile: i barocchismi di gioventù, la maturità quasi brutalista, una specie di Nirvana neoclassico. Se poi trasciniamo la domanda su lidi meno esposti, cioè per esempio sul dove abbia trovato gli stimoli per evolvere, per ridefinirsi, per metamorfizzare la percezione del suo ruolo nel mondo, e nel nostro immaginario, ecco che non mi sentirei di perpetuare il cliché trito dell’automotivazione. Credo che l’evoluzione della parabola ronaldiana segua, in qualche modo, e risenta, e abbia cavalcato, e sia sempre molto attenta ad assecondare il moto di contingenze, incroci, paralleli. L’evoluzione di Cristiano Ronaldo, in qualche senso un po’ mesmerizzante, è anche l’evoluzione del nostro modo di guardare Cristiano Ronaldo. E della sua capacità di definire, o ridefinire, il contesto che lo circonda.

Ad un certo punto accenni alle possibili difficoltà che il rapporto Sarri-Cristiano Ronaldo potrebbe avere. CR7 ha sempre poco apprezzato gli allenatori da scrivania, coloro che hanno studiato calcio e non giocato ad alti livelli (Benitez, come scrivi, era spregiatamente chiamato “El Diez”). Come si evolverà secondo te il rapporto Sarri-Cristiano Ronaldo?

Ti confesso che quando ho chiuso il libro il rapporto tra Sarri e Cristiano Ronaldo era soltanto al prologo, ed era – com’è naturale che fosse – ancora un idillio, una specie di Arcadia in cui regnava il sentimento di sospensione dell’incredulità: come si poteva pensare che non andassero d’accordo? Che potessero non andare d’accordo? In fin dei conti Sarri, fin dalle prime uscite pubbliche, aveva sottolineato in maniera decisa come CR fosse il perno sul quale avrebbe edificato la propria Chiesa. Ma le Chiese, si sa, sono fatte ad hoc per gli scismi, per frammentarsi in decine di culti affini ma divergenti: nelle ultime settimane l’acredine si è fatta più decisa, il bene dell’uno non sembra passare per il bene dell’altro, e anche se è un periodo passeggero, ovviamente, del tipo che a Cristiano Ronaldo sono già capitati in carriera, potrebbe anche aver aperto una finestra su what if futuri. Non credo che Sarri voglia, o addirittura possa, portare lo scontro alle conseguenze estreme. Così come, d’altro canto, Cristiano. L’inverno finirà, come dice in quella canzone Dente, e così anche il gelo nel suo cuore. Arriverà la primavera, la fase finale della Champions League, e in quel momento Sarri dovrà realizzare di non poter fare a meno di Cristiano, e Cristiano dell’equilibrio tattico che Sarri sta disegnando per la Juventus, ma soprattutto per mettere Cristiano nelle condizioni di essere letale. Non vedo mai nubi nere sulla testa di nessuno, nel futuro, ma forse sono io, che sono un ottimista inguaribile.

La felicità di Cristiano Ronaldo sembra durare sempre un attimo. La serenità sembra essere tutta una costruzione per i social media. Tu che hai cercato di capirlo, oltre che raccontarlo, il vero Cristiano Ronaldo cosa vuole più di ogni altra cosa?

José Ortega y Gasset diceva che molti uomini, come i bambini, vogliono una cosa ma non le sue conseguenze. L’impressione generale che mi è sempre sembrato di poter carpire dai comportamenti di Cristiano Ronaldo, non voglio arrivare a dire che sia la verità ma è di certo l’idea che mi sono formato, è che la pietra filosofale al termine della sua ricerca non sia che, semplicemente, l’accettazione. Quel tipo di accettazione ecumenica, incondizionata, che porti sostenitori e detrattori, in certi istanti ben definiti, a concordare su quanto sia incontestabile la sua grandezza, la sua impronta nella storia del gioco, la sua legacy. Però, poi, c’è il rovescio della medaglia: più di ogni altra cosa, Cristiano vuole rifuggire da tutta una serie di accettazioni. Dall’accettazione del fatto che arriverà un tramonto ineluttabile, che certe polveri bagnate faticano a rinfrancarsi, che ci sono situazioni in cui non è poi così infallibile. E la presa di coscienza della caducità, della fallibilità, concorrono a fargli scattare l’istinto di cercare maggiore accettazione. Si sarà capito il carattere circolare, il loop nel quale vive Cristiano Ronaldo, la deliziosa e sciagurata maledizione che è per lui propellente e kryptonite allo stesso tempo.

Nel libro scrivi che con Cristiano Ronaldo si apre l’era della “contabilità del talento da una parte e del controvalore economico dall’altro”. Dopo di lui cosa sarà lo sportivo di alto livello?

In quel passaggio in particolare parlo di come l’asset di valori di Cristiano Ronaldo si basi sulla partita doppia, sulla tangibilità delle cifre, dei numeri. Probabilmente i valori di ogni atleta sono legati a doppia mandata alle cifre che affastella, o che arriva a valere, ma mai con l’ossessione che invece alimenta Cristiano Ronaldo: l’ossessione di essere il calciatore più pagato al mondo, il più caro, quello con più reti segnate per la sua nazionale, quello con più reti tra i calciatori in attività. Non so se ricordi la reazione che ha avuto quando l’Atletico Madrid ha ufficializzato l’ingaggio di João Félix per 126 milioni di euro. «È difficile dire quanto valgo io», ha rimarcato in un’intervista di poco successiva, stuzzicato sul tema. Quel che voglio dire è che nessuno, prima di lui, aveva mescolato in maniera così compiuta e coerente le cifre non solo economiche, ma anche quelle per dire dei record, delle vittorie, dei trofei, dei gol segnati, con il talento, tanto da rendere ognuno di questi traguardi davvero contabilizzabile. Ovviamente l’aspetto più distopico in assoluto di questa combinazione inedita è la creazione di un’interpretazione mendace, eppure legittimata, di un rapporto stretto tra valore economico e contabilità del talento, cioè della potenzialità di convivenza all’interno dello stesso contesto, loro che nascono per essere separate, che ha creato una specie di bolla speculativa, anche concettuale. Gli sportivi di alto livello sono già qualcosa in più di quanto non fosse Cristiano Ronaldo: bisognerà vedere quanto durerà questa lettura, fino a quale punto di tolleranza possa spingersi.

È geniale l’idea che esponi dell’immagine ronaldiana sempre 800×800, il resize perfetto per Instagram e per mettere da solo, al centro di ogni focus semantico il protagonista. Con queste scelte iconografiche il paesaggio è morto e anche i dettagli stanno molto male. Quanto Ronaldo si rende conto e fa di tutto per creare questa immagine dell’eroe solo e potentemente significativo?

L’egotico si rende conto di esserlo solo quando glielo fanno notare dall’esterno, perché prima, ovviamente, non aveva neppure mai pensato all’eventualità. Sarebbe ingeneroso pensare che la modalità espressiva di ogni immagine potenzialmente iconica di Ronaldo sia davvero ricercata per essere tale, ma anche ingenuo credere il contrario, cioè che non ci sia un certo livello di ricercatezza. I social, diceva Ray Bradbury, sono piscio nelle orecchie della gente: però a un livello più profondo sono anche lo strumento espressivo più egocentrico, solipsista e di conseguenza solitario che l’uomo abbia mai conosciuto, controintuitivamente peraltro al loro scopo. Nonché il filtro immaginativo dei nostri tempi, in cui ogni aspetto – soprattutto quello della fruizione dell’entertainment – passa per quel formato. Nell’immagine di solitudine che Ronaldo dirama di sé non c’è la tristezza del solitario, ma l’inavvicinabilità di chi si erge sul contesto. E in quanto a perfezione ricercata, sintetica, il formato Instagram, lo chiamiamo così per comodità, è quanto di più perfetto. Più in generale credo che Cristiano Ronaldo sia perfetto, nelle pose, nel tipo di messaggi che vuole convogliare, nei gesti atletici, nella sua estetica, insomma, per la Nuova Fruizione Calcistica, cioè per quella nuova maniera di godere del calcio non più attraverso l’esperienza totale ma la frammentazione (mi verrebbe da dire disintegrazione) in piccoli chunk immaginifici: la distillazione più totale dell’azione in particelle di gestualità.

Nella recensione al libro ho scritto che tu (insieme al Modeo di qualche anno fa, Iervolino e per determinati aspetti Trellini) hai posto le basi per una nuova scrittura sportiva italiana. Non puoi rispondere che sto esagerando, ma partendo da questo assunto, mi devi dire se è vero che in Italia senti questo nuovo fermento narrativo legato allo sport.

Ti risponderò partendo da un aneddoto. Nel 2012, quando è uscito il mio primo libro in qualche modo invischiato col calcio, che si intitolava “Sforbiciate” ed è stato pubblicato da Piano B, ho girato tantissime librerie, e in ognuna di queste, parlando con il libraio, ci trovavamo a discutere di quale fosse il posto giusto, appunto, per Sforbiciate. Quasi tutti mi dicevano che non se la sentivano di metterlo nella parte di libreria dedicata ai libri sportivi, e in qualche modo mi sentivo lusingato, perché ero convinto che fosse una maniera carina di sottolinearne il valore letterario. In realtà, a posteriori, non mi avrebbe dovuto poi così inorgoglire, perché il significato sotteso, ovviamente, era che la narrativa sportiva fosse qualcosa di totalmente didascalico, troppo lontana dalla letteratura. Quasi in contemporanea è nato L’Ultimo Uomo, e io ricordo ancora il primo pezzo in assoluto, scritto da Daniele Manusia, che aveva per titolo il codice fiscale di Francesco Totti. Leggevo già Daniele quando scriveva per VICE una rubrica che si chiamava Stili di Gioco, leggevo lui e nel frattempo scrivevo alcune cose per Fútbologia: erano mondi un po’ distanti, che avevano una visione anche antitetica se vogliamo. In Fútbologia c’era l’affinamento, e la perpetuazione, di una modalità di racconto sportivo che apparteneva più all’epica dei griot, al teatro orale, non so se mi spiego. In Daniele, invece, c’era il mondo là fuori distillato e iniettato nello sport, una sincrasia pazzesca. Forse in quel periodo sono spuntati i germogli di quello che tu chiami nuovo fermento narrativo e che a me piace chiamare big bang dello sportswriting italiano, se mi passi il nome un po’ altisonante, perché è stato davvero l’incontro-scontro di una serie di particelle autoriali che si sono ridefinite l’un l’altra. Evidentemente ne parlo come ne parla chi è strettamente coinvolto, ma io credo che dentro L’Ultimo Uomo, e poi dentro Undici, e col tempo altre testate, altri contesti, c’è davvero stata, in questi anni, una specie di atmosfera da dojo, una costante ricerca che senza esserselo prefisso, eppure ricercandolo, ha definito un nuovo canone narrativo sportivo. In fin dei conti, in CR non ho fatto qualcosa di troppo diverso – al netto del respiro, e della complessità ovviamente – da quello che cerco di fare nel quotidiano. Che è anche assorbire gli stimoli che provengono da una corrente (si può dire così) che è molto meno ancorata alle tradizioni di quanto si vorrebbe pensare.

Domanda che faccio a tutti in chiusura. Tre libri di letteratura sportiva che dobbiamo avere.

Non sono sicuro che la mia risposta corrisponda ai tre libri di letteratura sportiva che si dovrebbero avere tout court, ma di certo sono quelli che per me sono fondamentali. Uno è “Brilliant Orange”, per la complessità delle stratificazioni, la multidisciplinarietà, l’esondazione in campi diversi da quello meramente calcistico. Un altro è “Angels with dirty faces” di Jonathan Wilson, per la monumentalità della ricerca: forse il più tradizionalista, per approccio e modalità espressiva, ma un caposaldo. L’ultimo in realtà sono due, e sono proprio “Un giorno triste così felice” di Lorenzo Iervolino e “Cantona. Come è diventato mito” di Daniele Manusia. Perché sia Iervolino che Daniele dimostrano come sia possibile scrivere di calcio mettendo molto di se stessi, della propria voce, dei propri dubbi, delle proprie debolezze.

APPUNTI SU UNA NUOVA SCRITTURA SPORTIVA ITALIANA

Il sasso l’ho lanciato, adesso non posso che continuare a vedere l’acqua che si sagoma. Butto giù davvero degli appunti, la costruzione e sistematizzazione non può essere che comune. Ho parlato di stagno, ma non c’è niente di statico né di ammuffente nella letteratura sportiva in Italia oggi.
Il libro di Fabrizio Gabrielli, “Cristiano Ronaldo. Storia intima di un mito globale” però mi ha scosso, illuminando dei punti che sono andato a riprendere, rileggendo e cercando di capire cosa li tiene insieme.
Per il libro di Gabrielli ho scritto di mattone fondativo per la nuova scrittura sportiva in Italia perché ho percepito qualcosa di nuovo, che ci lega e ci distanzia da almeno tre punti cardinali che hanno sostanziato la nostra scrittura sportiva. Il primo è la potente letterarietà breriana, che ha dato il là alla costruzione di mitologie sportive partendo sempre e con fede indistruttibile dalle radici, quali esse siano, familiari, culturali, di tradizione, spingendoci verso le razziali o para-razziali in epigoni poco attenti e poco talentuosi. Questo ha portato ad uno scavo in profondità nella biografia del personaggio che mira sempre più al dettaglio anche minimo, ma portatore di grandi orizzonti, mentre nella descrizione dell’evento sportivo Brera ci ha saputo suggerire la sineddoche, cogliendo la meraviglia del tutto anche nel piccolo gesto.
L’altro punto di riferimento è un determinato tipo di giornalismo che ha Giovanni Arpino come esempio massimo, che invece analizza uomini ed eventi come su un grande palcoscenico, sul quale tutto si mescola e vibra anche al di là del risultato sportivo in sé. Arpino con “Azzurro Tenebra” ha costruito un fantasmagorico e allo stesso tempo oscuro teatro delle metafore, donandoci il senso del personaggio al di là dell’essere atleta.
Infine abbiamo il giornalismo di Ghirelli, Palumbo e Caminiti, in alcuni tratti simbolista per la ricercatezza della parola e dell’effetto, che mette a nudo i personaggi per poi rivestirli d’oro o di fango a seconda dei casi.
Per tanti anni chi scriveva di sport ha sempre viaggiato fra queste tre enormi isole, in un mare noto e piacevolmente amico, scrivendo soprattutto aneddotica, biografie, reportage di eventi sportivi che hanno fatto la nostra storia soprattutto calcistica.
Molti hanno scelto un solo stile a cui riferirsi, altri hanno saputo sviluppare una sintesi, in questo senso il meglio che c’è oggi è la produzione di Marco Pastonesi, con una nota di merito per “L’Uragano Nero”. Tenendo sempre segnalate sulla mappa le tre isole, oggi tante piccole barche cercano di andare oltre queste rotte definite, partendo da esse per espandere lo spazio e lo stile della narrazione. E fra quelli che ci sono riusciti meglio, sottolineo quattro elementi che si ritrovano con costanza nelle loro opere.

Il primo elemento riguarda da quale punto d’osservazione si inquadra il fatto sportivo. Uno dei miei crucci di cui parlo ormai da anni è quello di pensare il fatto sportivo come qualcosa di più grande, che tiene dentro non solo il talento fisico, cerebrale e atletico di chi lo compie (a cui aggiungere almeno il “talento neuronale” di cui ha parlato Modeo riguardo Messi sul CorSera), ma anche delle tracce culturali di più ampio respiro. Nei libri proprio di Modeo, Iervolino e Gabrielli (da citare anche un prodromo che poi ha influenzato positivamente l’anima de L’Ultimo Uomo, ovvero “Cantona. Come è diventato leggenda” di Daniele Manusia) questa apertura è chiara ed evidente. Nessun gesto è solo un’espressione atletica individuale, per due ordini di motivi: prima di tutto perché viene sempre influenzato da un contesto storico e culturale che non lo innesca, in quanto resta il singolo a pensarlo e metterlo in atto, ma che lo colora di un mood proprio e unico. La rovesciata di Cristiano Ronaldo o la corsa di Tommie Smith nascono anche da una visione “culturale” che i protagonisti hanno del loro sport all’interno del contesto sociale di riferimento, con gli attori stessi che si rendono oltretutto conto dell’impatto che sulla cultura quel gesto atletico può avere. Il secondo motivo riguarda proprio l’effetto. Il gesto sportivo, nato da una temperie culturale che è propria di un luogo e di un tempo, ha effetti profondi su luoghi sempre più enormi (la globalità è l’oggi) e sul tempo in cui il gesto stesso viene vissuto e diffuso attraverso i media disponibili al momento. Per fare ancora l’esempio di cui sopra, la rovesciata di Cristiano Ronaldo viene da una cultura (che è genius loci e temporis) e fa cultura con i media che transustanziano il gesto, inconizzandolo e diffondendolo ovunque.
Questo doppio binario culturale non è più un leggero sentore nella descrizione atletica di un fatto sportivo, ma ne è connaturato all’analisi e gli autori citati ne mettono in evidenza la grande forza d’impatto.

Il secondo punto sempre più importante nella scrittura sportiva contemporanea riesce a connetterci alla scrittura sportiva di matrice statunitense che ne ha da sempre fatto un fulcro narrativo. Posso sintetizzarlo con la frase: “Il corollario è centrale”. Il modo migliore per capire questo punto è leggere “La partita” di Piero Trellini. Mentre la letteratura sportiva almeno fino a 10 anni fa si concentrava con forza sul fatto sportivo e sull’uomo che lo compiva, oggi tanti libri, di cui “La Partita” è l’esempio migliore, ricamano intorno al fatto stesso un universo di cause ed effetti non tanto per decoro giornalistico, ma come vero cuore narrativo dell’opera, in quanto è tutto quello che ha girato e gira intorno al fatto sportivo a fare la storia che continua. Un esempio parzialmente diverso ma che rientra in questo secondo punto è “Duellanti” di Paolo Condò. Rispetto a Trellini non è il frutto di un minuzioso lavoro di ricerca, ma un dipinto impressionista di un caotico dietro le quinte, spiegabile solo da chi c’era. Ma anche in questo caso, Condò sa far risaltare il corollario, perché è lì, nel non pubblicamente espresso, che si racchiude il senso e il succo dell’opera e della storia.
Come tanta letteratura sportiva americana insegna, c’è sempre un prima ma anche e, per anni lo abbiamo dimenticato, un durante e un dopo che bisogna considerare rispetto al semplice calcio ad un pallone o al lancio di un attrezzo.

Il terzo punto riguarda lo stile. Come ho scritto all’inizio, per anni i nostri punti di riferimento anche stilistici sono stati principalmente la letterarietà di Brera da una parte e il giornalismo “metaforico” di Arpino dall’altra. Poi leggi un libro come “Il Barça” di Modeo e capisci che tutto è diverso. Da questo modello massimo, insieme all’“Alieno Mourinho” dello stesso autore, entrano nello stile della scrittura ambiti disciplinari e per forza di cose letterari che ne cambiano la grana, non solo l’immagine. Modeo parla dei suoi soggetti di analisi allargando il campo alle neuroscienze e all’antropologia, così come Gabrielli con il suo Cristiano Ronaldo fa spesso sponda con la sociologia dei consumi e gli studi sul nuovo paesaggio mediale. Almeno altri due esempi da fare sono “La versione di Gipo” di Alberto Facchinetti, in cui è la storia della cultura del territorio a farsi sentire con forza, così come lo “Jascin” di Curletto è anche un compendio di storia sociale russa. Non è una multidisciplinarità che si ferma all’analisi, che illumina il soggetto con fari altri rispetto al consueto occhio di bue giornalistico, ma invade con chiarezza lo stile, arricchendolo e facendolo allontanare dal giornalismo letterario a cui ci siamo sempre attaccati.
Quella dimensione non viene persa ma è estesa con viaggi continui verso altre dimensioni dello stile. Da citare anche il Pippo Russo di “M. l’orgia del potere. Controstoria di Jorge Mendes, il padrone del calcio globale”, altro libro cardine di una multidisciplinarità stilistica e di contenuto.

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Per il quarto punto sto con Musil, che nel suo saggio “La conoscenza del poeta”, si riferisce alle teorie espresse da Oswald Spengler ne “Il Tramonto dell’Occidente”. In particolare penso all’andamento non-razioide del pensiero contemporaneo, che apre uno scenario interessante rispetto all’argomento di cui parliamo. Prospettiva che viene anche dal pensiero debole, è l’abbandono della sponda felice della fiducia incondizionata al concetto e alla logica causale. I fatti descritti per un personaggio o un fatto sportivo non ne definiscono un percorso lineare e preventivabile. Stefan Zweig, grande scrittore di biografie, si è sempre chiesto: “Sì, ma quale vita è da raccontare?”. Tutto si mescola sempre, anche nella traiettoria che sembra più chiara.
Le volute di zucchero di Federico Buffa sono l’espressione eccellente di questo andamento non razioide del racconto, capace di richiamare addirittura l’aedo multiplo di omerica memoria e, grazie al talento dell’uno, di racchiudersi in una singola voce, che gioca con le continue sponde delle sue conoscenze ed esperienze vive. Così come è da citare il racconto sudamericano di “Locos por el fútbol” di Carlo Pizzigoni, che proprio grazie al suo andamento sinusoidale sa creare armonie nuove da fatti noti. Devo citare anche due libri di boxe, “Muhammad Ali. Storia di una rivoluzione” di Andrea Bacci e “Jesse e Joe. Gli atleti che sconfissero Adolf Hitler” di Francesco Gallo, bravi nel riportare questa apertura di stile giocando a giuste dosi con l’epica che caratterizza quello sport in particolare.
Questo approccio impatta sulla composizione narrativa, che è per forza di cose multipla, modulare e frammentata, in cui ogni singolo elemento è gravido di effetti sulla visione del personaggio-fatto e sulle sue vicende.