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"Una meta dopo l’altra" di Marco Bollesan

Ma che libro è “Una meta dopo l’altra” di Marco Bollesan e Gabriele Remaggi? Si parla del rugby pre-fico e di squadre dopolavoristiche, nazionali compresa. Si parla di partite piccolissime rispetto gli eventi internazionali e i grandi test-match, si parla di una vita un po’ barbara perché lo sport giocato richiedeva barbaritudine più che consapevolezza, si parla di atleti conosciuti dallo 0,0001% della popolazione. Eppure questo è un libro che fa eccezione (eccezionale poteva sviare il senso), perché scritto con la maestria dell’oralita da tavolo d’osteria. Sembra facile, ma non lo è.

Leggendolo non puoi che sederti a tavola con Bollesan, di fronte ad un Cartizettu accompagnato da un rosso che sporca, e lasciarlo parlare. C’è tutto nel libro, mancano solo gli improperi pesanti (quelli open ci sono) e le bestemmie.

Bollesan ti trascina in una vita con la forza (a questo punto direi geniale, sua, di Remaggi, dell’editor, non so) del racconto libero, senza virgole né punti, che ci sono per carità ma durante la lettura non te ne accorgi. Leggendo il libro, il salto di capitolo inframezzato dalla pagina bianca ti fa un effetto stranissimo. Ti chiedi come mai quello spazio, anzi ti chiedi dov’è andato a finire Bollesan che un momento prima ti raccontava un aneddoto di quando giocava a Napoli o quando è andato con la nazionale in Africa del Sud a giocare in un mondo sconosciuto e misterioso. Poi ti accorgi che la pagina successiva è piena di parole e riprendi, senza leggere nemmeno il titolo.

Rispondo alla domanda iniziale: non so bene che libro è quello di Bollesan e Remaggi, di sicuro non ne ho letti uguali prima e questo vuol dire molto.