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"Miguel y Marco" di Maurizio Ruggeri

Il tempo che passa sfuma i ricordi, a volte li ingarbuglia, li arrotola e ne fa un gomitolo inestricabile e buio. Avere per le mani “Miguel y Marco” di Maurizio Ruggeri, secondo titolo della Limina del marzo 1996, è stato una sorprendente prima volta anche per i ricordi. Per la prima volta leggo e dimentico, un effetto strano per un libro che vuole essere anche cronaca di un evento, ma questo in fondo è il suo vero senso. Da una parte c’è la corsa che pian piano perdo, mentre nella mente arrivano solo le immagini nitide di Ruggeri, che racconta un’altra corsa, altri personaggi, un altro tempo e un altro luogo rispetto a quello reale. Il libro è un esperimento di mockronicle sportiva dove la finzione entra di soppiatto nella vicenda reale, per poi impadronirsene completamente e diventare narrazione, addirittura storia. Rileggere dei protagonisti di un ciclismo forse già manomesso dalla voglia di impossibile poi, è una salto che dà nostalgia e riattiva immagini. I discorsi profetici sul doping sembrano delle sentenze morali scritte in anticipo. Il libro di Ruggeri è da leggere su vari piani (almeno tre i principali: giornalistico, storico, narrativo), prima che il ciclismo diventi ancora una volta un’altra cosa.

P.S. Miguel y Marco è il libro con la migliore copertina di sempre tra quelli di letteratura sportiva. Un incrocio cromatico-grafico da una parte ed espressivo-semiotico dall’altra che ruba lo sguardo al primo colpo.

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Dopo il grande successo di “A pedate” (Vincitore della 46° edizione del Premio Selezione Bancarella Sport) sei a tutti gli effetti un grande autore della letteratura sportiva contemporanea. Che ne pensi?

Non credo che “A Pedate” sia un grande successo, nel senso che la gente si accalchi per acquistarlo. Finora ha venduto 1000 copie e si comincia a ragionare sul discreto successo attorno alle 3000. Pertanto non posso concordare sul fatto che sia un grande successo, a meno che tu ti non ti riferisca al fatto che ha vinto la Selezione al Bancarella Sport di quest’anno. Se ti riferisci a questo è in effetti un gran risultato finire nella sestina dei vincitori del Selezione, però neppure questo mi autorizza a pensare di essere un grande autore della letteratura sportiva contemporanea. Sinceramente non penso nemmeno che ci sia una letteratura sportiva contemporanea. “Futbol” di Osvaldo Soriano è un gran libro a tutto tondo, senza porre alcuna limitazione di genere. Con “A Pedate”, come del resto “L’ombra del Cannibale” ho sperato che ai lettori piacesse indipendentemente dal fatto che fossero interessati allo sport. Sinceramente volevo in entrambi i casi scrivere libri che potessero essere definiti, in qualche modo, epici e lo sport rappresenta la migliore ispirazione per farlo.

Qual è l’ingrediente del successo di “A pedate”?

Credo che siano le storie raccontate. Sono storie dimenticate. Addirittura Italia – Germania dell’Azteca sta scivolando pian pianino nel dimenticatoio. Sono storie riportate alla vita. Trattate non come soggetti giornalistici, ma come vere e proprie storie da narrare. Ancora una volta Osvaldo Soriano è un grande maestro. L’epopea di Obdulio Varela nel primo racconto di “Futbol” è un esempio magistrale in questo senso. Narrare è fondamentale. Credo che la gente sia ancora disponibile a farsi affascinare da un raccontatore di storie. E un raccontatore deve scavare, senza essere particolarmente invadente. Fischiettando. Scavare laddove i giornalisti, per esempio, non scavano affatto. Non è il loro lavoro. A ognuno il suo. Come in ogni disciplina, d’altro canto. La cronaca nera riporta di un delitto, James Ellroy di quel delitto scrive un libro.

Da poco è uscito il tuo nuovo libro, L’ombra del cannibale (Instar Libri, 137 pag.), nel quale abbandoni il calcio e parli di ciclismo. È stata una tua scelta ponderata raccontare un altro sport o ti ha guidato semplicemente la passione?

I miei libri sono fortemente debitori alla mia infanzia. “A Pedate” è un ri-racconto di ciò che leggevo adolescente nelle pagine storiche del “Guerin Sportivo”. In quelle pagine lessi per la prima volta di Ernest Willimowsky, il centravanti fantasma della Polonia che segnò quattro gol negli ottavi di finale del mondiale 1938 al favoritissimo Brasile, per poi scomparire nel nulla calcistico quando i tedeschi invasero quel paese. Nel “Guerin Sportivo” vidi la foto in bianco e nero di Ceresoli che para il rigore di Brook in Inghilterra-Italia a Highbury nel 1934. Anche Merckx ha accompagnato la mia infanzia. Molte delle cose che racconto nell’“Ombra del Cannibale” le ho viste alla televisione da bambino. Televisione in bianco e nero, io e mio padre seduti sul divano rosso del tinello. Ricordi indimenticabili. Il Mondiale vinto da Monserè a Leicester nel 1970, con mio padre che sbraitava perché quel maledetto belga non tirava un metro, e il Mondiale perso da Bitossi a Gap nel 1972 che mi brucia ancora come trentasette anni fa. Quasi quasi mi rimetterei a piangere come feci quel 6 agosto del 1972.

Che atleta è stato Merckx per i suoi contemporanei e che atleta è oggi?

Per conoscere il valore di Merckx basta guardare il suo palmares. È stato il più grande ciclista della storia. In un’epoca in cui i corridori partecipavano a tutte le gare. Dalla Milano Sanremo al Giro di Lombardia. Non c’è alcun paragone col ciclismo di oggi. Armstrong e Contador si preparano per il Tour, perché il Tour è ciò che conta, il resto non vale la fatica. È il solito tran-tran. Forse solo la Roubaix conserva il fascino del ciclismo di una volta. Probabilmente perché i tratti di pavè, che sono abbastanza anacronistici, mantengono il legame con un passato lontano. Con un ciclismo fatto di uomini-bicicletta, una specie di centauri.

Per la sua insaziabile voglia di vincere rientra per te tra i primi cinque eroi sportivi di sempre?

È sicuramente un eroe. Ma non c’è una graduatoria. Dove metteresti il centravanti della Cecoslovacchia Nejedly che nel primo quarto di finale col Brasile del 1938 gioca tutto il secondo tempo col piede rotto e segna anche il rigore che consente ai cechi di pareggiare? Quella partita sarebbe stata perfetta per dedicargli un capitolo di “A Pedate”, ma dovevano essere undici capitoli e qualcosa doveva star fuori. Ci sono migliaia episodi d’eroismo nello sport. Antuofermo, con viso ridotto a una maschera di sangue, che pareggia contro Hagler nel mondiale dei medi, dove lo mettiamo? E Jarno Saarinen e Renzo Pasolini che muoiono insieme? Lauda che riprende a correre il mondiale d’automobilismo tutto bruciacchiato? E l’Obdulio Varela dell’Uruguay del 1950? Forse riesco a infilarti cento eroi se mi chiedi di cento eroi, ma cinque è troppo poco.

Quale altro sportivo è al suo livello?

Direi che uno sportivo al suo livello lo potremmo trovare in uno sport in cui l’imbattibilità è un valore assoluto. Nessuno sport meglio del pugilato può avvicinarsi a questo. Direi che il pugilato è il terzo sport principe in un’ipotetica trilogia, ma la noble art è un campo molto problematico nel quale avventurarsi. Necessita di doti di forza inusuali anche nella scrittura.ù

In cosa consiste l’ombra di Merckx che citi nel titolo?

Il titolo significa che per tutto il corso del libro Merckx è presente o direttamente, come attore principale, oppure, quando sembra sia discosto e non sia l’attore principale, ne è presente la sua ombra. E la sua ombra è talmente imponente che i fatti che vengono riportati sono influenzati dal fatto che lui è lì, anche se momentaneamente distaccato. L’ombra del Cannibale è fondamentale in episodi in cui sembra che lui non c’entri. La vittoria di Monserè o la sconfitta di Bitossi ad esempio. Le vittorie o le vicissitudini patite sono comunque dipese dal fatto che Merckx esisteva e la sua presenza influenzava la corsa anche se lui non era presente nel momento topico. Tutti temevano che la sua sagoma apparisse anche quando era ormai fuori corsa.

Perché Merckx ha meritato un romanzo ciclistico?

Ora non ce lo ricordiamo più, ma per quelli della mia generazione era il prototipo dell’invincibile. Era un golem. Una presenza costante nella vita di tutti i giorni. La televisione non era continuamente presente. I programmi cominciavano a certe ore e nel tempo restante dominava lo schermo un monoscopio. Quando partivano le trasmissioni di pomeriggio c’era Merckx che vinceva.

Ma come lo definiresti un romanzo sportivo?

Per me non esiste il romanzo sportivo. Esiste il romanzo. Lo sport può essere un ingrediente di un romanzo. Credo che si voglia a tutti i costi definire un genere “romanzo sportivo” perché, in qualche modo, si vuole diminuire la portata dello sport. Alla fine lo sport è un passatempo. Molti credono che la vita sia l’oggetto principe dei romanzi. Di quello bisogna scrivere. Delle angustie della vita e con linguaggio non agevole. Io sono un appassionato di Guareschi, del suo modo di scrivere semplice e profondo. Credo pertanto che lo sport, con la sua semplicità, sia un argomento fondamentale su cui scrivere. Lo sport ha salvato vite, ha dato un’impronta alle esistenze delle persone. Ciò nonostante si diversifica tra romanzo e romanzo sportivo. Credo che “Il Libro della Gloria”, sulla prima tournèe degli All-Blacks in Europa nel 1905, sia un ottimo esempio di letteratura, e non di letteratura limitatamente sportiva, così come “Febbre a 90” di Nick Hornby sia un esempio di come lo sport accompagni la vita. Credo che questa incapacità di capire che lo sport come anche la musica possano essere ingredienti importanti per una letteratura, sia fortemente penalizzante per la letteratura ma soprattutto per dare la giusta importanza allo sport.

Sempre più si sta affermando questo genere di mezzo tra la biografia, il racconto romanzato e la cronaca sportiva. È una frontiera che ci può dare ancora ottimi libri, oppure sta iniziando ad essere percorsa da troppi autori?

La biografia e la cronaca mi interessano fin là. Mi servono per raccogliere materiale per scrivere quelli che tu chiami “racconti romanzati”. La cronaca va lasciata ai giornalisti e la biografia ai biografi. Entrambi i settori hanno bisogno di certezze. C’è sempre una tesi da dimostrare. Odiano le zone grigie. La letteratura va a nozze nelle zone grigie. C’è bisogno di immedesimarsi nei tempi per colmare le zone grigie. Se vuoi scrivere un romanzo sul Grande Torino e sei interessato a immaginarti i dialoghi prima dello schianto, oppure i dialoghi tra i calciatori prima della partita decisiva contro l’Inter, devi conoscere più o meno i caratteri degli uomini. Non saprai mai cosa si sono detti realmente, ma avrebbero potuto dire questo. Nell’Ombra del Cannibale i fatti sono veri, ma sul come ragionasse Merckx è frutto dell’idea che mi sono fatto nel corso del tempo di quell’uomo. “L’Ombra del Cannibale” è pervasa di un’idea di Merckx. Forse il Cannibale è già oltre il racconto romanzato, mentre credo che “A Pedate” sia proprio una serie di racconti romanzati. Per quanto riguarda i troppi autori, credo che il troppo non stroppi se i libri sono belli. Ho letto “Granata da Legare” di Gramellini e mi è piaciuto tantissimo, non altrettanto posso dire del libro, per esempio, di Darwin Pastorin sui portieri. I portieri sono gli autentici eroi degli eroi del calcio e vedere, per esempio, un mio idolo, William Vecchi, completamente avulso da quella che è stata probabilmente la più famosa tra le sue molte buonissime prestazioni, la notte di Salonicco, mi ha profondamente deluso. Milan –Leeds si prestava come non mai a essere romanzata, a elevare i protagonisti, vincitori o sconfitti, al rango di eroi greci. Con Chiarugi, una gigantesca ala sinistra, abbassato al rango di “giocatore leggero pronto a volare in area appena un difensore lo toccava”. Mi ha profondamente deluso. Quel libro è sotto la cronaca, a mio avviso, ma Einaudi l’ha pubblicato e nelle librerie trova abbondante spazio. Se, viceversa, questo è il tipo di scrittura che si vuole perseguire, allora sì gli autori sono decisamente troppi.

Il ciclismo oggi può dare ancora emozioni in strada e in tv oppure è destinato ad essere lo sport dell’in-credibile?

Purtroppo non credo possa più dare delle emozioni. È troppo contraddittorio. Il doping ha minato tutto il fascino di questo sport. La figura di Pantani è stata deleteria per il ciclismo. Ha dato così tante speranze agli amanti della bicicletta per poi, dopo Madonna di Campiglio, gettare tutti nello sconforto. Nella disperazione, nel senso di assenza di speranza. Indipendentemente dalla mia opinione è quello che io oggi sento nella gente che, nei luoghi d’incontro, parla di ciclismo. Una completa inattendibilità dei risultati sportivi conseguiti sulla strada. Non ci crede più nessuno. L’unico mio grande cruccio è che questa questione del doping, la gente del ciclismo la giustifica con “beh! Succede anche negli altri sport…”, oppure “succedeva anche negli anni di Coppi e Bartali…”, il che getta inopinatamente fango sugli altri sport, ma soprattutto annulla e avvilisce il valore delle grande imprese che fanno fatto sognare generazioni di persone. L’epopea di Bartali nella Nice-Briancon del 15 luglio del 1948 è annullata da un piccolo, spero, branco di idioti che giochicchia con l’eritroproietina di decima generazione. Le gesta di Coppi del 1949 e del 1952 e del mio stesso Cannibale, e con lui Luis Ocana, Felice Gimondi e chi volete voi sono messe a repentaglio da chi non sa come giustificarsi sulla questione che il ciclismo di oggi sia del tutto inattendibile. A me non importa del fatto che i ciclisti si droghino e tanto più, vista l’impossibilità di sanare questa piaga, riesco a capire l’opinione di coloro che affermano “drogatevi pure, ma fateci sognare”. Ciò che non sopporto è che si getti fango sulle storie eroiche dei ciclisti del passato. Togliere il godimento a quelli che, seduti su un paracarro, aspettavano Bartali.

Per i prossimi libri quali altri sportivi ti piacerebbe scoprire?

Non so se continuerò a scrivere di sport dopo Il Cannibale. Non mi va di permanere su un tema. Come ti dicevo sia il calcio di “A Pedate” che “L’Ombra del Cannibale” sono soprattutto omaggi alla mia infanzia, più che libri sullo sport. Comunque già rispondendo alle tue domande mi verrebbe voglia di ricimentarmi su un campo ispirato allo sport. Per esempio, per non farmi accusare da te di essere un impenitente passatista, potrebbe essere interessante parlare in qualche modo di Roberto Baggio. Il Roberto Baggio del 1994. Trascinò pressoché da solo l’Italia alla finale del mondiale e poi sbagliò il rigore, non decisivo, perché altri avevano già compromesso la finale italiana, ma definitivo di quell’esperienza. Ci sarebbe molto da lavorare su questo tema così vicino. Perché sembra solamente la vicenda di un uomo che sbaglia un rigore, ma se riesci a metterla giù bene potrebbe essere un’epopea come quella di Napoleone. Temuto da tutti e finito a Sant’Elena, ben sorvegliato, perché gli inglesi temono anche solo la sua ombra. Una roba tipo “L’Ombra del Cannibale”.

Gli ultimi giorni di Marco Pantani di Philippe Brunel


Marco Pantani, il ciclista noto anche alle pensionate di Voghera, che esce fuori dal libro di Philippe Brunel “Gli ultimi giorni di Marco Pantani” è un’icona straziante dei nostri tempi che maciullano i talenti e assopiscono le voglie per scopi esistenziali inutili ma di facciata, come l’auto potente sempre un km all’ora più veloce, la donna al proprio fianco più sensuale, sempre un centimetro quadrato in più di corpo siliconato, la seratina sballata, per ridursi a fantasmatico visitatore di una realtà che non si capisce bene perché non è accettata per quello che mestamente propone.

Pantani era un ragazzino mai al centro delle attenzioni degli altri; le ragazze lo guardavano con profumata indifferenza, gli amici lo tenevano appresso per pigrizia, la madre e il padre lo conoscevano senza caprine in fondo l’immaginazione. Poi ad un tratto diventa il migliore ciclista del pianeta e il mondo inizia a guardarlo fisso, senza staccargli i terribili occhi di chi chiede.

Ma Pantani dà, senza risparmio. Adesso che qualcuno aspetta che Pantani Marco respiri per applaudirlo, il Pantani Marco si concede in tutto, corpo e pensiero.

Dà tanto, troppo, tutto. Qualcuno decide che basta così. Giunge il tempo di fluttuare sulle corde della mediatica esistenza-inesistenza. Essere l’unico gallo del pollaio spettacolar-sportivo alla fine stanca lo spettatore-tifoso. E questo non deve mai accadere. Altrimenti poi l’audience.

Possono essere state le scommesse illegali, le analisi del sangue fasulle, i reclami del patron della Mapei, gli americani che vogliono far esplodere Armstrong senza ostacoli tra le ruote, gli organizzatori del Giro d’Italia che vogliono dare un freno al doping necessario, ma di fondo c’è la volontà che è nello sport contemporaneo di far apparire stelle dal tragitto veloce, con un ciclo di vita mediale breve ma intenso, che sappiano carpire nel giro di cinque anni gli animi sempre vogliosi d’altro di spettatori fiacchi e distratti.

Tutto questo è accaduto a tanti ed è successo a Pantani. Quasi tutti hanno compreso la fondamentale tempistica del: “Non è più il mio momento”, e sono tornati nella cuccia dell’autografo per pochi intimi, Pantani non ha voluto farlo e di fronte alla incapibile realtà del biz quotidiano, ha aggredito l’unica persona con cui poteva prendersela: se stesso.

La droga è l’aculturale spia di una stanchezza d’interessi e piaceri. Dopo Madonna di Campiglio, Pantani, che viveva solo di vittorie per mostrarsi migliore per sé e per gli altri, poteva vivere qualche altro anno solo attraverso di essa. Come ha fatto, violentando un corpo costruito per la corsa in bicicletta.

Fino a morirne, non semplicemente suicidato, ma assassinato da un mostruoso altro da sé, che in quantità sempre maggiori si possono vedere, magari uscendo stasera, vagare lemmi e farfuglianti nei pressi delle discoteche di mezza Italia.

Il libro di Philippe Brunel è una stilettata profonda nel cuore del lettore. Fa un male cane vedere come è lo sport crudele, il ciclismo balbettante, le nuove generazioni non appassionate, l’Italia gretta e vigliacca, il senso di famiglia irritato, i media irrispettosi e noi distratti e ignoranti di fronte ad un uomo che, anche se nel silenzio dei cazzi suoi, gridava aiuto.

All’ultima pagina si pensa per qualche minuto ai tanti pomeriggi del Pantani show, con la malinconia dell’attimo che riusciamo a spegnere subito per borbottare contro la benzina che costa troppo.