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Sarrismo 2.0 Tutto parte dall’engramma.

Alla fine della partita Roma-Napoli di sabato sera, Adani, il quale sta inziando ad andare oltre la bravura e la competenza, facendo arrossire i giornalisti che lo interrogano per non parlare degli allenatori e i calciatori che interroga, parlava di un traguardo raggiunto dalla squadra partenopea, ovvero la capacità di rispondere con meccanismi collaudati a contingenze differenti dallo standard. Negli anni scorsi, quando la partita usciva da determinati binari la squadra andava in confusione, oggi no, ricavando delle differenti opportunità di gioco o di copertura degli spazi in fase difensiva, ovviamente mai frutto della buona vena del singolo calciatore ma createsi grazie a meccanismi cofidicati utili nella gestione dell’imprevisto, riportato a situazioni decodificabili.
Ricordando il Maestro Modeo, alle parole di Adani ho avuto anch’io una sinapsi e mi è venuto in mente l’engramma.
L’engramma non esiste, non solo fisicamente ma neanche come flusso o processo determinato. È un’ipotesi, seconda la quale elementi neurobiologici presenti in parti diverse del cervello consentono alla memoria di ricordare fatti e sensazioni in quanto variazioni biofisiche o biochimiche, organizzandosi come tracce mnestiche createsi in conseguenza di processi di apprendimento ed esperienziali. Riportando al calcio, esercizi ripetuti con grande costanza in relazione ad una determinata situazione creano una traccia mnestica legata all’esperienza, che viene alla luce quando la situazione si ripropone. E fino a qui siamo ancora allo step dell’automatismo di primo livello, del sacchismo e del sarrismo fino allo scorso anno.
Questo meccanismo fondamentale dell’apprendimento di cui Sarri è molto conscio, non è solo un principio generico, in quanto ha portato con sé varie scelte pratiche, roba che poi ne parliamo al bar in pratica. Primo fra tutto il mercato estivo del Napoli per il quale Sarri ha chiesto di non vendere nessuno dei suoi calciatori che avevano sviluppato engrammi di gioco molto faticosi da apprendere. Gli è stato concesso da De Laurentiis che dal canto suo ha ottenuto in cambio di non dover comprare praticamente nessuno.
Adani però sottolineava l’adeguamento della traccia mnestica a situazioni differenti, ed è questa la grande novità del sarrismo 2.0 di quest’anno. I calciatori rispondono con feedback neurobiologici appresi a contingenze differenti, riuscendo in questo modo a modellarsi sulla diversità delle proposte avversarie e a rendere sempre con la stessa tipologia di calcio.
Un esempio molto chiaro e ben visibile durante la partita di sabato è stata la capacità continua di formare e riformare triangoli per far procedere il gioco d’avanzamento su linee diagonali. È un principio forte del calcio sarriano ma lo scorso anno alcuni allenatori sono riusciti a contrastarlo (vedi Gasperini con l’Atalanta). Sabato sera, nonostante un lavoro massacrante di Pellegrini e Nainggolan nel tagliare i fili dei triangoli di gioco, i calciatori del Napoli riuscivano camaleonticamente a ripartire con una nuova formazione triangolare e a procedere senza sosta verso la porta avversaria.
È questa nuova capacità modellante da evidenziare in questo Napoli e nella nuova edizione del sarrismo.

Sarri, Curry e la naturalezza del gesto sportivo

SSC Napoli v Club Brugge KV - UEFA Europa LeagueHo visto live sia il Napoli di Benitez che quello di Sarri. Sono due squadre quasi identiche. Un 4-3-3 con due ali tattiche molto brave nel coprire l’intera fascia. Cambiano solo due elementi: uno è di natura tattica, lo spostamento di Hamsik in mediana, recuperando quello che è stato l’errore più grande dello spagnolo, ovvero far giocare lo slovacco spalle alla porta.
L’altra differenza apre ad una riflessione più ampia. Il Napoli di Sarri muove il pallone (con gli stessi uomini, questa è la particolarità) ad una velocità molto più alta rispetto a quello di Benitez. Stessa cosa che ho visto nel Barcellona di Luis Enrique rispetto a quello di Guardiola.
E’ come se fossimo di fronte ad un miglioramento delle idee tattiche vincenti di questi ultimi 10 anni, una loro messa a punto non tanto da un punto di vista sistemico ma di impostazione generale, puntando soprattutto alla velocità del gesto, alla sua naturalezza, senza nessun protagonismo eccessivo che porta ad abbassare i ritmi.
Nel decennio che avevamo pensato ci portasse alla costruzione al laboratorio del campione fisicamente bionico, a predominare non è la potenza (ovviamente il talento di base è un presupposto dato per scontato) capace di surclassare gli altri, ma la dinamicità e la naturalezza del gesto sportivo. Stessa identica cosa che accade con Curry e Thompson nel basket NBA.
Più si è naturali più si è bravi e, cosa assolutamente non ovvia, più si vince.