Gli anni di Drazen Petrovic – Intervista a Stefano Olivari

Gli-anni-di-Drazen-Petrovic-copertina-OlivariImmaginate di tornare o di vivere per la prima volta (anche per chi, come me, era molto piccolo) il 1986. Un amante medio di sport avrebbe di sicuro seguito i Mondiali di calcio e la Coppa dei Campioni di basket. E guardando i due eventi, avrebbe ammirato quello che fecero Maradona e Petrovic in quell’anno.
Non sono un amante del tempo passato (come dirà anche Olivari nell’intervista), però ammirare atleti di questo tipo non è come farlo adesso con una coppia quale Messi-Curry. Maradona e Petrovic esprimevano qualcosa che andava oltre la semplice eccellenza sportiva ed anche oltre l’eventuale vittoria (anche se in quell’anno vinsero). Guardandoli ti rendevi conto che tutto era governato da un talento “umano troppo umano”, avrebbe detto qualcuno, ovvero una competenza del proprio sport in ogni senso che va oltre il training comunque necessario, oltre la preparazione fisica, oltre qualsiasi spiegazione tecnico-atletica.
Li guardavi in televisione e sembravano venirne fuori, prendevano l’intera scena, offuscavano addirittura il motivo per cui erano lì, erano il fulcro di tutto, l’unico motivo per guardare.
Leggendo il perfetto (è l’aggettivo migliore per chi riesce a mettere insieme giornalismo e narrazione al meglio) libro di Stefano Olivari, “Gli anni di Drazen Petrovic”, tutto questo viene fuori grazie ad un’analisi del personaggio che sa andare oltre la cronaca sportiva, senza scadere però mai nell’immaginazione spicciola. Olivari fa una biografia modello, termine di paragone da ora in avanti per costruire libri del genere ben equilibrati.

Alcune domande a Stefano Olivari.

Petrovic è mito per tanti motivi, ma forse il primo è per una serie di frontiere che ha superato. Quale per te la più importante?
La più importante è quella di avere reso credibili a livello NBA i giocatori di area FIBA. Non è stato il primo europeo a giocare con quelli che nel 1989 venivano ipocritamente ancora definiti “professionisti”, ma di sicuro è stato il primo a venire rispettato.

Dal libro emerge che Petrovic era un tipo umano molto normale (niente caratteristiche freak alla Leonard, ad esempio). Posto questo, è diventato Petrovic grazie al talento e alla determinazione. Qual è stato per te l’elemento davvero essenziale?
Il talento era clamoroso fin dall’adolescenza, mentre costruito è stato senz’altro il suo tiro. Da ragazzo era sotto gli standard dello jugoslavo medio, al punto da venire definito ‘Kamenko’ (‘Pietraio’, in croato) per la sua meccanica di tiro orribile, ma l’applicazione oltre il maniacale lo fece diventare il miglior tiratore d’Europa, sfruttando dal 1984 l’introduzione del tiro da tre punti, e poi della NBA. Non è un caso che l’anno scorso Steph Curry abbia fatto avere la sua maglia alla madre di Drazen, come omaggio a quello che è stato un mito non soltanto a Zagabria e Sebenico.
Per rispondere alla domanda, penso che l’elemento essenziale della sua grandezza sia stato la monomania. La pallacanestro era il suo mezzo per esprimersi, fuori dalla pallacanestro per Petrovic non esisteva niente: non gli interessavano soldi, donne, successo, riconoscimenti, fama. Lui voleva soltanto essere ritenuto il miglior giocatore di pallacanestro del campetto, di Sebenico, di Zagabria, di Jugoslavia, d’Europa, del mondo.

Mi sapresti definire con tre aggettivi gli atleti slavi?
Parlando per luoghi comuni, ovviamente, direi: coraggiosi, cattivi, intelligenti. Con la capacità di mostrarsi coraggiosi, cattivi e intelligenti anche quando non lo sono.

Si parla spesso di cosa avrebbe potuto fare la nazionale di calcio della Jugoslavia se fosse stata unita negli anni ’90. Invece una Jugoslavia nel basket?
La risposta è secondo me semplice: la Croazia medaglia d’argento a Barcellona 1992 se avesse avuto anche Djordjevic, Danilovic e Divac se la sarebbe giocata con il Dream Team e con tutte le nazionali americane degli anni Novanta. Le generazioni di serbi e croati venute dopo hanno prodotto campioni, ma non tanti fuoriclasse assoluti tutti insieme. Se nell’ultimo decennio la Jugoslavia fosse stata unita non credo sarebbe stata superiore alla Spagna dei Gasol, dei Rudy, dei Calderon e dei Navarro.

Alcuni elementi del gioco di Petrovic sono ritrovabili oggi nei migliori giocatori al mondo. Quali sono secondo te le principali eredità che ci ha lasciato in quanto giocatore di basket?
Sul piano tecnico il suo palleggio-arresto e tiro, il suo passo e tiro e il suo step back sono modelli da imitare nelle scuole basket. E infatti in molti lo hanno imitato. Sul piano del carisma credo sia inimitabile, non perché “una volta era tutto meglio”, anzi credo che ci siano state diverse guardie più forti di lui nella storia. È stato grande in un momento di passaggio, riuscendo ad essere stella in un paese comunista e negli Stati Uniti. Per entrare nella storia bisogna essere non soltanto grandi, ma esserlo al momento giusto.

Hai costruito un libro secondo me perfetto per completezza giornalisitca e costruzione di ambienti narrativi. Quale altro atleta ti spingerebbe a creare qualcosa di simile?
Grazie! Mi prendo volentieri i complimenti, non sono così falso da affermare che preferisco le critiche.
Per ciò che ha rappresentato Drazen per me e la mia generazione, in certi momenti una vera e propria ossessione, è impossibile che scriva una biografia come questa applicandola ad un altro personaggio, anche più importante di lui nella storia del mondo. Però ci sono alcuni altri campioni che mi hanno trasmesso tantissimo al di là delle prodezze in campo e che potrebbero ispirarmi un altro lavoro con dedizione totale. Quattro nomi di getto: Bjorn Borg, Francesco Panetta, Michel Platini, Monica Seles. Sono più freddo con gli allenatori, fatta eccezione per Telé Santana. Mi piacerebbe molto un libro intervista sincero, quindi scritto alla fine della loro carriera, con Mourinho e Allegri. Però nella mia testa rimasta infantile il campione, il roosveltiano uomo nell’arena, è chi va in campo.

Il Ball Footling

MSC-bARCELLONA-OKSpesso immagino come può essere un calciatore del prossimo futuro guardando quelli attuali. Da come è cambiato il calcio negli ultimi 10 anni una proiezione quasi certa è la continua ristrettezza del campo. Non si gioca più negli spazi degli anni ’80 e ’90, ma in 30 metri dove ci sono 20 calciatori. Aggiungi a questo il fatto che la velocità di base dei singoli calciatori è anch’essa aumentata e viene fuori uno stato di caos che pian piano stiamo ordinando.
Ricordo articoli angosciati di Mura alla fine degli anni ’90, in cui parlava di un calcio che era ormai una lotta di centrocampo in spazi ristretti fatta solo di pressing, falli e passaggi sbagliati. Aveva ragione, ma negli ultimi anni in cui avremmo dovuto vedere cose ancora più brutte, abbiamo assistito alla bellezza del Barcellona e non solo.
Il pressing non è stato abbandonato, anzi Guardiola impernia tutto il suo calcio su questo fondamentale di difesa attiva, i falli continuano ad essere costanti, a cambiare è l’ultimo elemento: i passaggi sono sempre meno sbagliati. Tutti nel 2000 pensavano che nel calcio doveva imporsi la potenza atletica e invece ha preso il sopravvento la tecnica. Attenzione però, non è la semplice tecnica di base a farci allontanare dal caos ma è una tecnica specializzata e curata nel dettaglio che, riprendendo dal basket, chiamerei “ball footling”.
Il ball footling è quella capacità di mantenere precisione di tocco ad altissime velocità ed in spazi molto ristretti. Il ball footling non fa parte della tecnica di Cruyff o di Platini, è già più vicina alla tecnica di Maradona, precursore in troppe cose, ma è pienamente quella di Messi, Neymar, Modric.
Come Curry ha sconvolto il basket americano con il suo ball handling pazzesco, così questi giocatori hanno tracciato una linea per il futuro dove ad essere necessaria è questa abilità che potremmo avvicinare al rococò in pittura, ovvero ad una esplosione di fantasia, leggerezza e dinamicità in ogni singolo dettaglio tecnico, nessuno escluso, per 90 minuti. Come per le esagerazioni rococò poi, bisogna stare attenti che il ball footling non scadi nel troppo decorativo e mantenga equilibrio compositivo all’interno del gioco complessivo della squadra.
Mettere insieme giocatori con alto livello di ball footling è la ricetta per creare una grande squadra nel prossimo futuro. L’MSN del Barcellona attuale è un esempio, ma sempre di più il ball footling deve essere competenza diffusa da sviluppare in tutti i calciatori di una sqaudra per non avere disequilibri e falle.

Come ci fanno gli auguri (analisi post dei primi 5 classificati del Pallone d’oro 2014)

Per un’insana voglia di 2.0, mi sono messo a fare una cosa un po’ nerd, ma che mette insieme le mie diverse cose. Ho preso e analizzato i post di fine anno dei primi 5 (in realtà di Robben non ho trovato nulla e l’ho sostituito con Lahm) classificati del Pallone d’Oro 2014. Ne vorrei velocemente definire gli approcci di marketing per capire (alla buona, ci vorrebbe un’analisi più approfondita e noiosa) come i loro personal brand si differenziano.
Il primo è Cristiano Ronaldo, che si spara un bel vestito della domenica bianco latte con cravata lilla e guarda in camera come se avesse appena ricevuto chissà cosa da una delle tante. Al netto delle battute, il post rispetta pienamenta i brand value del marchio; sogno, desiderio, lusso emergono dall’immagine e leggermente contrastano con un’ambientazione meno glamour del previsto. L’obiettivo raggiunto del lusso quotidiano, che è nato dal basso e adesso si bea del suo stato, si completa poi con un testo assolutamente inspirational, che ha come social objective lo sharing più che i commenti. Cristiano vuole diffondere un messaggio non tanto piacere ad un suo target, mira a crescere in fans e non si espone in maniera diretta, lascia parlare concetti universali e imprescindibilmente positivi.

ronnie

Il post di Messi è ancora più quotidiano e “rubato”, sembra una semplice foto a caso. Anche qui il valore del “talento tranquillo” emerge subito e con forza. Se fossi nei social media manager di Messi io punterei forte sul concept del genio unico, ma in questa fase stanno spingendo molto su quella del ragazzo come te. Testo e immagine sono molto più dirette rispetto a Cristiano, con il testo che fa da headline e non è il massimo dell’engegament. L’obiettivo è creare consenso attraverso like e retweet ed i risultati in termini di interest rispetto a Cristiano sono sicuramente peggiori.

Messi

Neuer, da buon tedesco, si limita a scrivere un breve messaggio di auguri ma aggiunge due elementi molto importanti e decisivi per il brand: fa una domanda agli utenti, attivando chiaramente un processo di comments molto forte, e fa subito passare l’idea dell’efficienza teutonica accennando al fatto che dopo 2 giorni sarebbero ripresi gli allenamenti. Scrive solo in tedesco e si limita quindi ad un’audience che richiede ai propri idoli di restare sempre sul pezzo. Pensate alla faccia di un tifoso Bayern di 50 anni che vede stravaccato Neuer a tavola come Ronaldo? Perfetta gestione del messagio in relazione al target, zero ispirational e 100% focused.

Neuer

Thomas Muller osa e pubblica un video di auguri. Conosco quasi niente di tedesco ma credo parli del 2015 e dei propositi per il 2016. L’idea è sicuramente buona ma il taglio da documentario “History Channel” non è sicuramente il massimo. Restiamo in atmosfera teutonica ma per un video del genere ci voleva dell’altro anche in quel contesto. Nel testo, al di là degli auguri, sottolinea anche lui il concetto di “Motivation” che il target richiede a presciendere come core di qualsiasi personal brand. Engagement ovviamente basso.

Muller
Lahm è il più “aziendalista” di tutti. Posta un’immagine con testo in inglese a cui aggiunge in tedesco una semplice frase di auguri. Anche lui rientra nell’efficienza teutonica e presenta i suoi valori in maniera chiaramente intellegibili: competenza e sicurezza. Faccia soddisfatta e serena, ma mai oltre, verso la contentezza latina. Il tone of voice è istituzionale e vuole rafforzare la consideration di cui gode pienamente il personaggio. L’obiettivo dei like è sicuramente raggiunto.

Lahm

Solo Lahm mostra riferimenti al proprio team. Sembra lui l’unico vero capitano.

Il più grande record di Messi

Messi_primo_rigore_procuratoUn paio di settimane fa, nella partita casalinga contro l’Atletico Madrid è successo qualcosa di straordinario, nel calcio in generale e in quello attuale ancora di più: Messi si è procurato il primo rigore della sua carriera in Liga.
Sono tanti anni che si vede Messi giocare e segnare e questa notizia non me l’aspettavo. Se mi avessero chiesto quanti rigori nella sua carriera fino a questo momento avesse procurato Messi, avrei detto almeno trenta. Invece, (ribadisco) incredibilmente, è il primo.
Questo dice un paio di cose sulla Pulce: prima di tutto che fino ad oggi è stato praticamente imprendibile. Beccarsi un rigore con i difensori che scorazzano oggi è, diciamocela tutta, molto facile: giocando a zona spesso devono chiudere spazi aperti e possono farlo soltanto correndo a tutta velocità verso zone dell’area di rigore scoperte oppure entrando in scivolata. Possibile che con tutto quello che ha dovuto sopportare Messi in questi anni, nessuno lo ha mai preso e atterrato? Vuol dire che non riuscivano nemmeno a prenderlo perché era troppo rapido, troppo diverso, troppo imprevedibile, qualcosa di mai visto.
Altra cosa: Messi è un calciatore con una, la chiamerei, dignità ludica ineguagliabile. Ma chi, come Messi, non avrebbe messo il piedino fra quelli di un difensore qualsiasi e ruzzolato neanche fosse morto? Lo fanno tutti, senza avere quella velocità e quella prontezza. Messi ti potrebbe indurre al fallo almeno 10 volte a partita. Ma lui ti fa allungare il piede o ti fa spostare con l’anca non per arrivare al contatto e buttarsi, ma per saltarti, per puntare alla porta e fare gol. Non si accontenta del massimo dall’occasione, vuole il meglio dal gioco.
Queste due cose insieme mi fanno riflettere su Messi. In questa sua corsa verso la cima maradoniana lo abbiamo fatto salire e scendere dall’ottovolante troppo rapidamente. Prima era il bimbo d’oro che mostrava miracoli e correva verso il trono del Diez, dopo il Brasile è il discendente campione che ha sfiorato il paradiso solo per un attimo.
Messi è qualcosa di grande, impossibile da prevedere in questi anni un po’ bui per quel che riguarda i fuoriclasse veri.
Godiamocelo tanto perché non ce ne sono troppi in giro come lui.