Archivi tag: Mondiali

I Mondiali su Mediaset sono una grande sorpresa

Io dei giornalisti Mediaset conosco solo Enzo Palladini. Conoscendolo mi sono sempre chiesto perché la qualità della sua scrittura (non per webvendita, ma il pezzo su Ronaldo nella melma di Mosca scritto per “Mosca Football Guide” ad esempio è una perla) non fosse sempre il marchio della redazione sportiva Mediaset. A dire la verità ho visto poco sport su Mediaset in questi anni, ma il mood che mi arrivava e che mi raccontava chi invece seguiva le trasmissioni con costanza era quello abbastanza classico dei “nani e ballerine”, da contorno ad un calcio visto sempre troppo di struscio per interessare davvero (almeno me). Per me lo sport su Mediaset erano i primi 5 pezzi di Hit Mania Dance sotto un po’ di gol e immagini al rallentatore e via andare.
Adesso che sto vedendo i Mondiali mi sono accorto di essermi sbagliato.
Da spettatore principalmente di Sky negli ultimi anni penso che in alcune cose Mediaset in questi Mondiali sia addirittura migliore. Come ha fatto a superarli? Beh, la ricetta è sempre la stessa, affidarsi ai giovani, gli unici che possono dire e fare qualcosa di non detto e non fatto.
Un esempio sono i servizi. Dalle voci che sento sono tutti molto giovani e hanno un ritmo che ti appiccica al televisore. L’altra sera andò un servizio su Harry Kane che era ad un passo dal Livorno davvero fantastico. In rete non sono riuscito a trovarlo, ma ve lo consiglio vivamente.
L’altro esempio sono le telecronache delle partite. Piccinini è ormai un vecchio amico, roba da fine anni ’90, Pardo è forte, è bravo vero, ma io sono telecronachisticamente innamorato di Alessandro Iori, altro giovane. Per grammatura della voce, modulazione del ritmo senza strepitii insensati e capacità descrittive sul confine fra radio e televisione è la cosa nuova più vicina a Bruno Pizzul.
Poi c’è Pardo. Ascoltai l’anno scorso Pierluigi Pardo all’Overtime di Macerata e mi sorprese. Davvero grandi competenze che riesce a tenere insieme in un discorso sempre interessante. Al di là di questo, parlando proprio di come a Mediaset si fa intrattenimento legato allo sport, e nello specifico del suo programma Tiki Taka, disse che l’unica volta che per tutta la puntata volle toccare temi completamente seri e legati a questioni di campo, lo share crollò.
Da vecchio progressista (parola che ormai se nomini prendi pure una scarpata in faccia), sono ancora convinto che non ci si deve adeguare ai gusti, ma saperli guidare verso qualcosa che è oggettivamente di maggiore qualità, per cui il discorso “alla fine gli diamo quello che vogliono” non mi è mai andato giù. Tiki Taka Russia ad esempio non è affatto un programma da “nani e ballerine”, come pensavo appunto dell’intrattenimento sportivo Mediaset, è molto godibile e quello che mi piace tra le altre cose è l’uso corretto degli ex calciatori. Per questo magari scrivo un pezzo a parte, ma in estrema sintesi credo che se non sei Adani, Bergomi e Ambrosini, di regola gli ex calciatori dicono cose che potrebbe dire anche mio cugino Giuseppe che vede calcio da 55 anni. Quello che gli ex calciatori hanno in più degli altri è quello che Pardo cerca sempre di tirargli fuori, ovvero le testimonianze dirette, quello che in passato hanno vissuto, cercando di connettere sensazioni tra passato e presente che solo i calciatori di livello conoscono davvero e possono comunicarti. Faccio un esempio così mi spiego meglio. Chiedere a Paolo Rossi cosa pensa dell’Inghilterra, al che ti risponderà “è una bella squadra che corre, ma deve stare attenta alla Colombia” non ti dà niente. Chiedergli quali sensazioni si provano a giocare partite come quelle che stanno per giocare le squadre dagli ottavi in poi ti coinvolge nel discorso in una maniera del tutto diversa, perché solo Paolo Rossi e altri 100 uomini in Italia ti sanno dire cosa davvero si può provare.
La scelta di prendersi e pagare un Mondiale senza l’Italia è stata molto coraggiosa ma ha pagato. Lo share è altissimo e si toccano picchi record per le reti addirittura da quando esistono. Sapere che anche Iran-Marocco fa uno share molto alto poi ti fa sentire bene, ti fa capire che gli italiani in fondo amano questo gioco e che se c’è Januzaj al posto di Immobile in un certo senso va bene uguale.
A fine Mondiale sono sicuro che in Mediaset si seguirà in qualche modo l’onda, creando ancora buona televisione. Se si unisce la competenza e la classe di Palladini e gli altri alle idee dei giovani si faranno grandi cose.

I 100 motivi per vedere un Mondiale senza Italia

Per le punizioni di Fekir
Per vedere se Messi eguaglia Maradona
Per le serpentine inconcludenti di Sterling
Per vedere quanto è vecchio e nuovo un centravanti come Harry Kane
Per scoprire anche la seconda maglia della Nigeria
Per godersi gli inserimenti di Dele Alli
Per capire quanto è forte Lo Celso
Per vedere Goretzka spaccare le difese
Per vedere Pizzi guidare l’Arabia Saudita.
Per vedere giocare ai Mondiali uno nato nel 1973.
Per vedere il miglior Dzagoev.
Per vedere parare un rigore a Muslera.
Per vedere un centrocampo Vecino-Torreira-Nàndez.
Per immaginare insieme a lui i passaggi di Sardar Azmoun.
Per vedere le uscite basse di Rui Patricio.
Per ammirare l’equilibrio tattico di Raphael Guerreiro.
Per Iniesta.
Per Saùl che prende il testimone da Iniesta.
Per vedere se Iago Aspas alla fine gioca titolare.
Per Daniel Arzani che diventa il nuovo Cahill.
Per la cazzimma di Tom Rogic
Per i miracoli che farà Kasper Schmeichel.
Per far avverare la piccola favola di Krohn-Dehli.
Per vedere quanto conta in una squadra Eriksen.
Per vedere Pavard giocare titolare.
Per i momenti in cui giocano insieme Matuidi-N’Zonzi.
Per la possanza di Renato Tapia.
Per vedere se i due portieri dell’Al-Ahli prenderanno il posto a quello dell’Al-Hilal.
Per veder giocare Kutepov, cresciuto nell’Akademija Togliatti.
Per vedere la regia difensiva di Fazio.
Per vedere gli ultimi fuochi di Mascherano.
Per non aver mai visto prima la velocità di Pavón.
Per la bellezza nell’intesa Modric-Rakitic.
Per desiderare Jedvaj al centro della difesa della tua squadra.
Per la concretezza di Sigurdsson.
Per la completezza fisica di Bodvarsson.
Per i momenti (pochi purtroppo) di Musa.
Per vedere un calciatore del Crotone, Simy, giocare i Mondiali.
Per vedere come Alisson diventa il miglior portiere al mondo.
Per le tracce interne suggerite da Renato Augusto.
Per vedere se Bryan Ruiz fa ancora il fenomeno.
Per le curve larghe prese da Joel Campbell.
Per ammirare in silenzio Gamboa.
Per la classe ancora in ascesa di Kolarov.
Per un giocatore che varrà un botto dopo i Mondiali come Milinkovic-Savic.
Per sperare che Pjaca giochi tanto.
Per come gioca fra i pali Sommer.
Per i calci d’angolo di Ricardo Rodriguez.
Per un Mondiale inaspettato di Lee-Seung-Woo.
Per vedere Hwang Hee-Cha e gli attaccanti del futuro.
Per i momenti in cui ci sono Reus e Brandt in campo.
Per la generosità di Layún.
Per gli scambi palla a terra Neymar-Coutinho.
Per vedere giocare Rónald Matarrita.
Per la mano tesa sul petto di capitan Guardado.
Per le torri di Toivonen.
Per capire come fa giocare il Belgio Roberto Martinez.
Per i tiri sul secondo palo di Eden Hazard.
Per la difesa a tre dell’Inghilterra.
Per la corsa di Trippier.
Per la carrozzeria di Felipe Baloy.
Per il coraggio di Ellyes Skhiri.
Per Murillo, che è forte.
Per la saggezza di Fabra.
Per Carrasco da quinto di centrocampo.
Per il bene voluto da sempre a Kawashima.
Per capire se è buono davvero Mahmoud “Trezeguet” Hassan.
Per la presenza tattica di Saeid Afagh.
Per le facce in trance dei calciatori durante l’inno del Marocco.
Per le fasi in cui il Portogallo fa giocare Bernardo Silva, Joao Mario e Bruno Fernandes insieme.
Per la qualità in fascia di Marco Asensio.
Per vedere come si gioca un Mondiale van Marwijk a 8 anni di distanza.
Per ringraziare Tim Cahill.
Per vedere quanto è migliorato Cornelius.
Per Mbappé quando punta gli avversari.
Per tutto quello dà in campo Christian Cueva.
Per scoprire Karim Ansarifard.
Per Dybala che deve imporsi in Nazionale senza chiedere permesso.
Per Iwobi che diventa un calciatore vero.
Per le smarcature di Drmic.
Per Timo Werner che diventa il nuovo Klose.
Per immaginare almeno un presente migliore per il duo Giovanni dos Santos-Carlos Vela.
Per capire se Pickford è il portiere che si cercava da decenni.
Per i tiri di Wahbi Khazri.
Per le coperture sui cross avversari di Davinson Sanchez.
Per i momenti in cui giocano insieme Usami e Shibasaki.
Per vedere di nuovo all’azione il duo Milik-Lewandowski.
Per come irride fisicamente gli avversari Koulibaly.
Per l’anarchia quieta di Sadio Mané.
Per invidiare quelli che vedono una partita all’Otkrytie Arena.
Per vedere se Keita è ancora in crescita.
Perché è arrivato il momento di una nuova Brasile-Argentina.
Per farsi trasportare da Cristiano Ronaldo.
Per seguire la crescita di Lucas Hernandez.
Per vedere se gioca Higuain o Aguero.
Per capire se davvero Thiago Silva non è più uno fra i cinque migliori difensori al mondo.
Perché non puoi non seguire uno che si chiama Eltsin Tejeda.
Per le esultanze di Aleksandar Mitrovic.
Per la voglia che ci mette sempre Bjarnason
Per ammirare James Rodriguez giocare in libertà.
Per tifare sempre per il più debole.

Qual è stato il tuo dolore calcistico più grande?

Italia-Svezia mi ha tirato fuori il dolore sportivo vero che non provavo da un po’.
Il dolore sportivo è ovvio (se non sei tifoso esclusivamente della nazionale di basket degli USA o di Connecticut nella NCAA del basket donne), necessario (io sono sicuro che i tifosi juventini vorrebbero perdere questo scudetto per poi rivincerlo con la cazzima il prossimo anno) e fortificante (se non ti fa effetto l’Italia fuori dal Mondiale, non ci parliamo nemmeno).
Detto questo, i miei dolori sportivi più grandi riguardano anche i primi ricordi in questo ambito. Il primo l’ho sentito alla fine della partita contro la Francia ai Mondiali del 1986. Il giorno di Italia-Germania Ovest 3-1 compivo 2 anni. Non ricordo nulla, ma qualcosa deve essermi rimasto di tutta la gioia che c’era stata. Per questo a fine partita iniziai a piangere come un disperato, tanto che mia madre dovette farmi la camomilla bollente, quando fuori c’erano ancora 28 gradi.
Il secondo invece è datato 1 maggio 1988 e fa riferimento alla sconfitta del Napoli contro il Milan di Sacchi, partita che diede lo scudetto ai rossoneri e negò il secondo scudetto consecutivo a Maradona & C.
Di questa partita un mio amico ha detto che è stato il momento esatto in cui ha iniziato a bere.

Qual è stato il tuo dolore sportivo più grande?

Ventura o Sacchi. Con chi stare?

Arrigo_Sacchi_ Giampiero_VenturaLa querelle fra Ventura e Sacchi è interessante, non solo dal punto di vista giornalistico, ma anche per un approccio critico alla materia calcio.
Sacchi ha rivluzionato il gioco. Infatti si parla di rivoluzione sacchiana, mentre da lui in poi per gli allenatori contemporanei si usa correttamente il suffismo -ismo. Lo si fa per sottolineare che le innovazioni sostanziali di Sacchi sono state poi riprese in maniera da tanti altri allenatori, creando i loro stili personali: mourinhismo, sarrismo, contismo, cholismo sono tutte maniere che esaltano dei principi sacchiani, migliorandoli (Guardiola credo sia al pari livello e Sacchi stesso lo evidenzia quando scrive).
Detto questo, Arrigo Sacchi può e deve parlare e scrivere per principi. Il possesso dominante, il ritmo e l’occupazione attiva degli spazi fra le altre sono idee e principi che il fusignanese ha portato nel calcio rendendoli “istituzionali” e non test da laboratorio come l’Olanda ’70. Da Sacchi in poi gli allenatori di calcio devono conoscere e utilizzare determinati principi, poi le sfumature e le contingenze fanno il resto e creano le differenze.
Ventura, toccato da Sacchi il quale ha criticato un approccio un po’ monocorde e poco dominante degli Azzurri contro l’Albania, ha fatto la genialata. Non è sceso sul campo dei principi come altri allenatori criticati da Sacchi prima di lui, ma si è buttato sul pratico. “Mi hanno girato le partite dell’Italia in USA nel 1994. Contro l’Irlanda il primo tiro è al 70′, mentre contro il Messico la nostra partita fu imbarazzante”.
Dopo l’uscita di Ventura bisogna adesso capire dove stare. Con Sacchi, il quale può chiedere di aderire a principi di gioco che non tengono conto della materia umana e soprattutto degli obiettivi pratici di un Ventura, il quale se fa giocare alla grande la sua squadra ma non va in Russia viene distrutto da FIGC e critica? Oppure dobbiamo stare con Ventura e valutare ogni principio di cui i maestri parlano, andando a considerare la messa in pratica degli stessi?
Se ne esce difficilmente e ognuno ha la sua ragione, ma io mi schiero. Sto con Sacchi. I principi sono lì, da tenere come orizzonte. E i maestri devono ricordarli e ribadirli ogni volta possibile. Pensare di evitarli perché non sono mai diventati realtà da chi li professa non è un modo per migliorare. Tendere verso è quello che bisogna fare per crescere, sapendo anche che non si raggiungerà mai quell’orizzonte.