Come gioca Barella con l’Italia?

Di Alessandro Mastroluca

Da quando si è sposato, ha rivelato, si è scoperto meno incline al disordine. In campo, nella più importante delle cose meno importanti, Nicolò Barella si avvia su un percorso non tanto dissimile. È un istintivo, che a Cagliari gioca da trequartista e il ct Mancini in nazionale vede più come mezzala. In azzurro può assecondare di più quella che sente come sua indole, può interpretare il ruolo che avverte più naturale. “Maran mi dà dei compiti ben precisi. Grazie a lui sto crescendo tantissimo da un punto di vista tattico. Il mio ruolo? Per gli infortuni dei miei compagni ho iniziato a fare il trequartista e sin qui sta andando bene. Credo, tuttavia, di essere una mezzala”, ha detto a marzo alla tv sarda Videolina. “Quando sono arrivato in prima squadra sia Cossu che Conti sono stati decisivi per farmi capire il valore di questa maglia. A me piace studiare i calciatori con cui gioco e Andrea lo studiavo tanto”.

Guarda a Modric come modello, lo inorgoglisce l’accostamento a Nainggolan che vorrebbe giocare con lui. È “determinato, intenso, vivace e intelligente. Sembra una bottiglia di champagne appena stappata” diceva a Mondo Futbol Francesco Rocca, che l’ha allenato nella nazionale Under 18. “In campo mi piace correre, sono uno spirito libero”, racconta in un’intervista esclusiva al canale ufficiale Youtube della Serie A.

Mancini mette il suo spirito libero al servizio di un progetto di calcio fluido. Nell’amichevole contro gli Stati Uniti, nelle partite di Nations League in Polonia o contro il Portogallo, lo schiera come mezzala nel 4-3-3. Nello sviluppo della partita, il ct ricerca una configurazione asimmetrica e meno rigida. Il percorso comincia a diventare chiaro nello 0-0 contro i portoghesi. L’occupazione degli spazi porta Barella ad occupare i corridoi interni, gli half-spaces, sul centro-destra, mentre Insigne si allarga a sinistra. L’Italia, di fatto, imposta a tre dietro con due play, Jorginho e Verratti, più vicini.
Barella, che ha esordito a ottobre contro l’Ucraina, in nazionale si è adattato a uno scenario diverso, ha interpretato un ruolo meno creativo, più essenziale.

Le heatmap che sintetizzano le porzioni di campo che ha occupato contro Polonia e Portogallo in Nations League (dati Opta) raccontano un centrocampista box-to-box molto concentrato a non uscire dalla fascia di competenza. La partita di San Siro contro i portoghesi intensifica l’evidenza di un maggiore inquadramento dell’istinto di Barella. Un effetto collaterale di una struttura tattica che abbina pressing alto e predilezione per il gioco corto, con la presenza di un riferimento offensivo come Immobile. Rispetto al tridente leggero testato in Polonia (Chiesa-Insigne-Bernardeschi), un attaccante come il bomber della Lazio, per quanto non corrisponda al profilo classico del centravanti d’area, ingessa un po’ di più le posizioni dei centrocampisti offensivi.

A Cagliari, dove parte da sinistra, la centralità di Barella si traduce nei 51 passaggi di media a partita rispetto ai 44,6 dell’anno scorso e nell’aumento significativo dei tiri (da 1 a 1,52 ogni 90 minuti). Cerca tanto la conclusione da fuori area: 24 su 33 totali la scorsa stagione, 31 su 45 finora in questo campionato. Anche a costo di affrettare i tempi e di perdere qualcosa in termini di precisione. Non è casuale il passaggio da 0,4 a 0,7 tiri fuori dallo specchio ogni 90 minuti in campionato. A fronte di un leggero aumento nei passaggi chiave, che mandano al tiro un compagno (1,2 in Serie A), quest’anno perde anche 3,3 palloni di media a partita (1,4 più della passata stagione). L’indizio di un’ambizione che lo induce a pensare troppo quando non ha la giocata immediata da completare negli spazi stretti, dubbi che più facilmente vengono a chi ha tante opzioni. Mancini gli ha chiesto qualche gol in più e contro la Finlandia gli ha assegnato una posizione diversa, da trequartista nel 4-2-3-1 atipico, con Kean che parte alto a sinistra. Gli ha consentito così di prendersi più libertà, di svariare su entrambi i fronti dell’attacco. Il movimento prevalente vede Barella cercare spazio lungo il corridoio di destra così da tenere Bernardeschi alle spalle della punta e aggirare la densità difensiva dei finlandesi disposti con un 5-4-1 molto coperto e compatto.

In questa configurazione Barella, che ha vinto uno dei quattro contrasti tentati con la Finlandia, può far valere l’inclinazione che meno appare. “Recuperare il pallone in scivolata è quasi come un gol”, ha detto nell’intervista al canale della Serie A. “Mi piace sentire il boato del pubblico, rialzarmi e avere il pallone tra i piedi. C’è dell’istinto, perché se non ce l’hai non ti viene di inseguire un avversario per cinquanta metri”. Ecco l’istinto, che torna ad alimentare un modo di interpretare il ruolo di mezzala, di per sé plurimo e multiforme, con la calviniana leggerezza della pensosità, con orgoglio e responsabilità, con la generosità che un po’ degenera in una fama non del tutto meritata di cattivo. Qualità che all’Italia di Mancini servono. Serve la scivolata e serve lo champagne della progressione. Serve anche, ed è in questo che si misureranno le possibilità di Barella di diventare davvero un top player in un top club, un rendimento più costante, più efficace quando c’è da pensare e non soltanto da assecondare un’ispirazione irriflessa. C’è da passare dal disordine all’ordine anche in campo, come a casa.

Dove siamo? L’Italia è almeno in viaggio.

Bisogna davvero chiedersi dove siamo oggi, perché sappiamo dove siamo stati, nel fondo di una eliminazione ai Mondiali che non accadeva da 60 anni. Quella sconfitta, che non è solo di una squadra ma del movimento nella sua interezza, vista oggi sembra una pietra angolare. O almeno a partire da quella sconfitta epocale sembra che alcune cose fondamentali siano state capite.
In primo luogo che il calcio di oggi è solo in minima parte la scia di una tradizione. Ci siamo cullati fino all’altro ieri che le nostre prerogative e caratteristiche erano sempre la base di tutti i nostri beni. Invece ci siamo accorti, con una secchiata d’acqua gelata in faccia, che dobbiamo seguire gli altri, se gli altri sono più bravi di noi. Con Conte questa idea era già chiara, con Ventura si è semplicemente tornati al mainstream del: “alla fine semo l’Italia”. Oggi guardiamo al meglio del calcio contemporaneo per imparare, senza nessuna voglia di fare i maestri. Per noi è già molto.
In secondo luogo abbiamo forzato la mano, con grande merito di Mancini ed Evani. Loro due hanno deciso di far crescere i giovani, in esperienza ma soprattutto in consapevolezza propria e altrui, contromano rispetto alla strada normale. Invece del classico percorso club-nazionale, sono andati nella corsia opposta, convocando Zaniolo quando non aveva ancora esordito in Serie A, dando centralità a Kean e facendo avvicinare alla maglia azzurra tanti altri giovani calciatori. L’idea è da una parte di forzare la mano alle società, che anche grazie allo stimolo nazionale hanno “dovuto” puntare di più su di loro, dall’altra quella di responsabilizzarli subito, senza farli crescere con il bisogno sempre presente dei passi troppo lenti.
Infine si sta definendo un’idea di nazionale-club di cui parliamo dagli anni di Sacchi, senza che si sia mai avverato. Basta vedere il fatto che non solo si è scelto un modulo, ed è già una notizia perché fino ad oggi il CT per definizione si “adattava al materiale umano”, ma che intorno a questo si siano già definiti i compiti degli uomini che occuperanno quel posto. Il fatto che nel 4-3-3 gli attaccanti esterni debbano saper giocare con i centrocampisti, entrando nel campo per costruire la manovra in una prima fase del gioco, porta con sé la scelta di determinati calciatori e la quasi sicura esclusione di altri, senza quelle caratteristiche.
Sono tutti e tre punti di partenza spesso sbandierati (vi ricordate gli anni in cui dovevamo “spagnolizzarci”, senza però comprendere cosa volesse dire?), ma poi mai portati avanti seguendo una logica davvero concreta. Questi tre piccoli passi per adesso ci hanno fatto solo iniziare un cammino di risalita dal fondo in cui siamo stati. Dove si potrà arrivare è un luogo ancora misterioso, ma almeno oggi possiamo goderci la bellezza del viaggio.

Le parole che valgono più di un centravanti

Questo pezzo nasce da una serie di immagini confluite chissà perché in un unico posto del cervello. La prima immagine era di una partita della Nazionale in estremo oriente, non ricordo in verità di quale partita si tratta, vado a memoria senza appigli. I tifosi avversari ci gridavano “Catenaccio”. I giornalisti commentarono che lo facevano per sfotterci, mentre io chiesi ad un ragazzo giapponese molti anni dopo e mi disse che lo facevano per sottolineare una nostra peculiarità, quasi per adularci. Usiamo una parola che nel calcio voi avete introdotto per sottolineare la vostra tradizione, la vostra bravura e per rendervi onore.
Durante le partite di sabato ai Mondiali di Russia invece ho altre due immagini dentro la testa. La prima è quella di Yung, centrocampista della Corea del Sud che sbaglia un tiro, si gira di scatto e dice chiaramente: “De puta madre” (non ha mai giocato in Spagna).
La seconda immagine è di Reus che pareggia contro la Svezia, corre verso il centrocampo per riprendere subito il gioco e dice a sé e ai compagni “Vamos!” (non ha mai giocato in Spagna).
Queste tre immagini mi hanno fatto elaborare dei pensieri.
Quando i coreani (non ricordo se erano ragazzi coreani o giapponesi, per farla facile diciamo coreani) usavano parole italiane per parlare di calcio, noi eravamo al top, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, le nostre squadre di club arrivavano in finale di Champions League anche in coppia è da lì a poco avremmo vinto il nostro quarto mondiale nel 2006.
Oggi quello che facevamo noi in quella fase storica riesce alla grande alla Spagna e il vocabolario è cambiato, con l’ingresso di tante parole spagnole, come se usando le loro parole gli altri pensano di avere la loro bravura, il talento e la forza.
Spiegato il perché ieri si utilizzava “catenaccio” e oggi si grida “Vamos”, è importante procedere nell’analisi e farne un discorso sulle identità.
Io sarò eternamente grato al mondo globale. Se qualcuno legge questa cosa che sto scrivendo è perché posso andare al di là della piccola dimensione territoriale in cui sono nato e cresciuto, per cui questo mondo è fantasticamente più bello e pieno di opportunità rispetto al passato e dobbiamo esserne solo felici.
Quello che odio però è l’omologazione. Non io, che sono l’ultimo degli stronzi, ma Monchi pochi giorni fa, nel momento in cui la Roma certifica l’acquisto di Cristante, ha detto che se ci si vuole affermare ad un livello globale, come quello delle sfide europee nel calcio, bisogna avere una fortissima identità nazionale, se non addirittura territoriale, da cui partire per costruire poi una vera dimensione internazionale.
Questo è assolutamente rivoluzionario nel calcio italiano e non solo.
Nel calcio, ma io mi allargherei alla società, abbiamo lasciato il discordo sulle nostre identità specifiche solo ai sovranisti, ovvero a chi vuole imporre la propria identità come negazione rispetto alle altre e non come differenziazione positiva. Se restiamo nel nostro, dire e far giocare i giovani italiani invece degli stranieri è una cazzata, creare un’identità italiana è il futuro.
L’altro non lo dobbiamo solo accettare, lo dobbiamo conoscere a fondo, dobbiamo imparare tutto da lui, farlo diventare fratello, ma non ha senso voler diventare lui, scimmiottandone le specificità, nello sport vuol dire partire battuti. In questa fase dobbiamo essere influenced più che influencer, ma pensando di diventare di nuovo i migliori.
Quindi, per spiegare meglio, l’identità italiana deve affermarsi nel calcio, il che non vuol dire “prima i calciatori italiani”, ma creare un ecosistema basato su valori, concetti chiave e parole (perché le parole sono molto importanti) che siano molto italiani, completamente basati sulla nostra tradizione e la nostra specifica idea di futuro.
Per dirlo in maniera ancora più semplice e pratica: se un calciatore nato a Castelfranco Veneto invece di sacramentare come sanno fare solo i veneti, dice “De puta madre”, bisogna cazziarlo come fa Gattuso per un passaggio sbagliato. Se siamo così omologati che anche le emozioni violente sono filtrate da un glossario di base che non è più nostro, bisogna incazzarsi. Se non cambiamo le parole, non potremo mai più lottare per vincere con chi possiede il vocabolario del calcio.
Piccola postilla: non so se dovremmo arrivare ai livelli di Insigne che urla “A bucchin’ e mammt” ad uno della panchina del Manchester City, però potrebbe essere un piccolo inizio che serve per traumatizzare tutti.

Questo è l’uomo giusto per la Nazionale italiana

Molti appassionati di calcio e nazionale italiana non conoscono Sam Hinkie. Questo olandese laureato a Stanford è stato il General Manager dei Philadelphia 76ers dal 2013 al 2016 e lavorando per una franchigia che non aveva nessuna speranza da titolo nell’era Lebron-Curry, decise di guardare più avanti e strutturare un processo, definendone un vero e proprio brand, “The Process” appunto, secondo il quale la squadra doveva continuamente perdere negli anni successivi, in USA si chiama tanking, e cedere i giocatori in quel momento migliori per accaparrarsi scelte altissime al draft e costruire una squadra da titolo dopo cinque-otto anni.
Il Process è partito e si è sviluppato portando a Philadelphia giocatori come Joel Embiid, Ben Simmons e Markelle Fultz, scegliendo quindi non solo il meglio fra i cestisti giovani, mai buttati nella mischia al loro primo anno di contratto (comunicando infortuni veri soli in parte) per aiutare a strutturare anche fisicamente un giovane per l’impatto con il mondo NBA.
È stata una scelta mai vista in maniera così strutturata e soprattutto sistematica negli anni ed ha fatto così tanta paura che il Commissioner NBA Adam Silver lo ha praticamente esautorato, riuscendo a farlo sostituire da Jerry Colangelo.
Ora siamo a metà del Process e possiamo chiederci: Hinkie aveva ragione? Oggi i Philadelphia 76ers sono quarti ad Est, ad una partita dai Cleveland Cavaliers che hanno il miglior giocatore (almeno) del ventennio, Joel Embiid sotto i tabelloni fa paura e Ben Simmons al suo primo anno di NBA già piazza triple doppie come se non ci fosse un domani, mentre Fultz è a fare il primo anno sabbatico (Colangelo non è scemo, ha preso tanto dal predecessore).
Tutto questo per dire che la Philadelphia pre-Hinkie è molto simile a questa Italia del calcio, con calciatori di riferimento ormai vecchi, giocatori non più giovanissimi che si portano il peso della sconfitta epocale contro la Svezia (come abbiamo scritto a novembre, quella partita ha davvero segnato le carriere, quelle sono partite che cambiano tutto) e soprattutto il grande problema della generazione perduta, ovvero tutti quei calciatori, dal 1990 al 1995, che per varie cause su cui si aprirebbe un mondo di discussioni non hanno retto le tante aspettative riposte in loro (nel 2010 l’attacco per questo Mondiale russo doveva essere Giuseppe Rossi, Balotelli, El Shaarawy).
Credo sia una scelta assolutamente sensata lasciar perdere questa generazione e puntare direttamente sulla generazione 1997-2002, ovviamente tankando la Nations League, il prossimo Europeo (a cui dovremmo qualificarci comunque ma da giocare con giovanissimi senza nessuna pretesa) e addirittura il prossimo Mondiale, chiedendo alla squadra soltanto di qualificarsi (poi dipende dalle grandi che incontri nel cammino). Dopo la partita con l’Argentina la sensazione di impotenza è talmente grande che pensare di ricostruire per l’ennesima volta su un Verratti da mettere al centro del progetto, un Insigne da responsabilizzare e un Immobile goleador francamente inizia a fare veramenre ridere, oltre ad essere fortemente controproducente.
Pensiamo anche noi in maniera estrema, costruiamo il nostro Process e affidiamoci per una volta al futuro, che da orizzonte inscrutabile e quasi malevolo deve diventare la nostra promessa.