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EMIL ZATOPEK. INTERVISTA A RICK BROADBENT

Zatopek ha cambiato la corsa, lo sport che tutti possono fare, quello più accessibile ad ogni persona in qualsiasi parte del mondo. Anche per questo motivo è uno dei più importanti uomini di sport della storia?

Penso che Emil sia davvero rilevante nello sport moderno. Nessuno può avvicinarsi all’ampiezza massima del suo talento, correndo e vincendo dai 1500 metri alla maratona. In futuro purtroppo credo che si vincerà o per meriti tecnologici, ad esempio grazie ad un paio di scarpe tecnologicamente avanzate, o per “spinte” farmacologiche. Ma comunque nessuno lo eguaglierà, quello che a lui è riuscito nel 1952 resterà un unicum nella storia.

Perché hai scelto di raccontare proprio questo grande eroe dello sport?

Sono stato corrispondente del Times per l’atletica leggera per molti anni e scrivo ancora riguardo a questo sport. Ero quindi a conoscenza del timore reverenziale che tutti i miei colleghi avevano verso Emil Zatopek. L’editore voleva che me ne occupassi e quando ho iniziato le ricerche, parlando anche con gli altri colleghi, ho capito quanto la sua storia andasse oltre lo sport. A me piace scrivere di persone che mi piacciono e quando ho intervistato Ron Clarke, il grande corridore australiano, ho capito che raccontare di Emil era davvero quello che mi piaceva.
Ron mi raccontato di come Emil gli diede un pacchetto sporco da portare a casa dopo un suo viaggio a Praga. “Accidenti, avvolge i regali come faccio io”, ha pensato Ron. Emil gli aveva detto di non aprirlo sull’aereo, ma la curiosità era troppo forte. Era una delle sue medaglie d’oro olimpiche. Era un riconoscimento alla grandezza di Ron, che non aveva medaglie d’oro olimpiche anche se per Emil le meritava. Ma Ron poteva ancora vincerla a Città del Messico nel 1968 quando Zatopek gli fece questo regalo. Emil però sapeva che l’altura lo avrebbe sconfitto e infatti così andò. È stato uno degli atti di gentilezza più incredibili della storia dello sport.
Oltre a questa persona così affascinante mi interessavano anche i periodi storici in cui ha vissuto, in primis gli anni di guerra e della Primavera di Praga. Ero affascinato dal fatto che un eroe nazionale potesse venire ostracizzato per colpa della fedeltà alla sua gente. C’erano tante sfaccettature nel suo carattere e non potevo che approfondirle e scriverne.

Quale pensi sia stata la sua principale e incredibile caratteristica?

È stato speciale per tanti motivi diversi. I suoi metodi di allenamento erano sorprendenti e guardavano al futuro, così il modo di correre, con la lingua fuori, la testa ciondolante, tutto questo accresceva l’interesse verso di lui. Sono stato fortunato nel trascorrere un po’ di tempo con Dana, sua moglie, che mi ha raccontato tante storie incredibili, come quella in cui si lasciò scappare la medaglia in piscina e dovette recuperarla prima che la sorvegliante dell’ala dedicata alle atlete donne non lo scoprisse e lo denunciasse per “invasione”.
I suoi amici invece mi hanno raccontato su come si è volutamente perso durante una corsa di addestramento militare per ingannare un ufficiale esigente. Ho conosciuto un’anima innocente e molto divertente, piena di energia e di vita.

Come scrivi nel sottotitolo al libro, Zatopek vive in “tempi non ordinari”. Anche le contingenze storiche hanno creato il mito-Zatopek?

Sì, assolutamente. Sono da sempre affascinato dalla storia ceca e ho voluto sottolineare questo elemento anche per chi la conosce meno. Per questo ho scritto di Reinhard Heydrich, il suo assassinio e gli omicidi che la Gestapo ha commesso a Lidice per ritorsione durante la guerra. Ho parlato con tanta gente per capire meglio quei tempi. Ad esempio ho voluto riaccendere la luce su Jan Haluza. Si da per scontato che Zatopek non avesse allenatori, invece Haluza lo ha allenato per un periodo di tempo, poi è stato preso dalla polizia segreta e sottoposto a orribili torture. Bisogna parlare di Haluza, anche per capire quanto erano terribili quei tempi in Cecoslovacchia. La parte finale del libro riguarda il 1968 e la Primavera di Praga. Emil e Dana hanno firmato il Manifesto delle 2000 parole di Alexander Dubcek e quando arrivarono i carrarmati sovietici erano dalla parte sbagliata. Fu cacciato dall’esercito, espulso dal Partito comunista e costretto a svolgere lavori umili, vivendo in una roulotte mentre lavorava in un distretto minerario. Allo stesso tempo, per tutti gli altri, fuori dal suo Paese, restava una leggenda e questo contrasto è notevole. Non critico però a prescindere l’atteggiamento di quelle persone al tempo, ma voglio mostrare come noi in Gran Bretagna forse diamo per scontato la libertà da tanti anni. Amo da anni la Repubblica Ceca e la loro ospitalità. Con Dana ad esempio ci siamo bevuti una meravigliosa bottiglia di brandy alle prugne quando ci siamo incontrati. 

Insieme a Zatopek nel libro scrivi anche di altri grandi atleti che hanno contribuito a creare un’era incredibile per la corsa. Chi è stato fra gli altri per te una grande scoperta?

Come ho detto prima, volevo inserire Emil nel suo contesto e questo voleva dire scrivere anche dei suoi rivali. I due corridori britannici hanno grande rilevanza nel libro. Jim Peters è stato un grande maratoneta, oggi noto soprattutto per il suo terribile strazio durante i Giochi del Commonwealth 1954. Gordon Pirie era un atleta molto arrogante e aveva un terribile rapporto con i media britannici. Ma la storia più incredibile forse è quella di Alain Mimoun. Il corridore franco-algerino divenne noto perché finiva sempre secondo dietro Emil, ma la sua storia è eccezionale. Ha combattuto contro le truppe di Rommel in Tunisia ed è stato uno dei 70.000 feriti durante la Battaglia di Montecassino. Un medico americano gli voleva amputare la gamba piena di schegge, ma un medico francese entrò all’ultimo minuto in quella stanza, trasportandolo in un altro ospedale. Era un eroe di guerra e dello sport ma ha sempre dovuto subire atti di razzismo, anche mentre rappresentava il suo Paese.
Nel 1956, mentre Emil tramontava, Mimoun finalmente vinse un oro olimpico nella maratona. Emil fece di tutto per abbracciarlo e baciarlo, era un uomo davvero felice per quella grande vittoria. Mimoun disse che quel bacio valeva quanto tutti i soldi del mondo, proprio per sottolineare il valore di quell’atleta che solo alla fine era riuscito a battere. 

Su quale sportivo contemporaneo ti piacerebbe scrivere un libro?

Molti. Mi piacciono le storie che vanno oltre lo sport e Siya Kolisi che diventa il primo capitano di colore del Sud Africa a sollevare la Coppa del mondo è una di queste. Per un uomo che viene da una township, in quel determinato Paese ancora afflitto da razzismo, diventare un’icona nel gioco definito “white man’s game” vuol dire fare la storia.

Tre libri di letteratura sportiva che tutti devono leggere.

Bella domanda. La mia lista cambia ogni giorno, ma questi sono fantastici:

“The Boys of Summer” di Roger Kahn – un libro sul baseball ma anche un grande affresco sull’America degli anni ’50.

“Stealing Speed” di Mat Oxley – un libro sul motociclismo, la Guerra Fredda, il furto dei segreti di uno scienziato nazista e il drammatico passaggio di un’intera famiglia attraverso il Muro di Berlino.

Fever Pitch di Nick Hornby – Nessun altro libro descrive la straordinarietà e la stupidità del calcio.

Il mio anno preferito di AA.VV.

Scrivere da tifosi può essere l’esercizio più banale e illeggibile possibile, con tutte quegli ardimenti da appassionato della prima ora e con tutte quelle storie da focolare domestico che spesso annoiano al primo rintocco. Ma può essere anche il miglior modo per parlare di uno sport che, spesso se non sempre, diventa qualcos’altro. In Italia le storie di scrittori tifosi che meritano sono in effetti poche: Morozzi e il suo Bologna visto con gli occhi di un’infanzia che torna di domenica (o di sabato causa anticipi) oppure Culicchia e il suo vivere il Torino con i continui rimbalzi su un vissuto cittadino e generazionale. In Inghilterra il capostipite del racconto tifoso non solo per tifosi è ovviamente Febbre a 90° di Nick Hornby e sulla scia di questo spartiacque il portabandiera Hornby ha messo insieme una serie di racconti, creando un frullato di stili e ricordi. Guanda che ha diritti italiani di Hornby ha catturato al volo questa opera e l’ha edita in Italia con il titolo “Il mio anno preferito”.
Come per tutti i libri di autori vari, l’elettrocardiogramma dell’interesse oscilla spesso e i differenti focus di contenuto oltre che la diversa competenza riguardo al calcio ha dato vita a storie molto diverse tra loro. L’idea di base è eccellente e, diciamoci la verità, l’unica veramente possibile per pensare di amalgamare con interesse tante storie di tifo: parlare delle annate che si ricordano per qualche motivo particolare di squadre non di primo livello. Pensare di appassionare un lettore mediamente competente parlando delle vittorie del Liverpool di Keegan, del Manchester di Ferguson o del Chelsea di Abramovich sarebbe un compito troppo complicato. Chi comprerebbe in Italia un libro in cui si parla col filtro del tifo per l’ennesima volta del Milan di Sacchi, della Juve di Lippi o dell’Inter di Herrera? La forza del progetto è proprio nell’aver scelto di scrivere le emozioni provate grazie a squadre come il Cambridge United, lo Swansea City o il Watford, realtà non da top ten della retorica pallonara né da storiella de noi quattro gatti in mezzo alla burrasca; la giusta via di mezzo con squadre per tifosi veraci. Anche il primo racconto di Roddy Doyle sull’avventura dell’Eire ad Italia ’90 rientra in questa categoria: l’Eire non è e non sarà mai (avesse anche il Pallone d’oro in carica tra le sue fila) una squadra glamour, per cui si tifa perché invaghiti. Si tifa Eire perché non se ne può fare a meno, una sorta di desiderio di sofferenza ed estasi che le vittorie e le sconfitte non cambiano di un niente. I capitoli migliori sono quelli di Ed Horton sull’Oxford United 1991/92, in cui l’autore ci dà una nota sulla letteratura sportiva proprio in apertura che è bene ricordare: “nella letteratura sportiva più ci si avvicina a parlare del gioco in sé, meno interessanti diventano i racconti”, il che sottolinea un po’ quello che vale anche per il cinema a sfondo sportivo: quando si fa vedere o si descrive un’azione di gioco tutto si perde in un meccanico ritornello visto già mille volte (ma la sfida continua, chi saprà mai scrivere e far vedere lo sport giocato senza appannamenti?), di Don Watson sul Leeds United “scottish” 1974/75 (annata di una squadra al vertice rispetto agli altri racconti ma vista con gli occhi del tifoso per sempre e non del vicino per coincidenze), di Chris Pierson sull’Alban City 1971/72 (un racconto da vero giornalista embedded) e di D.J. Taylor sul Norwich City 1992/93. Prove di scrittura notevole quella di Hornby sul Cambridge United 1993/94 e di perfetta analisi del tifoso medio quella di Harry Pearson sul Middelsbrough 1990/91. Anche la recensione come il libro non si può non chiudere con le parole della poesia di Eddie McCreadie che suggella in quattro versi la bellezza terribile del vero tifo:

Non sono mai stato tanto felice
e triste insieme
oggi ti voglio bene,
domani forse farà freddo.

P.S.: sono venuto a conoscenza del quasi arrivo in libreria di un libro dal titolo “Scrittori in curva” che vorrebbe ricalcare in Italia il progetto inglese de “Il mio anno preferito”. Staremo a vedere.