La Rivoluzione dei Tulipani di Alec Cordolcini


Chi segue Alec Cordolcini sa che per fortuna oltre al calcio olandese segue con acutezza e passione anche il calcio scandinavo, belga, svizzero, per cui il gioiello che è riuscito a tirare fuori con “La rivoluzione dei Tulipani” (Bradipolibri, 245 pag.) può essere ripetuto. E meno male, perché un libro definitivo su un calcio, una storia e sui protagonisti di cento anni d calcio arancione non può essere ripetuto, se non pescando altri temi e altre vicende. Un libro come quello di Cordolcini non ha bisogno di troppe parole, vive di informazioni accurate e di prima mano, di storie ben tessute insieme e mai troppo slacciate, anche se parlano di uomini e anni molti diversi, di racconti di partite, gol, passaggi, parate, che sembrano narrate per la prima volta, anche se fanno parte della storia del calcio.

Se del libro, gli imperativi compra, leggi, godi sono l’unica recensione possibile, potrei avventurarmi, a mio scapito, nel dire la mia sul calcio raccontato da Cordolcini. Il calcio olandese è un inno alle due forze socio-morali che hanno segnato la storia dei Paesi Bassi: da una parte il coraggio dei mercanti, abili e tosti, a solcare imperterriti i mari del mondo, dall’altra l’etica calvinista, che crede nel lavoro e nella disciplina individuale, nella responsabilità di fronte alla collettività. Prendi Cruyff: un uomo che ha giocato il calcio che ha voluto, diventando motore della squadra ma anche semplice ingranaggio, un calciatore che ha lavorato sulla fantasia e sui muscoli perché migliorare è l’unico maniera per stare al mondo.

Europei Volley 2009: girone B. Russia favorita, Finlandia di nuovo miracolo?

Gli Europei di pallavolo, in programma in Turchia dal 3 al 13 settembre, sono il meglio che ti può accadere una volta tornati dalle vacanze. Una panoramica sui gironi prima di prenderle queste benedette vacanze è quello che ci vuole.

Tornano a scontrarsi nel gruppo B, dopo il girone di qualificazione mondiale, Russia e Finlandia, con la prima che resta favorita anche per una vittoria finale. La Russia è nelle buone mani di Daniele Bagnoli, gli ultimi due anni nella Dinamo Mosca e di alcuni dei suoi migliori giocatori nel club: Aleksej Ostapenko, centrale di 2,07 che a muro fa letteralmente impressione, che prende il posto del monumento Koulechov (trasferitosi all’Iskra Odintsovo insieme a Giba, Schops e Verbov), Semën Poltavskij, l’opposto calvo dalla botta ignorante, e Alexander Volkov, altro centrale e stella delle formazioni giovanili russe. Elemento che accomuna i tre: battuta al fulmicotone che se gira bene regala vittorie facili, se gira male, porta alla disperazione Bagnoli e collaboratori. Da chi invece Bagnoli si aspetta soprattutto rendimento costante è il 22enne palleggiatore Sergej Grankin, anche lui della Dinamo e cuore della manovra russa. Al di là dei giovani, la Russia è anche altro: Alexander Kosarev, Sergey Tetyukhin e Pavel Abramov sono la vecchia guardia di una formazione che può e deve raggiungere almeno la semifinale. La Finlandia di Mauro Berruto il suo incredibile exploit lo ha già compiuto nel 2007, arrivando al 4° posto e adesso tutti la aspettano alla prova del nove. La squadra è imperniata su quelli del 2007: Mikko Esko in cabina di regia, Olli Kunnari schiacciatore che nel 2007 giocò il miglior volley della sua vita, Matti Ovainen, acquistato questa estate dal Piacenza per rinforzare la squadra campione d‘Italia e Pasi Hyvarinen, uno dei migliori liberi del mondo, eletto migliore libero della World League 2008. Se Berruto riesce a ridare motivazioni a questi uomini lo scherzo può continuare, altrimenti già nel girone è molto difficile andare avanti. Le altre due squadre del girone B infatti sono da prendere con le molle, prima di tutto l’Olanda, in fase di ricostruzione decennale, che sembra aver trovato una quadratura del cerchio: tutti del 1981 e con buona esperienza internazionale i punti di riferimento della squadra: Rob Bontje al centro, Nico Freriks in regia e Robert Horstink schiacciatore. In un periodo di grazia possono addirittura impensierire le grandi. Candidata a sorpresa è invece l’Estonia, all’esordio agli Europei, che ha un grande centrale come Raimo Pajusalu, che gioca nel Rennes Volley 35 insieme a Keith Pupart, e alcuni uomini di grande sostanza atletica come lo schiacciatore Eerik Jago, che l’allenatore Avo Keel spera non tradisca.

"Contropiede" di Daniele Camilli


Se, come apre Daniele Camilli, citando Wittgenstein, nel suo libro “Contropiede” (Nottetempo Edizioni, 66 pp.), “il mondo è tutto ciò che accade”, l’accadere calcistico ha piena cittadinanza di esistere come oggetto di analisi e come discorso. In questi ultimi anni, la consapevolezza che lo sport, e il calcio in particolare, sia un rivelante discorso sociale da analizzare attraverso i parametri delle scienze umane è ormai un dato di fatto. Dalle relazioni determinanti per le dinamiche di stabilizzazione del potere in “Calcio e potere” di Simon Kuper, alle riflessioni filosofiche di “La vita è una pallone rotondo” di Vladimir Dimitrijevic, dalle analisi dei meccanismi della socialità attraverso il calcio in “Come il calcio spiega il mondo” di Franklin Foer, fino alle concatenazioni antropologiche e culturali nelle diverse scuole calcistiche delle visioni di “L’Europa nel pallone” del sottoscritto e di “Angeli e Demoni in scarpe bullonate”, il calcio è ormai una matrice di sensi vasta, da studiare attraverso le lenti del sociologo, del filosofo, dell’esperto di cultura visuale e non più soltanto aneddotica spicciola o memorabilia del gusto soggettivo.

Partendo da ciò, la prospettiva dell’analisi di Camilli, il quale accosta i sistemi di gioco del calcio alle teorie di organizzazione del lavoro sembra una visione molto profonda e ben focalizzata. Scrivo sembra, perché l’autore nella prima parte del libro, quando afferma a mo’ di slogan di voler spiegare perché “l’evoluzione del gioco del calcio sia strettamente legato all’evoluzione del sistema capitalistico”, cincischia come un terzino fannullone e finisce per non dirci le motivazioni di questa sua visione incrociata. Resta una dichiarazione d’intenti. Bastava aprire il discorso al fatto che da sempre il calcio si è inserito, a differenza di altri sport anche più antichi, in una prospettiva industriale di produzione e risultati. Da subito, si dice anche nell’età dei pionieri altolocati, il calcio ha affermato che il male è solo la sconfitta e che il produrre la vittoria attraverso la minore spesa di energie economico-fisiche possibile è il traguardo a cui tendere. Bastava anche dire che la squadra è un team di lavoro alla ricerca del miglior risultato nel rapporto lavoro-produzione e l’aggancio era fatto.

Se questa prima parte però è scivolosa e inconcludente, la seconda parte del libro risulta molto acuta e dettagliata. L’intenzione è descrivere come le diverse strategie di gioco seguano la rappresentazione dei modelli di produzione industriali. Il gioco a uomo richiama il “sistema a cristallo” di Carl Schmitt, dove a vigere come regole etiche e di organizzazione sono la posizione, il compito, la funzione parcellizzata. Il lavoratore-calciatore è un ruolo con compiti che si limitano all’esecuzione di gesti meccanici e ripetitivi. Anche in questa fase però una sensazione di Camilli mi sembra errata. Lui afferma che questo tipo di gioco è stato esaltato soprattutto negli anni anteguerra, ‘40 e ‘50, fino all’avvento del catenaccio, che ha liberato un uomo dal compito e gli ha dato spazio di intervento. A mio parere, è stato proprio il catenaccio scientifico di Herrera a definire la parcellizzazione del lavoro nei diversi settori del campo, con il libero e il regista di centrocampo abili a svolgere lavori di controllo e revisione dei “compiti”. Altro errore: affermare che il massimo del calcio fordista è stato attuato dall’Unione Sovietica. L’Unione Sovietica, dagli anni ’50 fino a Lobanovski, ha sempre cercato di applicare al calcio il massimo dell’asetticità socialista. Non c’erano individui con compiti da assolvere in base ai propri talenti, c’era una squadra che doveva applicare insieme algoritmi tattici. Il fordismo herreriano, che Camilli spiega, basava tutto sull’individuo e le sue competenze da far rendere in funzioni minime, il lobanovskianesimo è un messaggio di esaltazione massima del collettivo de-individualizzato, dove non ci sono qualità personali da esaltare ma il movimento coordinato e studiato di tutti gli uomini.

Con gli anni ’70 poi, l’autore accosta al sistema a zona degli olandesi la Teoria Generale dei Sistemi, scuola di pensiero che si irradiava in quegli anni proprio nei paesi dove il gioco a zona si andava affermando. Per il TGS l’individuo diviene libero nelle scelte e non è più fordianamente ammaestrato a concretizzare il suo talento in poche funzioni di gioco. Entra nel sistema squadra e ne fa parte, partecipandovi.

L’appendice è dedicata ad un’altra sensazione-parametrizzazione: spesso vince il mondiale la squadra della nazione che in quel momento sta vivendo una fase di instabilità politica e una crisi di trasformazione potenziale, ovvero sta abbandonando le vecchie regole sociali per spostare più in là i limiti al cambiamento. L’idea può essere giusta (Italia ’34 in piena affermazione del regime, Brasile, con i sommovimenti politici degli anni ’60, Germania ’54 con la ricostruzione e ’74 con la Ostpolitik di Brandt), ma non mi sembra sicuramente valere per la nostra vittoria del 2006. Questi sono più anni di cancrena, di una crisi implosiva da parte di un sistema economico e politico e non hanno assolutamente la faccia di anni di speranze e di proposte ragionate. Speriamo di vincere anche il prossimo di mondiale, magari sarà la volta buona.

L’Europa nel pallone


Da oggi è uscito il mio libro “L’Europa nel pallone. Stili, riti e tradizioni del calcio europeo”. L’editore è Zona.

In questo libro ho cercato di parlare di calcio in un modo diverso dal solito, legando le vicende del gioco e le faccende dei protagonisti ai fluidi socio-culturali delle diverse nazioni prese in esame.

Le scuole analizzate sono sette: italiana, russa-sovietica, balcanica, olandese, francese, iberica, tedesca.

Per ognuna di queste ho esaminato a fondo il loro gioco, quello che in campo fanno tecnicamente e dicono tatticamente, legandolo agli insight culturali influenti per quel tipo di gioco.

Questo in breve, ma nel libro c’è anche molto altro. Come, ad esempio, il profilo di una squadra ideale per ogni scuola calcistica.
Per l’Italia la formazione che ho scelto é: Zoff, Gentile, Facchetti, Tardelli, Baresi, Scirea, Domenghini, Antognoni, Meazza, Baggio, Riva.

Sarebbe molto interessante se ognuno di voi, leggendo quello che ho scritto nel libro, mi stilasse una sua formazione dei sogni, non soltanto per l’Italia.

Spero che il libro vi piaccia e sarei contento se ne parlassimo un po’ insieme in questo spazio.