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“Ho scoperto Del Piero”. Intervista ad Alberto Facchinetti

Vittorio Scantamburlo aveva i suoi big data su agende e riusciva ad elaborarli grazie a parametri che non si basavano su un algoritmo riproducibile. Riusciva a capire chi era fatto per il calcio guardando e parlando con i ragazzi. Sembra una follia oggi.
Alcune domande ad Alberto Facchinetti, autore del libro “Ho scoperto Del Piero” (edizioni InContropiede).

Dal tuo libro viene fuori che Scantamburlo è un uomo “di mestiere”, uno che sa come si fa a riconoscere un calciatore. Ma come si fa? Lo hai capito parlando con lui?
Vittorio Scantamburlo sapeva riconoscere il talento di un giovane calciatore, questo mi sembra abbastanza chiaro: ne ha portati oltre 70 tra i professionisti (Del Piero è soltanto il nome più famoso). Capire come facesse invece è più complicato, perché credo avesse una dote innata, quello che lui definisce un “occhio buono”. Un ocio bon, per dirla in padovano. Però aveva anche sviluppato un suo metodo di ricerca semplice ma efficace.

Quali erano secondo te i ferri del mestiere di Scantamburlo?
Un’utilitaria con il pieno di benzina, un’agenda e una penna. Ha girato il Triveneto per vedere partite, anche tre in un giorno. Un tempo di qua, un tempo di là e poi di corsa in un altro campo ancora. Lista di tutti i giocatori in campo trascritta a penna sull’agenda, e segnalazione per i giocatori che lo avevano impressionato. Una ics, due ics… o tre i ics per Del Piero. Poi se era il caso tornava a visionare il ragazzo che aveva catturato il suo interesse. Il materiale raccolto veniva dunque archiviato con ordine. Non buttava via nulla.

Come un critico d’arte un osservatore deve riconoscere bravura e bellezza. Ma a differenza di un critico d’arte deve riconoscerne utilità e perfettibilità. Riconosci nel lavoro di Scantamburlo una dichiarazione del genere?
Utilità, forse no. Credo che per Scantamburlo il talento (sia quello di un attaccante che quello di un difensore) fosse solo… il talento e che questo escludesse il concetto di utile. O mettiamola così: se uno ha talento deve per forza essere utile, nel suo modo di intendere il calcio.
Ho ritrovato invece il concetto di perfettibilità. Spesso mi ha parlato di un giocatore valutato in prospettiva: “Aveva questo difetto ma sarebbe stato migliorato da un buon allenatore…” oppure “aveva un fisico (per esempio un baricentro troppo basso) che in prospettiva non avrebbe dato margine di crescita”.

Quanto è stato appassionante parlare con una persona che ha un universo di storie legate al calcio?
Molto. A parte il fatto che ha incrociato la sua carriera con quella di fenomeni giovanili come Del Piero e Robi Baggio, è stato molto bello parlare per ore con lui perché ogni parola di Vittorio era quella di un uomo onesto che ha dedicato la sua vita al calcio.

Vittorio Scantamburlo purtroppo è morto lo scorso anno. Quale traccia ha lasciato secondo te?
Non conosco così bene l’ambiente degli osservatori e di chi fa scouting. Nel Triveneto sicuramente alcuni hanno preso ispirazione da lui. Ma non era un uomo che aveva l’ambizione di fare il maestro, quindi non ha lasciato eredi in senso stretto. Il suo metodo semplice ed efficace, la sua passione forte e autentica devono però essere prese come esempio da chi oggi vuole fare questo lavoro utilizzando (giustamente) tablet, pc e software sofisticati.

“Rocco e quel mona di Mourinho”. Intervista a Gigi Garanzini sul suo libro “La leggenda del Paròn”

Rocco è ricordato con affetto in tutte le città in cui ha lavorato. Al di là della natìa Trieste, città-perno della sua intera vita, in quale altra città ha lasciato le tracce più forti?

Sicuramente Padova. Basta ricordare che il 20 maggio, per festeggiare la ricorrenza della nascita del Paròn (20 maggio 1912), il calcio Padova ha organizzato il “Rocco Day”. Per l’occasione due squadre di Pulcini del Calcio Padova si sono affrontate sul campo del mitico stadio “Appiani” sotto gli occhi di 22 ex giocatori di Rocco, tra cui Gastone Zanon, classe 1924, mediano e punto di riferimento dei “panzer” di Nereo, e Kurt Hamrin, “uccellino” d’ala che a Padova si esaltava nel gioco di rimessa. Per capire l’affetto che Padova ha nutrito per Nereo Rocco basta chiedere proprio a Zanon chi era Rocco per i padovani. La risposta sarà secca: “Un gradino sotto Sant’Antonio veniva San Nereo”.

Qual è il più grande debito che il calcio deve a Rocco: l’importanza del gruppo, la tattica italiana rivista con sistemi innovativi, il saper creare leadership carismatiche?

Tutte e tre. Il gruppo oggi è un luogo comune che si trascina stancamente nelle analisi dei giornalisti e degli addetti ai lavori, mentre per Rocco era la pietra angolare su cui fondare tutto. Nel libro quasi tutti gli intervistati sottolineano la capacità di Rocco di costruire un gruppo solido e unito. Fra gli altri, Scagnellato mi ha sempre evidenziato questo aspetto: “Eravamo tutti uniti”, mi diceva sempre il grande Aurelio, 354 partite nel Padova dal 1951 al 1964, “dietro la sua guida onesta e competente”. E per cementare il gruppo Rocco usava tecniche geniali che nessuno psicologo di gruppo sa insegnare. Dividere i premi partita ad esempio, prendendo gli stessi soldi dei giocatori e consegnati a mano dal capitano della squadra, era un segno di amicizia e rispetto che tutti riconoscevano.

Lei riesce a non buttare in parodia e giornalismo d’accatto il “Ciò, speremo de no” e tutto quello che Rocco è stato per l’opinione pubblica meno sagace. Considera questo uno dei pregi del libro?

Mi fa piacere che hai sottolineato questo aspetto. Rocco in vita ma anche dopo è stato associato in modo troppo limitativo alla sua “triestinità“. Negli anni ‘70 fu ingaggiato dalla Domenica Sportiva come commentatore. Dopo poche puntate, gli autori del programma gli fecero capire che parlando in italiano perdeva tutto il suo “appeal”, consigliandogli di dedicarsi ancora al campo. Questa idea di Rocco è sciocca oltre che errata. Rocco ha frequentato le scuole quando a scuola lo studio era studio e conosceva perfettamente l’italiano che parlava correttamente. Il triestino era un vezzo e un modo per distinguersi. Parlando triestino Rocco non recitava, semplicemente esprimeva la sua natura e le sue emozioni senza ipocriti filtri che ne avrebbero limitato i rapporti con le persone.

Lei ha costruito una sorta di citizen-Rocco alla scoperta della persona più che del personaggio. È stato difficile creare un progetto editoriale di questo tipo? Ha avuto modelli nella letteratura sportiva o si è lasciato guidare dalle metodologie del buon giornalista?

Mi sono lasciato guidare da Rocco e da quello che ha lasciato. E credimi, è davvero tanto. Io l’ho conosciuto quando avevo 26 anni e lui 62 e riuscii a creare con lui un rapporto d’affetto che mi resta ancora oggi. Ho conosciuto e mi sono avvicinato a molti personaggi: Montanelli nella sua ultima fase di vita, Enzo Bearzot con cui mi sento settimanalmente (e finiamo sempre a parlare del nostro Presidente del Consiglio con parole poco ripetibili da parte del “Vecio”), ma con Rocco sento di aver avuto ancora oggi un rapporto speciale. Per scrivere il libro ho ripercorso le tappe della vita e della carriera del Paròn per capire cosa restasse di lui e per un altro scopo ben preciso: tramandare tutto ai giovani affinché una figura come il Paròn non venga dimenticata né messa in cantina tra le cose che abbiamo vissuto.

Come ha vissuto Rocco i cambiamenti epocali a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70?

Rocco era attento a tutto quello che lo circondava. Leggeva molto e non si alzava dalla sedia fin quando non aveva letto l’intero quotidiano. Era informato su tutto e cercava sempre di apprendere quello che non riusciva a capire. La politica attiva non gli interessava, anche se nel 1948 partecipò alla “resa dei conti” elettorale tra DC e PCI e fu eletto consigliere comunale di Trieste per lo scudocrociato. Ma fu convinto a partecipare un po’ perché quelle elezioni erano per tutti la sfida decisiva tra Occidente e Unione Sovietica e tutti dovevano prendere parte, un po’ perché convinto dagli amici che cercavano di attirare il massimo dei consensi verso la sua persona in quel momento all’apice della fama in città.

Come risponderebbe Rocco ad un attacco di Mourinho?

Con le sue armi. Ironia tagliente nelle parole e bonarietà di fondo nelle espressioni. Ai suoi tempi Herrera forzava molto spesso i toni un po’ come fa oggi Mourinho (con una stampa però totalmente servile e acritica di fronte alle uscite del portoghese) e Rocco rispondeva con sfottò sottili e di grande arguzia. Io penso che con Mouriho se la sarebbe cavata bene. Lo avrebbe sfottuto con quella faccia da buono e magari Mourinho avrebbe trovato un avversario in dialettica molto più sagace di lui.

Chi è il personaggio sportivo contemporaneo che potrebbe richiamare alla mente Nereo Rocco?

Rocco era troppe cose insieme. Di lui in giro si vede molto poco. La semplicità di Mazzone e la calma energica di Ancellotti a tratti potrebbero ricordarlo, ma la semplice complessità di Rocco è difficile da avvicinare. Se non fosse stato un personaggio così a tutto tondo non lo si ricorderebbe in modo così nitido ancora oggi. E poi in questo mondo è quasi impossibile ritrovare la sua straripante umanità.

C’è un altro personaggio dello sport la cui figura umana e pubblica le piacerebbe approfondire?

Pensandoci bene no. Nessuno mi darebbe le emozioni che ho provato nello scoprire Rocco.

Tra istant book, storie leggendarie piene di retorica e libri di grande valore letterario, cosa pensa della letteratura sportiva italiana?

La situazione non è entusiasmante. Vengono pubblicati troppi libri che dovrebbero servire a vendere copie e non riescono nemmeno in questo intento. Altri invece partono da progetti interessanti ma finiscono per essere troppo pesanti, pieni di statistiche e numeri. In molti testi che ho letto manca l’atmosfera del tempo, il clima che si respirava all’epoca dei fatti raccontati, mentre credo che questo sia il punto forte del mio libro. Ho cercato di guardare a Rocco al di là degli albi d’oro, aiutato da Rocco stesso che è riuscito ad essere più di un semplice allenatore di calcio.

Dallo scudetto ad Auschwitz di Matteo Marani


Nel giro di pochi mesi, la primavera del 2007 ha sfornato tre libri il cui filo conduttore è il rapporto terribile che l’antisemitisimo ha intrecciato con il mondo del calcio. “La partita dell’addio” di Nello Governato, che ha come tema l’ultima parte della vita di Matthias Sindelar nella sua amabile Austria sotto il giogo nazista, “L’allenatore errante” di Leoncarlo Settimelli, che narra, attraverso illuminazioni poetiche, la storia dell’allenatore del Grande Torino Egri Erbstein e “Dallo scudetto ad Auschwitz” di Matteo Marani, biografia di Arpad Weisz, sono tre libri paralleli e, come pezzi di un puzzle, incastrabili uno nell’altro.

Il primo è il libro di un’anima, di uno spirito libero costretto nelle prigioni dell’irrazionale politico.
Il secondo è il libro di un cuore che ha pulsato forte per tenere sveglia una memoria difficile.
Il terzo è il libro di una mente, di un cervello che conosce e riconosce il male, avvista e accetta una fine troppo non umana per poterla combattere.

Matteo Marani ci guida con la leggerezza dello storico arguto tra le vicende di un uomo un po’ più normale degli altri: moglie, figli, casetta nel quasi centro di Bologna, automobile, impegni. Quel po’ è dovuto al fatto che di mestiere Arpad Weisz faceva l’allenatore di calcio. Del Bologna seconda metà degli anni ‘30 per la precisione, una squadra formidabile, in cui coesistevano la forza celebrale di Andreolo, la genialità semplice di Biavati, in un primo momento il penetrante coraggio di Schiavio e l’astuzia graziosa di Reguzzoni. Il tutto mixato e fatto vibrare dalle disposizioni di questo ungherese piccolo e dai tratti sfuggenti, di un’intelligenza sottaciuta e messa in disparte e per questo di maggiore valore.

Nella prima parte il libro ci descrive come quell’uomo diviene l’allenatore di calcio per eccellenza in quel periodo. La sua carriera si dipana attraverso squadre come il Padova, il Bari, l’Inter, fino ad arrivare a quel Bologna che dà 4 goal al Chelsea (nel periodo in cui gli inglesi venivano da Marte con un’idea del pallone totalmente diversa dai terrestri) in una partita scandalosa per quanta superiorità consapevole è dimostrata sul campo. In questa fase il tocco è graziato, Marani non spinge mai il tasto del monumentalismo post-mortem, né della memoria santificata: tutto è nell’ovatta di una mitografia dolce e mai aggressiva o stancante.

Nella seconda parte poi, il libro diviene un diario ragionato sulla fine della ragione.
Dalle disposizioni razziste dell’Italia fascista, all’allontanamento forzato verso Parigi, al nuovo incarico presso la squadretta (divenuta subito squadra grazie alle sue semplici parole sul calcio) olandese del Dordechtschte Football, fino alla razzia nazista di corpi spediti verso i lager, di Arpad Weisz si ascolta soprattutto il suo sentire razionale, i suoi pensieri, la sua energia e creatività celebrale.

Marani ne suppone le idee, i ragionamenti, le riflessioni. La grande domanda a cui cerca di rispondere è: “Cosa pensava un uomo intelligente di quello che gli stava accadendo in quel momento?”

Marani, da buon romanziere in questo caso, non dà risposte, non tanto perché non ha chiaro dentro di sé l’animo di un uomo come Weisz di fronte alla totale scempiaggine dell’altro, ma perché, come riesce a capire alla fine della sua dettagliatissima ricerca e a farci capire alla fine del suo libro, un uomo non può comprendere le ragioni di qualcuno che non è più uomo.