Archivi tag: Paolo Rossi

I Mondiali su Mediaset sono una grande sorpresa

Io dei giornalisti Mediaset conosco solo Enzo Palladini. Conoscendolo mi sono sempre chiesto perché la qualità della sua scrittura (non per webvendita, ma il pezzo su Ronaldo nella melma di Mosca scritto per “Mosca Football Guide” ad esempio è una perla) non fosse sempre il marchio della redazione sportiva Mediaset. A dire la verità ho visto poco sport su Mediaset in questi anni, ma il mood che mi arrivava e che mi raccontava chi invece seguiva le trasmissioni con costanza era quello abbastanza classico dei “nani e ballerine”, da contorno ad un calcio visto sempre troppo di struscio per interessare davvero (almeno me). Per me lo sport su Mediaset erano i primi 5 pezzi di Hit Mania Dance sotto un po’ di gol e immagini al rallentatore e via andare.
Adesso che sto vedendo i Mondiali mi sono accorto di essermi sbagliato.
Da spettatore principalmente di Sky negli ultimi anni penso che in alcune cose Mediaset in questi Mondiali sia addirittura migliore. Come ha fatto a superarli? Beh, la ricetta è sempre la stessa, affidarsi ai giovani, gli unici che possono dire e fare qualcosa di non detto e non fatto.
Un esempio sono i servizi. Dalle voci che sento sono tutti molto giovani e hanno un ritmo che ti appiccica al televisore. L’altra sera andò un servizio su Harry Kane che era ad un passo dal Livorno davvero fantastico. In rete non sono riuscito a trovarlo, ma ve lo consiglio vivamente.
L’altro esempio sono le telecronache delle partite. Piccinini è ormai un vecchio amico, roba da fine anni ’90, Pardo è forte, è bravo vero, ma io sono telecronachisticamente innamorato di Alessandro Iori, altro giovane. Per grammatura della voce, modulazione del ritmo senza strepitii insensati e capacità descrittive sul confine fra radio e televisione è la cosa nuova più vicina a Bruno Pizzul.
Poi c’è Pardo. Ascoltai l’anno scorso Pierluigi Pardo all’Overtime di Macerata e mi sorprese. Davvero grandi competenze che riesce a tenere insieme in un discorso sempre interessante. Al di là di questo, parlando proprio di come a Mediaset si fa intrattenimento legato allo sport, e nello specifico del suo programma Tiki Taka, disse che l’unica volta che per tutta la puntata volle toccare temi completamente seri e legati a questioni di campo, lo share crollò.
Da vecchio progressista (parola che ormai se nomini prendi pure una scarpata in faccia), sono ancora convinto che non ci si deve adeguare ai gusti, ma saperli guidare verso qualcosa che è oggettivamente di maggiore qualità, per cui il discorso “alla fine gli diamo quello che vogliono” non mi è mai andato giù. Tiki Taka Russia ad esempio non è affatto un programma da “nani e ballerine”, come pensavo appunto dell’intrattenimento sportivo Mediaset, è molto godibile e quello che mi piace tra le altre cose è l’uso corretto degli ex calciatori. Per questo magari scrivo un pezzo a parte, ma in estrema sintesi credo che se non sei Adani, Bergomi e Ambrosini, di regola gli ex calciatori dicono cose che potrebbe dire anche mio cugino Giuseppe che vede calcio da 55 anni. Quello che gli ex calciatori hanno in più degli altri è quello che Pardo cerca sempre di tirargli fuori, ovvero le testimonianze dirette, quello che in passato hanno vissuto, cercando di connettere sensazioni tra passato e presente che solo i calciatori di livello conoscono davvero e possono comunicarti. Faccio un esempio così mi spiego meglio. Chiedere a Paolo Rossi cosa pensa dell’Inghilterra, al che ti risponderà “è una bella squadra che corre, ma deve stare attenta alla Colombia” non ti dà niente. Chiedergli quali sensazioni si provano a giocare partite come quelle che stanno per giocare le squadre dagli ottavi in poi ti coinvolge nel discorso in una maniera del tutto diversa, perché solo Paolo Rossi e altri 100 uomini in Italia ti sanno dire cosa davvero si può provare.
La scelta di prendersi e pagare un Mondiale senza l’Italia è stata molto coraggiosa ma ha pagato. Lo share è altissimo e si toccano picchi record per le reti addirittura da quando esistono. Sapere che anche Iran-Marocco fa uno share molto alto poi ti fa sentire bene, ti fa capire che gli italiani in fondo amano questo gioco e che se c’è Januzaj al posto di Immobile in un certo senso va bene uguale.
A fine Mondiale sono sicuro che in Mediaset si seguirà in qualche modo l’onda, creando ancora buona televisione. Se si unisce la competenza e la classe di Palladini e gli altri alle idee dei giovani si faranno grandi cose.

Dalle Ande all’Iseo – Sei gradi calcistici di Andrea Meccia

Palermo-KrolIl gioco dei 6 gradi è piaciuto ad un po’ di calciomani. Il primo che pubblico è Andrea Meccia, un bel percorso dalle Ande all’Iseo.

Nelle qualificazioni ai mondiali del Sudafrica, l’Argentina allenata da Diego Armando Maradona conquistò 3 punti decisivi contro il Perù con un gol di Martín Palermo nei secondi finali.

Nei mondiali del 1978, giocati durante gli anni della dittatura militare, l’Argentina padrona di casa conquistò il mondiale battendo in finale l’Olanda del calcio totale per 3 a 1. Una delle partite con più ombre fu quella vinta dall’Albiceleste contro il Perù per 6 a 0.

In quel mondiale l’unica sconfitta rimediata dall’Argentina la rimediò contro l’Italia di Bearzot. Il gol lo segnò Roberto Bettega, su assist di Paolo Rossi.

Quattro anni più tardi, Paolo Rossi sarà l’eroe del mondiale di Spagna ’82, vinto dagli azzurri, ancora guidati da Bearzot, nella finale contro la Germania Ovest. La partita terminò 3 a 1. Per i tedeschi il gol della bandiera fu segnato da Breitner.

Breitner aveva già segnato in una finale mondiale. Otto anni prima, la Germania Ovest conquistò la Coppa del Mondo battendo l’Olanda per 2 a 1. Vantaggio orange con Neskeens dagli undici metri. Pareggio del maoista tedesco dai capelli ricci e dalla barba lunga, gol vittoria di Müller.

Tra gli olandesi vice-campioni del mondo c’era anche Ruud Kroll, futuro difensore del Napoli. Kroll arriverà all’ombra del Vesuvio nel 1980. Nei suoi anni napoletani (1980-1984) segnerà un solo gol, contro il Brescia.

"Pablito Mon Amour" di Davide Golin

L’amore per i miti d’infanzia è come le aziende (e il marketing ce lo spiega benissimo). La fase di start up è quella più affascinante, si scopre il mondo del nostro uomo (o donna, per quelli che sono già un passo più avanti) e si pesca a piene mani nei nostri desideri primordiali, che si sintetizzano in: “Vorrei diventare come lui”. La fase di ascesa poi tocca l’acme quando, da ragazzini, abbiamo esperienza in qualche modo del nostro mito; lo incontriamo per strada, guardiamo una sua performance e pensiamo che la stia realizzando per noi, litighiamo con qualche compagno di banco perché lui tiene per l’avversario diretto. Questa è la fase del matrimonio con il proprio mito, sincero e indimenticabile per il resto della vita. Arriva poi una fase di stabile maturità nei rapporti con il nostro, ne seguiamo le gesta ma ci rendiamo conto che è troppo anche degli altri per non allontanarsi un po’, e con i 14 anni inizia la fase di declino; lui ormai non gioca più come prima o non fa più gli stessi dischi del suo primo periodo, noi abbiamo conosciuto altri mondi e siamo partiti per altri lidi, iniziamo a pensare di conoscere troppo bene le cose del mondo per essere ancora pazzi di qualcuno.
Il processo completo spesso ce lo raccontiamo, con nostalgico imbarazzo.
Davide Golin, nel suo Pablito Mon amour edito da NoReply Edizioni racconta questa piccola-grande storia che ci accomuna, noi mortali che sogniamo l’immortalità della fama.
Essendo così diffuse, di storie come queste sono piene gli scaffali, ma Golin, grazie alla sua leggerezza vissuta e non immaginata, riesce a dire qualcosa di nuovo. Non so se volutamente, ma lo stille, i richiami al mondo giovanile del periodo e soprattutto il ritmo narrativo della storia personale che si confonde con quella pubblica, richiama tantissimo un libro che del genere potremmo dire ormai (a loro insaputa, magari) è un riferimento, “Juve, Inter, Milan? Meglio il Foggia”, del collettivo Lobanovski, da poco riedito con grande arguzia da Bradipolibri.
Come il libro del collettivo foggiano, i rimbalzi della storia tra Golin e Paolo Rossi parlano di molte cose: un luogo che viene scoperto, insieme ad una nazione, una realtà che viene vissuta, senza le remore da videogioco di cui oggi i ragazzini sono pieni, una storia d’amore vera e propria, perché pensare e palpitare per qualcuno/qualcosa è amore, per fortuna.
Una cosa che Golin sa fare perfettamente è usare i sentimenti. Non si abbandona all’ode dei tempi passati, quando i giovani “incanalavano il loro furore verso il meglio”, ma parla della sua storia con gli occhi di oggi, di quello che è diventato e siamo diventati, senza dirci in continuazione: “Eh prima… era tutta un’altra cosa”.
Quello che lui ha vissuto con Paolo Rossi lo sta vivendo qualcuno oggi per Pato e Cavani, e la faccia da neonato di Pablito rispetto a quelle robotizzate degli altri due non sottintende per forza un sentimento più vero e puro.
Da leggere e ricordare i passi della storia personale trafitti da stralci di interviste e articoli, un bel modo per mischiare saggio e romanzo, senza far disperdere il filo narrativo.

"Tutta colpa di Paolo Rossi" di Beppe Di Corrado


L’idea di partenza del libro “Tutta colpa di Paolo Rossi” di Beppe Di Corrado non solo è condivisibile ma opportunamente da appoggiare. L’apologia passatista dello “stavamo meglio quando stavamo peggio” non ha più ragione di esistere in un mondo così cambiato, il che vuol dire migliorato al di là di quello che dicono i nostalgici. Un mondo che, attraverso un semplice collegamento globale, permette a tutti i “connessi” di accedere a buona parte delle risorse e delle conoscenze è un mondo migliore. Se prendiamo il calcio poi, Di Corrado ci fa giustamente notare come sia diventato sempre più un micromondo dove la competenza, la qualità nel proprio lavoro (questo vale per il calciatore, il giornalista, il massaggiatore, il presidente, ecc.), la professionalità e l’impegno sono le condizioni di base per accedervi.

In questo senso ci aspettavamo un libro dove ad essere analizzati nelle loro relazioni già ricche di senso e di valore fossero i protagonisti dell’oggi, quelli che fanno cronaca ed insieme storia nel giro di una settimana, quelli che sono miti d’oggi senza il timbro di una narrazione successiva.

In alcune parti (quelle migliori) il libro è proprio questo, svelando semplicemente le facce e i connotati dei protagonisti del presente: i paragrafi sulla follia da putto cresciuto di Cassano, sulla scaltra cocciutaggine di Lotito e sulla doppia parabola ascendente-discendente dei Baresi sono i migliori. Altri poi vivono, sulla falsariga del precedente libro di Di Corrado, Doppio passo (Limina Edizioni, 180 pg., 2006), degli astrali collegamenti che le vicende di vite diverse hanno generato. Si parla, attraverso il paradigma Rozzi-Zamparini, di come sono uguali ma diversi i padroni del vapore di una volta rispetto a quelli di oggi, di come sono stati sempre additati e adorati due magnifici intrallazzatori come Moggi e Allodi, di come il valore della fantasia è declinata nei piedi e negli animi di Baggio, Del Piero e Totti.

Altri paragrafi poi, francamente, non li comprendiamo: l’antiapologia forzata nei paragrafi sulle maglie di lana, Holly e Benji e il ruolo della tv è fin troppo calcata, diventa un’arringa già sentita e per questo noiosa, mentre le parabole di Giannini, Manfredonia e Bagni corrono su fili troppo sottili che scadono spesso nella melanconia della vita buttata. Detto questo, resta un buon libro. Da consigliare.

P.S. Il paragrafo su Berlusconi e il berlusconismo non scade né nell’esaltazione del nuovo mondo né nell’ottusa critica contro il Grande Male. Questo è un bene, ma finisce per non evidenziare né le frontiere aperte dal Silvio nazionale né le brutture che il “suo” calcio ha scatenato.