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APPUNTI SU UNA NUOVA SCRITTURA SPORTIVA ITALIANA

Il sasso l’ho lanciato, adesso non posso che continuare a vedere l’acqua che si sagoma. Butto giù davvero degli appunti, la costruzione e sistematizzazione non può essere che comune. Ho parlato di stagno, ma non c’è niente di statico né di ammuffente nella letteratura sportiva in Italia oggi.
Il libro di Fabrizio Gabrielli, “Cristiano Ronaldo. Storia intima di un mito globale” però mi ha scosso, illuminando dei punti che sono andato a riprendere, rileggendo e cercando di capire cosa li tiene insieme.
Per il libro di Gabrielli ho scritto di mattone fondativo per la nuova scrittura sportiva in Italia perché ho percepito qualcosa di nuovo, che ci lega e ci distanzia da almeno tre punti cardinali che hanno sostanziato la nostra scrittura sportiva. Il primo è la potente letterarietà breriana, che ha dato il là alla costruzione di mitologie sportive partendo sempre e con fede indistruttibile dalle radici, quali esse siano, familiari, culturali, di tradizione, spingendoci verso le razziali o para-razziali in epigoni poco attenti e poco talentuosi. Questo ha portato ad uno scavo in profondità nella biografia del personaggio che mira sempre più al dettaglio anche minimo, ma portatore di grandi orizzonti, mentre nella descrizione dell’evento sportivo Brera ci ha saputo suggerire la sineddoche, cogliendo la meraviglia del tutto anche nel piccolo gesto.
L’altro punto di riferimento è un determinato tipo di giornalismo che ha Giovanni Arpino come esempio massimo, che invece analizza uomini ed eventi come su un grande palcoscenico, sul quale tutto si mescola e vibra anche al di là del risultato sportivo in sé. Arpino con “Azzurro Tenebra” ha costruito un fantasmagorico e allo stesso tempo oscuro teatro delle metafore, donandoci il senso del personaggio al di là dell’essere atleta.
Infine abbiamo il giornalismo di Ghirelli, Palumbo e Caminiti, in alcuni tratti simbolista per la ricercatezza della parola e dell’effetto, che mette a nudo i personaggi per poi rivestirli d’oro o di fango a seconda dei casi.
Per tanti anni chi scriveva di sport ha sempre viaggiato fra queste tre enormi isole, in un mare noto e piacevolmente amico, scrivendo soprattutto aneddotica, biografie, reportage di eventi sportivi che hanno fatto la nostra storia soprattutto calcistica.
Molti hanno scelto un solo stile a cui riferirsi, altri hanno saputo sviluppare una sintesi, in questo senso il meglio che c’è oggi è la produzione di Marco Pastonesi, con una nota di merito per “L’Uragano Nero”. Tenendo sempre segnalate sulla mappa le tre isole, oggi tante piccole barche cercano di andare oltre queste rotte definite, partendo da esse per espandere lo spazio e lo stile della narrazione. E fra quelli che ci sono riusciti meglio, sottolineo quattro elementi che si ritrovano con costanza nelle loro opere.

Il primo elemento riguarda da quale punto d’osservazione si inquadra il fatto sportivo. Uno dei miei crucci di cui parlo ormai da anni è quello di pensare il fatto sportivo come qualcosa di più grande, che tiene dentro non solo il talento fisico, cerebrale e atletico di chi lo compie (a cui aggiungere almeno il “talento neuronale” di cui ha parlato Modeo riguardo Messi sul CorSera), ma anche delle tracce culturali di più ampio respiro. Nei libri proprio di Modeo, Iervolino e Gabrielli (da citare anche un prodromo che poi ha influenzato positivamente l’anima de L’Ultimo Uomo, ovvero “Cantona. Come è diventato leggenda” di Daniele Manusia) questa apertura è chiara ed evidente. Nessun gesto è solo un’espressione atletica individuale, per due ordini di motivi: prima di tutto perché viene sempre influenzato da un contesto storico e culturale che non lo innesca, in quanto resta il singolo a pensarlo e metterlo in atto, ma che lo colora di un mood proprio e unico. La rovesciata di Cristiano Ronaldo o la corsa di Tommie Smith nascono anche da una visione “culturale” che i protagonisti hanno del loro sport all’interno del contesto sociale di riferimento, con gli attori stessi che si rendono oltretutto conto dell’impatto che sulla cultura quel gesto atletico può avere. Il secondo motivo riguarda proprio l’effetto. Il gesto sportivo, nato da una temperie culturale che è propria di un luogo e di un tempo, ha effetti profondi su luoghi sempre più enormi (la globalità è l’oggi) e sul tempo in cui il gesto stesso viene vissuto e diffuso attraverso i media disponibili al momento. Per fare ancora l’esempio di cui sopra, la rovesciata di Cristiano Ronaldo viene da una cultura (che è genius loci e temporis) e fa cultura con i media che transustanziano il gesto, inconizzandolo e diffondendolo ovunque.
Questo doppio binario culturale non è più un leggero sentore nella descrizione atletica di un fatto sportivo, ma ne è connaturato all’analisi e gli autori citati ne mettono in evidenza la grande forza d’impatto.

Il secondo punto sempre più importante nella scrittura sportiva contemporanea riesce a connetterci alla scrittura sportiva di matrice statunitense che ne ha da sempre fatto un fulcro narrativo. Posso sintetizzarlo con la frase: “Il corollario è centrale”. Il modo migliore per capire questo punto è leggere “La partita” di Piero Trellini. Mentre la letteratura sportiva almeno fino a 10 anni fa si concentrava con forza sul fatto sportivo e sull’uomo che lo compiva, oggi tanti libri, di cui “La Partita” è l’esempio migliore, ricamano intorno al fatto stesso un universo di cause ed effetti non tanto per decoro giornalistico, ma come vero cuore narrativo dell’opera, in quanto è tutto quello che ha girato e gira intorno al fatto sportivo a fare la storia che continua. Un esempio parzialmente diverso ma che rientra in questo secondo punto è “Duellanti” di Paolo Condò. Rispetto a Trellini non è il frutto di un minuzioso lavoro di ricerca, ma un dipinto impressionista di un caotico dietro le quinte, spiegabile solo da chi c’era. Ma anche in questo caso, Condò sa far risaltare il corollario, perché è lì, nel non pubblicamente espresso, che si racchiude il senso e il succo dell’opera e della storia.
Come tanta letteratura sportiva americana insegna, c’è sempre un prima ma anche e, per anni lo abbiamo dimenticato, un durante e un dopo che bisogna considerare rispetto al semplice calcio ad un pallone o al lancio di un attrezzo.

Il terzo punto riguarda lo stile. Come ho scritto all’inizio, per anni i nostri punti di riferimento anche stilistici sono stati principalmente la letterarietà di Brera da una parte e il giornalismo “metaforico” di Arpino dall’altra. Poi leggi un libro come “Il Barça” di Modeo e capisci che tutto è diverso. Da questo modello massimo, insieme all’“Alieno Mourinho” dello stesso autore, entrano nello stile della scrittura ambiti disciplinari e per forza di cose letterari che ne cambiano la grana, non solo l’immagine. Modeo parla dei suoi soggetti di analisi allargando il campo alle neuroscienze e all’antropologia, così come Gabrielli con il suo Cristiano Ronaldo fa spesso sponda con la sociologia dei consumi e gli studi sul nuovo paesaggio mediale. Almeno altri due esempi da fare sono “La versione di Gipo” di Alberto Facchinetti, in cui è la storia della cultura del territorio a farsi sentire con forza, così come lo “Jascin” di Curletto è anche un compendio di storia sociale russa. Non è una multidisciplinarità che si ferma all’analisi, che illumina il soggetto con fari altri rispetto al consueto occhio di bue giornalistico, ma invade con chiarezza lo stile, arricchendolo e facendolo allontanare dal giornalismo letterario a cui ci siamo sempre attaccati.
Quella dimensione non viene persa ma è estesa con viaggi continui verso altre dimensioni dello stile. Da citare anche il Pippo Russo di “M. l’orgia del potere. Controstoria di Jorge Mendes, il padrone del calcio globale”, altro libro cardine di una multidisciplinarità stilistica e di contenuto.

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Per il quarto punto sto con Musil, che nel suo saggio “La conoscenza del poeta”, si riferisce alle teorie espresse da Oswald Spengler ne “Il Tramonto dell’Occidente”. In particolare penso all’andamento non-razioide del pensiero contemporaneo, che apre uno scenario interessante rispetto all’argomento di cui parliamo. Prospettiva che viene anche dal pensiero debole, è l’abbandono della sponda felice della fiducia incondizionata al concetto e alla logica causale. I fatti descritti per un personaggio o un fatto sportivo non ne definiscono un percorso lineare e preventivabile. Stefan Zweig, grande scrittore di biografie, si è sempre chiesto: “Sì, ma quale vita è da raccontare?”. Tutto si mescola sempre, anche nella traiettoria che sembra più chiara.
Le volute di zucchero di Federico Buffa sono l’espressione eccellente di questo andamento non razioide del racconto, capace di richiamare addirittura l’aedo multiplo di omerica memoria e, grazie al talento dell’uno, di racchiudersi in una singola voce, che gioca con le continue sponde delle sue conoscenze ed esperienze vive. Così come è da citare il racconto sudamericano di “Locos por el fútbol” di Carlo Pizzigoni, che proprio grazie al suo andamento sinusoidale sa creare armonie nuove da fatti noti. Devo citare anche due libri di boxe, “Muhammad Ali. Storia di una rivoluzione” di Andrea Bacci e “Jesse e Joe. Gli atleti che sconfissero Adolf Hitler” di Francesco Gallo, bravi nel riportare questa apertura di stile giocando a giuste dosi con l’epica che caratterizza quello sport in particolare.
Questo approccio impatta sulla composizione narrativa, che è per forza di cose multipla, modulare e frammentata, in cui ogni singolo elemento è gravido di effetti sulla visione del personaggio-fatto e sulle sue vicende.

“Strikers” di Alessandro Colombini e le ultime novità di letteratura sportiva

strikers-viaggio-in-irlanda-del-nord-tra-george-best-e-bobby-sandsIl libro “Strikers – Viaggio in Irlanda del Nord tra George Best e Bobby Sands” (Urbone Edizioni) mi è piaciuto proprio quando era un foglio di appunti di viaggio. La bravura di Alessandro Colombini nel libro esce fuori quando si lascia andare all’annotazione post-viaggio e si sente libero di essere schierato, senza dovere per forza fare il giornalista-scrittore super partes che soprattutto in contesti internazionali ormai va per la maggiore.
Dice la sua e la dice chiara perché le esperienze che ha fatto sul campo (in tutti i sensi) lo hanno portato ad avere una’idea, la sua idea, ed è giusto proporla al lettore, senza nasconderla per troppa prudenza.
E insieme a dire, Colombini scrive la sua, sviluppando i suoi appunti di viaggio senza sovrastrutturare una dimensione narrativa tradizionale, senza sovrascrivere le sensazioni del momento con tutto uno studio post-viaggio che avrebbe potuto inquinarlo e far disperdere la forza del libro che è nei ricordi del suo viaggio, che, ripeto ancora una volta, è il suo viaggio, diverso da quello che gli altri potranno un giorno fare.
La parte dei murales è poi fantastica, immagini che devono entrare subito nella cultura artistica mondiale.

INTERVISTA AD ALESSANDRO COLOMBINI (leggetela con attenzione perché è Colombini è forte)

Una cosa che mi sono sempre chiesto è quanto le persone in Irlanda e Irlanda del Nord in particolare amino il calcio e lo seguano. Da testimone diretto, tu come rispondi?
Il calcio in Irlanda e Irlanda del Nord è da considerarsi il terzo sport (praticato), ma a livello di seguito di appassionati ha percentuali sicuramente più alte mettendole in rapporto con gli atleti effettivi. La particolarità del calcio in realtà però è quella di fare da “collante” tra le due comunità che da sempre dividono l’isola (in particolare l’Ulster), ovvero quella cattolica e quella protestante. Gli sport più popolari (che però metto tutti insieme sul gradino più alto in quanto facenti parte della GAA) sono l’hurling, calcio gaelico, pallamano gaelica e il rounders, ovvero gli sport tradizionali gaelici. In linea di massima questi sport vengono considerati “da cattolici” (basti pensare che una regola del football gaelico prevedeva che i poliziotti non potessero giocare in quanto più del 90% del corpo di polizia in Irlanda del Nord era protestante), mentre il rugby, al secondo posto, è “da protestanti” (io mi schiero sempre contro la divisione per religioni ma adesso lo faccio per comodità). Il calcio invece, da sempre e come sempre, è ritenuto forse l’unico sport alla portata di entrambe le comunità.

Il tuo essere schierato nel libro traspare in maniera evidente. Lo usi come punto di partenza per sviluppare tutto. È stata un scelta “narrativa” o è una necessità di cui non potevi fare a meno?
Purtroppo mi sono accorto di non riuscire a scrivere due righe senza schierarmi, ahimè è una necessità. Ho aperto anche un blog, Minuto Settantotto, per poter sbraitare in santa pace senza rovinare la reputazione a nessun poverino che mi ospitava nel suo di blog.

Mi dai tre chicche sul Derry squadra o su tre calciatori dei Candystripes?
Chicca n.1) Arrivato a Derry mi metto a parlare con amici del posto a proposito dell’11 titolare che sarebbe sceso in campo la sera stessa contro il Limerick. “Spero a fine partita di poter stringere la mano a McBride (leggendario capitano e icona dell’intera città)” “Lo vuoi conoscere? Lui fa il barista prima del match, se ci muoviamo magari becchiamo ancora il suo turno”. Questa è gente che, potenzialmente, gioca la Champions.
Chicca n.2) Dopo la stessa partita contro il Limerick riusciamo a trovare la strada verso gli spogliatoi dove quei i calciatori stavano ancora facendo la doccia. Mi avvicino a Patrick McEleney, all’epoca mio idolo di FM e adesso titolare nel Dundalk in Champions (orgogliosissimo, l’ho scoperto io cazzo!) con in mano la schermata stampata delle sue statistiche di FM: “Patrick, sono un italiano che è venuto fin qui per voi. Tra le altre cose a FM mi fai impazzire, me la autografi?” “Amico, tu sei un pazzo” (PS: prova a cercare su Google “alessandro colombini football manager”, rimarrai stupito)
Chicca n.3) Da qualche anno i tifosi del Derry vanno in trasferta con la bandiera dello Stato del Vaticano per far incazzare i protestanti

La parte del libro in cui mostri e parli dei murales del Bogside è molto bella. Quali sono state le tue emozioni nel vederli la prima volta e quali ricordi con maggiore passione?
L’immagine che non mi toglierò mai dalla mente è quella di un muro, tenuto su nonostante la casa del quale era parte sia stata abbattuta, con ancora i proiettili del Primo Reggimento dei Paracadutisti inglesi sparati durante il Bloody Sunday. Sono rimasto diversi minuti in silenzio a fissarli.

Mi dai anche altre chicche sui Belfast Celtic?
Purtroppo il mondo sembra essersi dimenticato del grandioso Belfast Celtic, consegnando a noi solo l’immagine della tragedia della partita contro il Lindfield che sancì la fine della magnifica avventura. Una cosa che mi ha molto affascinato però è che c’è stato un tentativo di ricostruzione di quella squadra con il Donegal Celtic FC, ma i vecchi tifosi del magico Belfast Celtic hanno preferito non sposare il progetto e rimanere senza una squadra. Come a dire “loro e solamente loro”.

Per definire socio-politicamente l’Irlanda del Nord di oggi, che parole useresti?
L’Irlanda del Nord di oggi è un vaso pieno zeppo d’acqua che aspetta soltanto la goccia che lo farà traboccare. Crisi che si fa sentire prepotentemente, alto tasso di disoccupazione, poche opportunità di lavoro, nessun investimento e così via. Anche il fattore-brexit è un punto interrogativo: con l’uscita dall’Unione Europea torneranno i soldati inglesi al confine con la Repubblica, e non è ben visto in una città di confine, e con una reputazione che tutti conosciamo, come Derry. Tutto dipenderà dal fatto se ci sarà questa già timidamente annunciata uscita dell’Irlanda del Nord a sua volta dalla Gran Bretagna.

SUL COMODINO (o in gabinetto) – Letteratura sportiva da leggere

Il ibro di Carlo Pizzigoni è atteso e sicuramente sarà un gioiello. Ogni pagina di “Locos por el futbol” (Sperling & Kupfer) dovrà essere letta con attenzione chirurgica (nel senso che a fine pagina saremo stanchi per le informazioni incamerate). “La mia rivoluzione” di Cruyff (Bompiani) è un libro da leggere ma soprattutto (merito della casa editrice, anche quello è fare un libro) da postare sui social perché ha una copertina da paura. Il libro dei ragazzi de L’Ultimo Uomo sulla serie A, “Campionato italiano di calcio. Serie A 2016-2017. La guida ufficiosa” (Baldini & Castoldi) è sicuramente da avere tra le mani a lungo (anche qui copertina ottima). Io ho letto quello precedente sugli Europei e c’erano un sacco di intuzioni e riflessioni interessanti (sarebbe bello se i ragazzi de “L’Ultimo Uomo” aprissero una sorta di thread aperta sul libro anche perché il libro dovrebbe coprire un periodo temporale molto ampio e in questo modo potrebbero, partendo dalle cose scritte nel libro, rianalizzare ongoing le situazioni tattiche). Ultima segnalazione “La squadra spezzata. La Grande Ungheria di Puskas e la rivoluzione del 1956” di Luigi Bolognini (66th and 2nd). Io l’ho letto nell’edizione Limina ed è stato uno dei libri per cui scrivo di queste cose oggi. Chi non lo ha letto, lo faccia adesso.

“Storie Mondiali” di Federico Buffa e Carlo Pizzigoni

Storie-Mondiali-Buffa-PizzigoniHo letto “Storie Mondiali” di Federico Buffa e Carlo Pizzigoni. Prima avevo visto, non tutte, alcune le ho ancora sul decoder, le puntate televisive del programma Sky da cui il libro è tratto. Sono due prodotti differenti, anche se partono da un quasi identico testo, da leggere nel primo caso, da ascoltare più che da vedere nel secondo.
Questa cosa mi ha di molto intrigato e fatto riflettere sulle sinestesie editorial-televisive. La domanda più larga è: come creare due prodotti complementari, non identici, entrambi da godere e da cui apprendere/ricevere emozioni che partono dallo stesso impianto contenutistico?
Buffa-Pizzigoni mi hanno dato le prime due risposte.

1) Costruire prodotti autonomi ma allo stesso tempo integrati. Secondo me il grande colpo è stato ricostruire il testo letterario sui tempi e le sfumature attoriali del programma televisivo e del Buffa narrante in particolare. Se non ricordo male, è la prima volta. Quando leggo il capitolo di una puntata già vista, ne ritrovo le cadenze buffiane e le sue architetture discorsive (prima di leggere il libro avrei immaginato che le sue famose “costruzioni digressive” creassero confusione alla lettura, invece reggono). Quando vedo una puntata di cui ho già letto, mi appassiona l’approfondimento e non perdo in “immersione”, nonostante il già letto.

2) Testualità concentriche. Al di là della sintassi sinergica, i testi di libro e programma televisivo si sviluppano per centri tematici concentrici, creando focus che si amplificano grazie alla doppia fruizione. Se ascolto di Andrade in televisione, nel libro trovo approfondimenti e nuovi collegamenti. Se leggo di Cruyff nel 1974, in tv comprendo meglio altri elementi.
Il tema libro-programma televisivo è futuribile e molto importante per il mondo dell’editoria (sportiva ancora di più). Ho letto varie cose trasposte dai programmi televisivi e al di là della bontà editoriale avvertivo troppo il sentore di spin-off e prodotto altro per crearmi sensazioni richiamanti. “Storie Mondiali” di Buffa-Pizzigoni invece è qualcosa di nuovo, che sa creare un equilibrio diverso, moltiplicante grazie ad un commistione mai vista.

Tre idee per i prossimi 100 anni del Guerin Sportivo

In questo anno che ci ha condotti verso il centenario del Guerin Sportivo ho perso alcune mie ore notturne a studiare (dopo aver perso le diurne a comprare in vicoli sgarrupati) fascicoli di diverse annate del giornale. Dopo attenta analisi arrivo a quello che per me è un assunto da cui partire: il giornale attuale è per qualità letterarie, sviluppo analitico dei temi trattati e profondità giornalistica il migliore di tutta la storia della nostra rivista preferita.
Il cavallo di battaglia che ha generato il boom degli anni ’70-’80, il calcio internazionale, non ha mai avuto tutti insieme autori del calibro di Gotta, Giordano, Spessot, Pizzigoni, De Benedetti, Cordolcini. Il calcio altrui negli anni del boom guerinesco era quasi del tutto sconosciuto e il target del giornale non faceva eccezione. I pezzi aprivano finestre, illuminavano macrocosmi che erano le culture e le tradizioni calcistiche degli altri paesi.
Oggi il ragazzino alle prime letture guerine in quelle finestre guarda ogni giorno e si ha piena esperienza della pratica calcistica mondiale, quasi completamente globalizzata. Per questo motivo i pezzi non devono più spiegare evidenze non viste o solo sfiorate ma scendere nel profondo di piccoli ecosistemi sociali legati al calcio che rimangono per fortuna ancora in vita. E gli autori del Guerin attuale riescono in questo intento ogni mese, dando alle stampe dei pezzi in cui conoscenze, competenze e studio sono costanti e approfondite.
Il secondo grande tema guerinesco, il commento ragionato del calcio italiano, non è più quello degli anni ’60. I vari Iori, Calzaretta, Bortolotti, Beccantini, Mura, Tucidide, Marani non si muovono più su strutture critiche definite. Il calcio italiano non ha più modelli di commento predeterminati, ma tutto si mischia in un’atmosfera ermeneutica destrutturata. Per i critici questo rende la rivista giornalisticamente meno forte rispetto al passato ma non è del tutto corretto. Fare giornalismo sportivo muovendo opinione come il Guerin di Brera oppure incanalando tendenze come quello di Cucci non è più fattibile. L’unico giornalismo sportivo (ma direi non solo) di alta qualità è quello che miscela in un’analisi quanto meno di parte possibile punti di osservazione differenti, confondendo la tattica con il diritto, la preparazione atletica con la mondanità, le idee di gioco con la funzione di modello sociale raggiunta dai calciatori.
Tutto questo è il calcio contemporaneo, di cui è difficile dire in modo nuovo senza una grande capacità analitica, in grado di spaziare in più campi. E ancora una volta i grandi giornalisti del Guerin di oggi riescono a parlare del calcio italiano con parole sempre nuove, un miracolo se ci riferiamo a quello che si scrive e si parla di consueto.
Il terzo tema storicamente forte sul giornale sono le inchieste. Il direttore Marani appena preso in mano il giornale ha puntato sul tema, cercando di riportare alla mente le tirate guerinesche degli anni ’30-50, ma ha lasciato velocemente perdere perché la possibilità di conoscere come vanno le cose in tempo reale del web sociale non è paragonabile a nessun altro media (anche i quotidiani hanno lasciato alla rete le grandi inchieste, ricostruite dal crowdsourcing e dalle fonti multiple interagenti).
Ma non per questo il giornale ne ha risentito, anzi forse lo sparare inchieste una dopo l’altra aveva preoccupato il target giovanile non troppo interessato alle questioni.
Detto che il Guerin di oggi è la migliore rivista in cento anni di vita, quello che si percepisce negli editoriali di Marani e dai dati che ho visto è la grandissima difficoltà in cui naviga. In questi ultimi due anni è stato in fin di vita ma non ha mollato. Ma quanto tempo ancora potrà resistere?
A questo punto mi piace dire la mia su cosa si può fare per dare forza al guerriero, ben sapendo che Marani, l’editore e gli altri tutto questo lo sanno perfettamente e per loro è l’acqua calda.

Per me il futuro del Guerin è in tre plus che lo contraddistinguono.

1) Il senso di community che accoglie chi lo legge. Nessuna rivista, neanche le femminili, riescono a creare con il lettore un link esperienziale così forte (in parte lo fanno anche i quotidiani sportivi, non più quelli politici), che ne modella addirittura l’esperienza di lettura. Il Guerin non lo si legge perché parla di calcio o perché riporta tabellini ma perché si è in una comunità di lettori che fanno esperienza delle stesse conoscenze, ponendo le basi per la loro condivisione. In questo termine la svolta: all’inizio ho scritto community ed è questa che bisogna rafforzare creando un dialogo costante con i lettori attraverso il potenziamento dei canali social che fanno riferimento al giornale, insistendo soprattutto sui canali di condivisione e scambio come i forum. Intorno ai forum, il Guerin rafforzerà la base di lettori e ne creerà degli altri.

2) La qualità dei pezzi. La qualità nel mondo editoriale contemporaneo, soprattutto per le riviste ad ampia diffusione, è vista come la strega cattiva. Se bisogna scegliere tra un box di approfondimento storico e una fotografia in bella posa, la scelta è già fatta. Il Guerin sopravviverà se insiste sull’analisi ragionata e la buona scrittura. Ma non basta farlo, bisogna soprattutto dirlo, inserendosi in un mood sociale che tira alla grande: la slow essence. Il Guerin deve porsi come riferimento, fare manifesto, imporre la tendenza del “saper parlare” di calcio.

3) La storia. Cosa vuol dire avere 100 anni di vita editoriale? Vuole dire poter fare storiografia a partire dalle proprie fonti. Quindi per il Guerin il gioco è fatto? Sbagliato. Oggi non porta consensi fare storiografia ma smerciare vintage, le due cose sembrano collimare ma sono molto diverse. Smerciare vintage (il termine potrebbe essere considerato negativo, ma non è così. Sono i trend, bellezza) è in parte quello che è stato fatto con i GS Storie e che in modo molto intelligente ha ripreso ISBN con i due Atlanti illustrati del calcio anni ’70 e ’80. Se fare storiografia del calcio vuole dire percorrere un sentiero a ritroso illuminando il passato, smerciare vintage calcistico vuole dire suscitare emozioni personalistiche proiettando tutto sul presente.

P.S. Operazioni che i vecchi Guerin facevano a pioggia e che adesso mancano sono le micro attività di marketing. Parlo da persona esterna alle dinamiche aziendali però un modo semplice per mettere in evidenza i tre plus di cui sopra sono proprio queste attività. Alcuni esempi: piccoli concorsi in cui attivare la rete di lettori (quello sulle figurine è un buon punto di partenza), creare momenti di scambio tra lettori e grandi firme che vanno al di là della risposta alla posta (invento, vinci una partita di Premier League accompagnato da Roberto Gotta, questo sì che sarebbe il massimo dello slow football), creare minieventi in cui le cosiddette tribù vintage abbiano la loro soddisfazione (sarebbe così impossibile organizzare qualcosa a basso budget in cui si parla di storia dei Mondiali con ex nazionali, non dico un convegno ma almeno una livechat).

Una parola che ho letto in tante delle lettere pubblicate sul numero dei 100 anni rende il Guerin diverso: il Guerin Sportivo “accompagna”. Da questo concetto per me bisogna rilanciare.