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L’unica Ammazzagrandi

Dopo la vittoria del Porto contro il Bayern Monaco è tornato sulla bocca di tutti un termine (torna ogni anno, non è tutta sta novità): ammazzagrandi. Ma una ed una sola squadra è storicamente l’Ammazzagrandi.
Ci siete arrivati? Vabbè dai, facciamola breve.
È il CSKA Sofia che è riuscita a fermare due dinastie: quella dell’Ajax tricampeon nei primi anni ’70 e il Nottingham Forest, bicampione a fine ’70. Due partite colossali dei bulgari. Qualcuno oggi nei tg sportivi le ha citate?

Quando prendevi la febbre nella settimana di Coppe

sampdoria_legia_varsaviaNel marzo del 1991 ho preso la febbre.
Anche questa settimana ho avuto la febbre.
Quando l’ho presa nel 1991 non vedevo calcio in televisione, e per calcio intendo una partita intera, da un mese più o meno, quando c’era stata Italia-Belgio di cui ricordo un battagliero Casiraghi (ricordo pure un campo di melma e un Preud’homme bellissimo, lui era di un’armonia che lo avrei fatto parare dei rigori su un palco di teatro).
In questa settimana ho viste mezze partite tutti i giorni, neanche una intera (nemmeno Napoli-Porto, ho smesso dopo il 2-1).
Nel 1991 ero a letto e ricordo mercoledì 6 marzo come uno dei giorni più memorabili della mia adolescenza (eh lo so, ma a quell’età il convento del cuore mi passava solo il pallone). Guardai, non so come in un solo giorno, Bologna-Sporting Lisbona, ancora è limpido il cross di Schenardi per il gol, Roma-Anderlecht, con la vena di Desideri che s’ingrossò allo spasimo, Atalanta-Inter, che ho un po’ perso tra i ricordi, Milan-Olympique Marsiglia, Papin mi stava sul cazzo in una maniera, e Sampdoria-Legia Varsavia, ci rimasi veramente male quando Kowalczyk fece il secondo gol. Un giorno davvero speciale, di cui ricordo i fatti perché legati ad emozioni intense, provate poche volte.
Come scritto, in questi tre giorni ho visto le Coppe in tv, senza provare praticamente nulla. Un po’ per il Napoli, anche se dall’affanno di Behrami al 55′ avevo capito che era finita se Benitez non cambiava subito tre calciatori. Non lo ha fatto, il Napoli ha perso.
Ma la mie due domande a cui vorrei risposte chiarificatrici (mi ci sto scervellando) sono:
1) Perché non provo più le emozioni del 1991?
2) Un undicenne di oggi prova quello che provai io quel 6 marzo vedendo le partite di oggi?

Recuperare, recuperare, recuperare

Guardiola non ha più freni. Vilas Boas lo ha stuzzicato con il Porto vincitutto e lui ha deciso di fare una passo, anzi due passi avanti, verso la totale istituzionalizzazione del calcio-football americano. Contro il Milan l’apoteosi è stata toccata e il futuro ha bussato sulla spalla dei nostri giornalisti. Molti si sono guardati bene di accoglierlo, parlare di ingenuità barca. Da quel che ho sentito neanche Allegri se n’è accorto, ma forse era solo un motivo per parlare d’altro.
Il Barcellona contro il Milan ha giocato una partita intera nella metà campo rossonera, estremizzando quello che Vilas Boas ha fatto con il suo Porto lo scorso anno. Guardiola per saltare davvero il fosso ha posizionato come difensori centrali due playmaker, così da eliminare del tutto il difensore di ruolo e dare in mano ad una coppia di mediani metodisti l’avvio del gioco. Una cosa rivoluzionaria che però, ripeto, molti hanno commentato con la mancanza di alternative blaugrana.
Sono molti i meccanismi e i delicati equilibri che un assetto del genere ha come condizioni. La prima, e più importante, è la capacità di recuperare il pallone nella metà campo avversaria. Il motivo vien da sé: il gioco del Barcellona deve avere solo una fase, quella offensiva, e un soprattutto una sola declinazione, quella attiva. Non si può essere passivi e concedere spazi retrocedendo, in quanto l’assetto difensivo è un corollario quasi inutile dell’intero sistema di gioco. La parola d’ordine diventa quindi per tutti i calciatori recuperare, recuperare, recuperare, pressando sul gioco avversario come dei forsennati.

Il football americano di Vilas Boas

Domani tutti seduti per gustarsi la finale di Europa League che, non so perché, mi da ancora il friccichìo del mercoledì di Coppa, nonostante i padroni vogliano trasformarlo nell’illusione ottica di questa Champions League molto NBA (nel senso che se non iniziano i playoff dei quarti di finale, anche gli ottavi sono down, è inutile seguirla, se non per vedere gli highlights della settimana).
Ci sarà il Braga degli operai specializzati, e questo in Coppa UEFA è successo spesso, e il Porto del santo imminente Vilas Boas (per i prossimi mesi di mercato ancor più ex assistente di Mourinho).
Campionato stracciato vinto a Lisbona con gli idranti che gettavano lacrime d’invidia, i quarti e le semifinali di Coppa UEFA dominate sotto tutti i punti di vista e vinte con punteggi evidenti: 5-1 e 2-5 allo Spartak Mosca, 5-1 e sconfitta col sorriso per 3-2 contro il Villareal.
Ma la cosa che più impressiona del Porto è l’assetto generale della squadra e il movimento collettivo. Se ci si sofferma soprattutto sulle due ultime partite europee casalinghe del Porto, si nota qualcosa di totalmente innovativo: una squadra che nella totalità dei suoi uomini svolge in completa armonia le due fasi di gioco, come se fossero due momenti distinti dello svolgimento di una partita. Per spiegarmi bene, basta pensare al Football americano: in questo sport ci sono due fasi, attacco e difesa, e per ogni fase due squadre diverse con ruoli differenti. Questo nel calcio non è (almeno per il momento) possibile, ma il Porto di Vilas Boas ci va molto vicino. Quando la squadra attacca tutti e dieci i calciatori di movimento varcano la metà campo avversaria per occupare gli spazi di gioco, risultare sempre in superiorità numerica in ogni mismatch e portare all’eccesso l’intensità del possesso palla; quando bisogna difendere, il pressing non inizia prima del cerchio di centrocampo, con l’accorciamento della squadra in 25-30 metri di campo. Questo ovviamente crea intasamento degli spazi e facilità nelle ripartenze. E Vilas Boas è a tutti gli effetti un collaboratore di Mourinho, in quanto il gioco del Mou vuole essere molto simile a questo nelle intenzioni e spesso nella pratica, ma una cosa è far difendere a 30 metri dalla porta Radamel Falcao, un’altra è far sfiancare Ronaldo.
Detto questo, vengo alla solita domanda: ma sarà quello del Porto e di Mourinho il calcio del futuro? Le squadre svolgeranno tutte insieme due fasi distinte quasi senza collegamento tra le due? I calciatori quando non avranno il pallone retrocederanno nei 30 metri consegnati senza sgarrare? Quando la squadra avrà il pallone salirà tutta insieme, occupando con tutti i propri uomini la metà campo avversaria? Avremo un calcio molto simile al Football americano?