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"Maledette classifiche" di Rino Tommasi

Tre anni fa Eco ci parlava della fantasmagorica praticità delle liste, descrivendo come in letteratura (e nella realtà, s’intende) le liste riescono a creare quell’ordine immaginifico che mette insieme le nature opposte dell’uomo.

Ho ripensato ad Eco dopo aver letto “Maledette classifiche” di Rino Tommasi. Come “Vertigine della lista” ti faceva pensare alle liste che anche involontariamente organizziamo e sconvolgiamo ogni giorno (tutto dipende dalla rigorosità del tipo), così chi ama lo sport stila improvvise e arrangiate classifiche su qualsiasi cosa.

Quante volte abbiamo tirato fuori con amici i 5 miglior gol di Italia ’90 (è stata dura), le 3 parate più spettacolari del campionato 1987-88 (io ho scelto Seba Rossi del Cesena), le 4 più impressionanti discese di Tomba, i 10 sorpassi più folli di Mansell, le 50 peggior chiamate arbitrali pro-Juve, le 2 più limpide prove che il gioco di Zeman cura anche la difesa (andate a rivedere Cremonese-Foggia 0-2 del ’91).

Classificare è pane quotidiano e rende tutto diverso, più vicino. Come se incasellare personaggi e momenti dello sport ne definisce meglio i contorni, perché, come anche per le liste echiane, mette in cortocircuito personaggi e momenti diversi, dando in questo modo il giusto peso al singolo evento/personaggio.

Ma c’è una cosa che odio delle classifiche e che Tommasi, da vero uomo di sport, rinnega: la frase sfatta “Non è possibile paragonare sportivi di epoche così diverse”. È una fesseria. La classifica viene stilata su dati oggettivi ma è obbligatorio tirare dentro anche elementi soggettivi e di sensazione. Nonostante Nadal vinca tutto e su tutte le superfici, comunque nella nostra classifica viene dopo Edberg. Nonostante Carl Lewis abbiamo vinto molto più di Bolt e per un periodo di tempo più lungo, comunque il giamaicano resta al top (eliminando così l’effetto vintage che spesso si avverte). Nonostante Messi segni 2 gol a partita di media, Maradona resta insuperabile per l’onniscienza calcistica che Messi non dimostra.

Ma stilare classifiche come quelle di Tommasi non è afftto facile. Bisogna scavare per ritrovare sensazioni e argomenti capaci di creare le associazioni giuste. Per questo motivo leggere il libro è molto interessante. In ogni descrizione si nota la fatica del trovare gli appigli giusti. Un vero lavoro da scalatore della microstoria sportiva faticoso e soggetto a troppe critiche. Ecco perché Maledette.

Linea Bianca di nuovo in libreria – La migliore letteratura italiana a confronto.

Se c’è davvero qualcuno che mi legge, vuol dire che ne ha bisogno. Se c’è qualcuno che capita per caso su questo blog, vuol dire che il caso ci indica le strade migliori. Se c’è qualcuno che legge, attraverso le vie del web che sono riuscite a superare per infinitezza quelle del Signore (Giordano Bruno ne sarebbe felice), queste parole, vuol dire che deve allargare il suo desiderio di conoscere. Per tutti questi tipi umani leggere il nono numero di Linea Bianca, trimestrale di scienza e cultura sportiva edito da Limina, di ritorno dopo alcuni anni, è un obbligo.

Nelle mani delicate del Direttore Roberto Beccantini, il meglio della letteratura sportiva italiana ci scrive dell’Africa che aspetta il suo primo Mondiale e del Brasile che ha ancora da attendere.

Scrivo a botta calda, con la rivista appena scartocciata, per cui più che una recensione, mi limito ad una presentazione da primo appuntamento. Nella parte de “La nostra Africa”, firme come quella di John Foot (autore di “Calcio. A History of Italian Footbal”l, premiato alla 45esima edizione del Premio Selezione Bancarella Sport), Luca Ferrato (calcio e società analizzati senza essere mai banale), Furio Zara (“Bidoni” e non solo), Alec Cordolcini (chissà che pezzo per il paese dei boeri), Nicola Calzaretta (le sue storie sul Guerin Sportivo creano dipendenza) parleranno della nostra prossima Africa, vista in tv e vissuta per un mese intensamente.

Anche per questa nuova edizione, l’Intervallo è affidato ad Antonio Dipollina, che in base al titolo ci dovrebbe parlare della moda scommesse, ma siamo sicuri che si allargherà, certo che si allargherà.

Seconda parte: Brasile. Il moloch Pastorin c’è, insieme a Bruno Barba e Maurizio Ruggeri.

Infine Zibaldone, per lasciare andare gli estri dove vogliono: Luigi Garlando ci seduce con Meazza, Andrea Maietti ci stuzzica con la bycicleta di Pelé, Giorgio Porrà ci incuriosisce con l’altro Vieri, che dovrebbe essere Bob, Matteo Marani ci istiga con il fast foot. Il piatto è prelibato e già stracolmo, ma un bel po’ di spazio in testa dobbiamo conservarlo per Luigi Bolognini (“La squadra spezzata” è uno dei migliori romanzi sportivi e non degli ultimi anni), Massimiliano Castellani (le sue inchieste sulle malattie nel calcio scavano in una realtà che non si vuole conoscere), Gianni Mura (con due articoli sullo Zambia, che ci distrugge alle Olimpiadi e muore su un aereo con il sogno del Mondiale, usciti su Repubblica) e Rino Tommasi che ripropone il suo cartellino.

In mezzo a questi ho la ventura di aver scritto anche io due pezzi, sulla prima volta delle due Coree al Mondiale (prima volta anche che due nazionali sono al Mondiale mentre sono ancora in guerra, perché la Guerra di Corea è ancora in stand by, dopo l’armistizio di Panmunjeom del 27 luglio 1953) e, a nome della Biblioteca e Museo del calcio Andrea Fortunato, sui 32 libri da leggere per ogni nazionale che va a in Sudafrica.

In allegato anche il documentario “L’incontro” sullo spareggio Bologna-Inter che assegnò lo scudetto 1963-64

Leggiamoci Linea Bianca e poi ne parliamo.