Linea Bianca di nuovo in libreria – La migliore letteratura italiana a confronto.

Se c’è davvero qualcuno che mi legge, vuol dire che ne ha bisogno. Se c’è qualcuno che capita per caso su questo blog, vuol dire che il caso ci indica le strade migliori. Se c’è qualcuno che legge, attraverso le vie del web che sono riuscite a superare per infinitezza quelle del Signore (Giordano Bruno ne sarebbe felice), queste parole, vuol dire che deve allargare il suo desiderio di conoscere. Per tutti questi tipi umani leggere il nono numero di Linea Bianca, trimestrale di scienza e cultura sportiva edito da Limina, di ritorno dopo alcuni anni, è un obbligo.

Nelle mani delicate del Direttore Roberto Beccantini, il meglio della letteratura sportiva italiana ci scrive dell’Africa che aspetta il suo primo Mondiale e del Brasile che ha ancora da attendere.

Scrivo a botta calda, con la rivista appena scartocciata, per cui più che una recensione, mi limito ad una presentazione da primo appuntamento. Nella parte de “La nostra Africa”, firme come quella di John Foot (autore di “Calcio. A History of Italian Footbal”l, premiato alla 45esima edizione del Premio Selezione Bancarella Sport), Luca Ferrato (calcio e società analizzati senza essere mai banale), Furio Zara (“Bidoni” e non solo), Alec Cordolcini (chissà che pezzo per il paese dei boeri), Nicola Calzaretta (le sue storie sul Guerin Sportivo creano dipendenza) parleranno della nostra prossima Africa, vista in tv e vissuta per un mese intensamente.

Anche per questa nuova edizione, l’Intervallo è affidato ad Antonio Dipollina, che in base al titolo ci dovrebbe parlare della moda scommesse, ma siamo sicuri che si allargherà, certo che si allargherà.

Seconda parte: Brasile. Il moloch Pastorin c’è, insieme a Bruno Barba e Maurizio Ruggeri.

Infine Zibaldone, per lasciare andare gli estri dove vogliono: Luigi Garlando ci seduce con Meazza, Andrea Maietti ci stuzzica con la bycicleta di Pelé, Giorgio Porrà ci incuriosisce con l’altro Vieri, che dovrebbe essere Bob, Matteo Marani ci istiga con il fast foot. Il piatto è prelibato e già stracolmo, ma un bel po’ di spazio in testa dobbiamo conservarlo per Luigi Bolognini (“La squadra spezzata” è uno dei migliori romanzi sportivi e non degli ultimi anni), Massimiliano Castellani (le sue inchieste sulle malattie nel calcio scavano in una realtà che non si vuole conoscere), Gianni Mura (con due articoli sullo Zambia, che ci distrugge alle Olimpiadi e muore su un aereo con il sogno del Mondiale, usciti su Repubblica) e Rino Tommasi che ripropone il suo cartellino.

In mezzo a questi ho la ventura di aver scritto anche io due pezzi, sulla prima volta delle due Coree al Mondiale (prima volta anche che due nazionali sono al Mondiale mentre sono ancora in guerra, perché la Guerra di Corea è ancora in stand by, dopo l’armistizio di Panmunjeom del 27 luglio 1953) e, a nome della Biblioteca e Museo del calcio Andrea Fortunato, sui 32 libri da leggere per ogni nazionale che va a in Sudafrica.

In allegato anche il documentario “L’incontro” sullo spareggio Bologna-Inter che assegnò lo scudetto 1963-64

Leggiamoci Linea Bianca e poi ne parliamo.

90 anni di "El Grafico": la letteratura sportiva che sogniamo

Noi amanti della letteratura sportiva (che magari siamo pochi, ma ci vogliamo bene…oddio ci stimiamo) festeggiamo i 90 anni di “El Grafico”, una rivista che è leggenda e traccia da seguire. Per farlo, riprendo l’articolo di Jorge Barraza, trovato su Eurochampionsleague.net

Avevamo sfogliato il libro celebrativo degli 80 anni de El Gráfico. Era il 1999. Di certo, oggi pensiamo sia difficile migliorare un prodotto così bello.
Una simbiosi di piacere, di qualità letteraria, di meravigliosa precisione storica e fotografica. Un gioiello giornalistico che ripassava le prime otto decadi dello sport attraverso un periodico argentino che aveva raggiunto una dimensione universale. Ogni tanto ci ripensiamo.
Ci sembra ancora di vedere la foto di quel lettore boliviano, coi gomiti poggiati su due colonne di volumi del Gráfico. E che nella sua lettera diceva con orgoglio: “Possiedo la collezione completa”. O, nei giovedì pomeriggio alla libreria Córdova 9 Ottobre a Guayaquil, l’attesa di lettori ansiosi che guardano i loro orologi e pensano: “La rivista avrebbe dovuto essere già arrivata”.

Ramón Martínez, oggi assistante del Direttore sportivo del Real Madrid, ricorda: “Nel 1982 ero a Valladolid: avevamo acquistato l’uruguaiano Falena Da Silva grazie a El Gráfico. Avevamo ricevuto la rivista e c’era una nota che segnalava Da Silva come uno che vrebbe sfondato. La parola del Gráfico era sacra: l’abbiamo preso e dopo un anno era il capocannoniere, il Pichichi, della Liga spagnola”.

Per il 70° anniversario hanno ricevuto un telegramma stringato dal celebrato settimanale statunitense Sport Illustrated. Due righe: “Noi abbiamo la fortuna di avere la rivista più venduta al mondo, voi la più prestigiosa. Congratulazioni”.

Le storie, gli aneddoti, i ricordi sono uno più bello degli altri. Il 30 maggio El Gráfico ha celebrato il 90° anno di attività come un’istituzione del giornalismo sudamericano. E’ l’unica testata su carta stampata che non ha lettori: ha tifosi.
Questa bellissima tradizione è nata a Buenos Aires grazie a un giornalista e scrittore uruguaiano: Constancio C. Vigil, autore di fiabe per bambini (La formica errante). Vigil aveva regalato una massima ai suoi collaboratori: “Se un articolo non provoca un sorriso, non fa scendere una lacrima o non fa discutere, quell’articolo non serve a nulla”.

La redaizone si era sistemata in un elegante palazzo che aveva ospitato il Consolato tedesco a Buenos Aires. Da lì emanava un’ineguagliata radiosità. Dopo tanti anni, nel 1998 col cambio della proprietà, il trasferimento degli uffici da un’altra parte.
Dopo alcuni mesi eravamo ritornati, per pura curiosità, nell’amata redazione dove “El Gráfico” era stato scritto per decadi, un tempio del giornalismo nel quale decine di grandi giornalisti insegnavano classe, veri maestri dell’arte della comunicazione.

L’illuminazione era scarsa, le scrivanie vuote, la polvere ovunque, nemmeno un pezzo di carta in giro, né una macchina da scrivere o un computer, niente di quel delizioso ticchettio dei tasti, nessuno più che passa nei corridoi, i telefoni silenziosi… una sensazione di tristezza infinita, che sconfina nel dolore. Lì c’erano i folletti dell’eccellente Borocotó, di Félix Daniel Frascara (sua la frase “I giudici sono lì per sbagliare”), di Dante Panzeri, del monumentale Osvaldo Ardizzone, di Juvenal, di El Veco, di Cherquis Bialo, del nero Thiery; del magro Rafael che, quando il San Lorenzo retrocesse, parafrasando il tango “Sur”, titolò il suo pezzo “E il tuo nome si scioglie in addio…!”. Di tutti gli altri giornalisti che con una Remington nera o, successivamente, con le Olivetti verdi, ci avevano fatto ridere, piangere, commuovere milioni di persone nell’intero continente. Giornalisti che nel commentare calcio, boxe, ciclismo o canottaggio avevano creato uno stile particolare e indimenticabile di informare, di discutere, di orientare e di intrattenere.
“El Gráfico” è una parte importante della vita degli argentini. E di molti fratelli d’America che attraverso quelle pagine hanno “giocato” al Roland Garrós, “corso” il Gran Premio di Monza, “combattuto” affianco a Clay e Frazier al Madison Square Garden o sono entrati in campo presi per mano con Pele, Maradona, Di Stefano, Cruyff, Eusebio o Beckenbauer. Non c’è mai stata una stella che non sia comparsa sul “Grafico” né un torneo che non abbia concesso gli accrediti ai suoi giornalisti.

Le foto del “Grafico”! I gioielli ineguagliati del suo archivio! La “copertina” de “El Grafico”, era una celebrità tutta giornalistica. Apparire era un certificato di consacrazione per tutti gli sportivi. Nel 1940 vendeva 250.000 copie a settimana. Nelle campagne e nelle città, i ragazzi e gli adulti facevano sforzi per poterlo comprare. Era la “Bibbia dello sport”. Nel 1986, dopo il Mondiale di calcio vinto dall’Argentina, vendette 795.000 copie con l’immagine in copertina di Maradona che solleva la coppa. E’ il numero più alto di copie mai vendute da periodico in lingua spagnola. Non solo nello sport, ma in ogni categoria. Le rotative lavorarono ininterrottamente per 24 ore per stampare le copie. Finì la carta altrimenti avrebbero superato il milione.

La redazione vuota… la triste penombra, la nostalgia, il silenzio… e nel silenzio, la voce nasale di Ardizzone, le urla della domenica, un gol del Boca che si festeggia perché se vince il Boca si vendono più riviste, le classi calcistiche di Juvenal e il fanatismo di ciascuno. Perché tutti i giornalisti soffrono per una squadra. Cherquis e Proietto per il San Lorenzo, Juvenal per il River, Rafael per l’Atlanta, Arcucci per il Racing…

I numeri non descrivono più quello splendore. Ma il passaggio del tempo non è in grado di diminuire la sua leggenda, il prestigio conquistato in quasi un secolo e l’impatto che il suo nome provoca.