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Il dilemma dei Lions

Con immagini da definire per forza di cose commoventi (almeno per la grana del video, le condizioni del campo e la situazione politica di quel momento), mi chiedo: perché nello sport di squadra per eccellenza è possibile costruire una squadra all-stars competitiva in due settimane mentre in qualsiasi altro sport non è possibile? E’ solo una questione di ruoli predefiniti? Ma il rugby è in grande evoluzione da un ventennio, non ci sono più le meccaniche perfette di un tempo.
Il dubbio mi resta.

"Una meta dopo l’altra" di Marco Bollesan

Ma che libro è “Una meta dopo l’altra” di Marco Bollesan e Gabriele Remaggi? Si parla del rugby pre-fico e di squadre dopolavoristiche, nazionali compresa. Si parla di partite piccolissime rispetto gli eventi internazionali e i grandi test-match, si parla di una vita un po’ barbara perché lo sport giocato richiedeva barbaritudine più che consapevolezza, si parla di atleti conosciuti dallo 0,0001% della popolazione. Eppure questo è un libro che fa eccezione (eccezionale poteva sviare il senso), perché scritto con la maestria dell’oralita da tavolo d’osteria. Sembra facile, ma non lo è.

Leggendolo non puoi che sederti a tavola con Bollesan, di fronte ad un Cartizettu accompagnato da un rosso che sporca, e lasciarlo parlare. C’è tutto nel libro, mancano solo gli improperi pesanti (quelli open ci sono) e le bestemmie.

Bollesan ti trascina in una vita con la forza (a questo punto direi geniale, sua, di Remaggi, dell’editor, non so) del racconto libero, senza virgole né punti, che ci sono per carità ma durante la lettura non te ne accorgi. Leggendo il libro, il salto di capitolo inframezzato dalla pagina bianca ti fa un effetto stranissimo. Ti chiedi come mai quello spazio, anzi ti chiedi dov’è andato a finire Bollesan che un momento prima ti raccontava un aneddoto di quando giocava a Napoli o quando è andato con la nazionale in Africa del Sud a giocare in un mondo sconosciuto e misterioso. Poi ti accorgi che la pagina successiva è piena di parole e riprendi, senza leggere nemmeno il titolo.

Rispondo alla domanda iniziale: non so bene che libro è quello di Bollesan e Remaggi, di sicuro non ne ho letti uguali prima e questo vuol dire molto.

"I love cricket" – Reportage di uno sportomane da Londra

La Gran Bretagna vive di pochi sport, ma necessari per tutti, grandi e piccini (®Cino Tortorella). I miei 4 giorni londinesi sono stati stracolmi di cricket, rugby e calcio di ogni categoria, mentre le Olimpiadi sembrano ancora uno spettacolo da prendere con le molle, come se quelli della pallanuoto, volley e tiro al piattello fanno parte di un Cirque du Soleil da gustare one shot per poi tornare ai vecchi e veri sport.

Ho beccato il periodo più caldo possibile per il cricket. In India, Sri Lanka e Bangladesh si sta svolgendo la Coppa del Mondo e nei pub le partite scorrono più delle birre (non è proprio così, però rende l’idea). Se devo dirla tutta, io di cricket non ne so tantissimo però è uno sport affascinante, pieno di colpi di scena, capace di creare una tensione emotiva costante e addirittura sfibrante (vedevo gente così nervosa da svitare i piedi dei tavoli). Dall’una di notte in poi mi sono sparato la partita più attesa: India-Inghilterra, finita drammaticamente in parità, con alcuni atleti da segnalare: Kevin O’Brien per l’Inghilterra e Mahendra Singh Dhoni per l’India, popolari come gli attori che tutta la gente segue come se avessero idea di quel che fanno e dicono.
Ho intravisto poi altri spezzoni di partite e vedere squadre come Bangladesh, Indie Occidentali Britanniche e Zimbawe battere Irlanda, Olanda e Canada fa uno strano effetto, di dolcissimo sfizio.

Sabato e domenica poi, i pub si sono vestiti a festa per il 6 Nazioni. I nostri media lo spacciano come un evento seguito da tutti gli italiani, mentre lì davvero congela la nazione intera. Ho visto il Galles battere senza sudare l’Italia e gli inglesi tifare per noi, come noi tifiamo per la Corea del Nord quando gioca contro il Brasile. Alle 18.00 ho visto gli inglesi rintanarsi per il XV della Rosa, che ha battuto la Francia e ipotecato il torneo. Flood ha studiato bene da Wilko e la terza linea fa davvero paura. Gli inglesi sono più che pronti per il Mondiale. La differenza con il calcio è abissale: i calciatori sono sempre pronosticati come vincenti, ma la squadra riesce sempre a sfaldarsi tra difficoltà di coesione tattica e incomprensioni caratteriali, dall’altra parte i rugbisti dovrebbero essere distrutti dagli atleti dell’emisfero sud, ma piazzano sempre la zampata giusta.

Last but not least il calcio. Dei pezzi grossi vorrei sottolineare soltanto la bravura di Gary Lineker nel condurre un programma sulla Premier League. Lo immaginate Gianluca Vialli fare il perfetto anchorman nel programma di punta di Sky? Lineker è un ottimo presentatore e mette insieme la sua esperienza di campo con una dote di simpatia innata. Ma non si poteva andare fin lassù per sbavare su Arsenal, Manchester, Chelsea e il resto della indebitata compagnia. Ho aspettato la notte, affinché tutti dormissero, per guardare quasi due ore di League One e League Two, con tutti gli highlights della giornata.
Le partite hanno un fascino “celtico”, con un meraviglioso odore di olio canforato che la nostra Lega Pro non ridà con le stesse zaffate. Di calciatori da tenere d’occhio ce ne sono molti: in League One mi hanno impressionato il difensore del Tranmere Bagayoko, Kayode Odejayi, bestia d’attacco nigeriana del Colchester United, lo scozzese Rory Loy del Carlisle United. In League Two, con il Lincoln City gioca (e non lo sapevo) la freccia di Grenada Delroy Facey, ma il personaggio del momento è Ryan Lowe, una sorta di Bertani inglese che sta facendo sfracelli con il Bury. La squadra che sta azzannando il campionato è però il Chesrsterfield e proprio questo weekend c’è stata la sfida al vertice contro il Wycombe Wanderers. La vittoria degli uomini di Sheridan (grande in maglia Eire inizio ’90) è stata schiacciante. Il duo Deane Smalley Drew Talbot, assistito da un grande Dean Morgan, fa davvero scintille.

Ultima nota: dovuto il pellegrinaggio alla sezione di letteratura sportiva della libreria Waterstones di Piccadilly. Un’ora di puro delirio e acquisti purtroppo calmierati. Ma per fortuna ho portato a casa due gioielli di Jonathan Wilson, tra cui l’ultimo “The Anatomy of England” (più “78” di Graham McColl che sto già divorando).