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Riflessioni olimpiche

Rio-2016-riflessioni-CONIL’Olimpiade è sempre una parentesi di vita che resta in testa e nei ricordi. Riemergo dalle due settimane olimpiche dopo un leggero detox con alcune riflessioni:

Massimo Brignolo ha scritto (fra le tante cose sempre giuste) una nota interessante. Battere chi è predestinato in una determinata Olimpiade viene definito correttamente “miracolo” sportivo. E i miracoli accadono poche volte in due settimane, potrebbe succedere che non accadano mai.
Le squadre italiane hanno beccato tre squadre predestinate: l’Italia di pallanuoto femminile ha preso gli USA in finale e non ha potuto niente, l’Italia di pallanuoto maschile la Serbia in semifinale, perdendo senza alcun dubbio, il volley maschile ha preso il Brasile, squadra battibile ma predestinata per la contingenza (in Brasile, dopo tre ultime finali olimpiche già giocate). Nessuna nostra squadra ha compiuto il miracolo. È giusto così, non può accadere sempre e non è accaduto. Però una volta potremmo farlo ‘sto miracolo…

Com’è andata la spedizione azzurra? Nei primi giorni erano tutti entusiasti, gli ultimi ci hanno riportato sulla terra. Per me è stata un’ottima spedizione, non tanto per le medaglie vinte, essendo lo stesso numero di Londra 2012 e un numero minore della Olimpiade di paragone come punto più alto possibile nello sport contemporaneo, Atene 2004, ma per le tante finali e i piazzamenti dei nostri atleti. Abbiamo raggiunto quasi tutte le finali delle gare di tiro, siamo ripartiti nel canottaggio, il ciclismo ci ha dato la medaglia più bella, siamo presenti e vivi nel judo, ginnastica artistica e ritmica, canoa, lotta, pentathlon, triathlon e tuffi. Se ci avessero detto all’inizio che nel nuoto avremmo preso un oro, un argento e due bronzi avremmo firmato, il beach volley entra in un discorso che farò al punto successivo. Nella scherma contemporanea così difficile e livellata siamo andati bene.
Storicamente abbiamo sempre detto la nostra in tre sport che per storia, tradizioni e “geografia” sono a noi affini: atletica leggera, equitazione e vela. Nell’atletica Tamberi avrebbe vinto l’oro che metteva tutto a posto e teniamola lì, anche se crescere, come nel nuoto, è assolutamente necessario, mentre negli altri due sport abbiamo fallito di brutto (vela più di equitazione dove non abbiamo punte da parecchio).

Dopo l’argento nel beach volley, Nicolai e Lupo hanno tenuto a precisare che loro sono il frutto di un lavoro e di una serie di investimenti importanti nella disicplina. Questo è il segno di un indirizzo preciso. Dato che il CIO per tanti motivi (televisibilità in primis) sta andando in maniera sempre più forte verso sport “ggiovani” (non so bene come definirli, potremmo chiamarli anche “hype”), considerando inoltre anche che tre dei nuovi sport olimpici saranno arrampicata sportiva, surf e skateboard, anche il CONI pensa che investire in questi sport sia la scelta corretta. In sport nati, cresciuti e dominati quasi esclusivamente dai principali paesi del Commonwealth (l’Arrampicata un po’ meno), inserirsi fra chi può competere per le medaglie potrebbe essere più semplice. In poche parole, è molto più difficile creare un prospetto che vada a sfidare keniani ed etiopi nella corsa di fondo che immaginare un surfer ad altissimo livello. Il CONI si muove su questa logica.

La spedizione azzurra è andata bene, nella media, così non scontentiamo nessuno. C’è un progetto però, e molti ne hanno già parlato, che riguarda Tokyo 2020. Forse sarà quella l’Olimpiade dove dovremmo risaltare di più? Un po’ come fatto dalla Gran Bretagna nell’Olimpiade di Pechino 2008, in cui ha vinto 47 medaglie, di cui 19 d’oro (la Gran Bretagna ad Atlanta 1996 aveva vinto 15 medaglie, di cui una sola d’oro). Come per la Gran Bretagna sarà la nostra preparazione sportiva per l’Olimpiade di casa?

L’Olimpiade si è imperniata su tre pilastri: i campioni eterni, i giovani innovatori, le dinastie.
Le facce dell’Olimpiade sono ancora Phelps e Bolt, ma non dobbiamo dimenticare chi è nella storia eterna con loro, non tanto per le medaglie rivinte ma per il pieno dominio nella loro disciplina: Mo Farah, nuova doppietta su 5 e 10mila, Sebastian Brendel, secondo oro olimpico C1 1000, Eric Murray e Hamish Bond nel Due senza, Peter Reed nell’otto dopo due ori nel 4 senza, Helen Grover e Heather Stanning nel Due senza donne, Teddy Riner nel Judo, Kaori Ichō nella lotta, al quarto oro, Long Qingquan e Rim Jong-sim nel sollevamento pesi, Jin Jong-oh nel tiro a segno, Rosannagh MacLennan nel trampolino elastico, Alistair Brownlee nel Triathlon, Dorian van Rijsselberghe nella vela.
I giovani campioni che stanno cambiando il loro sport sono: Wayde van Niekerk, recod del mondo nei 400 metri, Almaz Ayana nel fondo femminile, Carolina Marín nel badminton, Simon Biles nella ginnastica artistica, Yana Egorian nella sciabola donne, Lasha Talakhadze nel sollevamento pesi, Zheng Shuyin nel taekwondo e per fortuna ne abbiamo uno anche noi, Niccolò Campriani.
Le dinastie di squadra sono cinque: la Serbia nella pallanuoto uomini e gli USA in quella donne, Figi uomini nel Rugby a 7 e ovviamente gli USA di basket in ogni senso.

Momento teleutente: alcune evidenze che hanno fatto anche incacchiare persone: troppi tuffi e golf. Detto questo, si sceglie per interesse nazionale e poi per televisibilità e possibilità di allargamento del target (quale sport meglio di tuffi e ginnastica per far attrarre un pubblico femminile?). Ho visto i dati e i canali olimpici hanno viaggiato più del doppio degli altri canali. Ad agosto può essere facile ma non è mai detto. Con il multidevicing personalmente ho visto quello che volevo e mi sono posto fino ad un certo punto la questione golfcentrica. Una cosa è certa e la suggerirei alla Rai. Niente da togliere alla spettacolarità di ginnastica, tuffi e alla bellezza del golf, però credo che gli sport dove c’è un confronto fra squadre siano sempre quelli che tirano di più e alla fine fermino più persone di fronte al televisore.

Una delle cose più belle che non ho ascoltato in questa Olimpiade è la parola calcio (al di là dei due tornei). Nessuno si è lamentato della differenza fra il proprio sport e il calcio. Finalmente.

Neymar, Curry e Kristoffersen. La nuova curva dell’evoluzione sportiva.

steph-curry-e-NeymarNella Storia, come nella Storia dello sport, la curva evolutiva ha avuto una parabola precisa e costante. Con il passare degli anni, grazie ad innovazioni negli allenamenti e, purtroppo, aiuti chimici, gli atleti hanno sempre di più migliorato le proprie prestazioni grazie ad uno sviluppo atletico-tecnico che tendeva a creare un atleta muscolarmente sempre più perfetto.
Nel calcio siamo passati da Maradona, a Zidane, a Cristiano Ronaldo.
Nel basket da Jordan, a Bryant, a Lebron James.
Nello sci da Tomba, a Hermann Maier, a Bode Miller.
Il progresso atletico è evidente. Gli ultimi atleti della catena hanno una completezza muscolare e tecnica nettamente più formata e costruita degli “antenati” sportivi.
Posto questo, nel 2016 ci aspetteremmo per il futuro evoluzioni ancora più perfezionate ed invece la storia ha incredibilmente iniziato una nuova parabola.
Nel calcio c’è Neymar, leggerezza e fantasia.
Nel basket c’è Curry, l’anti Lebron in tutto. Come dice Tranquillo, in lui tutto è sbagliato ma tutto diventa corretto.
Nello sci c’è Kristoffersen. Niente muscolarità eccessiva, tutto è nel gesto naturale.
Ecco, il termine che li contraddistingue,rispetto alla costruzione quasi al laboratorio dell’atleta fino a questo momento, è proprio il concetto di naturalezza, che riesce a vincere in maniera netta. Questi tre non soltanto vincono ma dominano senza che gli altri riescano a capire come arginarli.
Questa leggerezza/naturalezza non si nota solo in questi tre fenomeni, ma nell’approccio generale di squadre come i Golden State Warriors, la Serbia di pallanuoto (dieci anni fa la pallanuoto era solo gazzarra con il doppio centroboa praticamente obbligatorio e poco lavoro sugli esterni che invece oggi sono fondamentali), ma rientrano nel discorso anche Djokovic, un atleta molto diverso da Nadal, capace di tirare solo vincenti ad ogni palla e non cercare lo sfinimento fisico dell’altro, o Sagan, che fa del ciclismo d’istinto la sua caratteristica più importante.
Dovevamo avere super uomini che vincevano di pura potenza muscolare e costruiti tecnicamente su basi scientifiche. Ci ritroviamo atleti leggeri e infusi di una grazia tecnica senza spiegazioni apparenti. Stiamo vedendo fenomeni giovani che hanno creato una nuova curva dell’evoluzione sportiva.
Giudizio mio: è tutto più bello e il futuro più interessante.