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LA STORIA DEL CALCIO IN 50 RITRATTI. INTERVISTA A PAOLO CONDÒ

Coloro che raccontano la storia del calcio si dividono fra chi crede che la crescita evolutiva sia dovuta soprattutto alle idee, regolamentari e tattiche in primo luogo e altri invece che ne descrivono i momenti salienti, parlando soprattutto dei calciatori, del loro corpo e del loro talento. Tu da che parte stai?

Non scelgo una strada fra le due, per me entrambe hanno la stessa rilevanza. Quando ad esempio studi il calcio totale, lo consideri un momento di storia e poi lo vedi rispuntare a distanza di 20 anni, prima al Milan e poi al Barcellona, capisci l’importanza delle idee nella storia del calcio. Ma dall’altro punto di vista è indubbio che tipo di acceleratore sono anche le singole personalità. Ti faccio l’esempio della politica: quanto è stato importante per la storia il movimento politico cubano? Ma allo stesso tempo quanto sono state fondamentali per la sua diffusione le sue icone, Fidel Castro e Che Guevara?
Ogni rivoluzione quindi deve avere una faccia e nello sport un corpo, perché è il corpo che innesca e accompagna una rivoluzione. Una volta in Gazzetta cronometrammo quanto tempo aveva il regista offensivo di costruire l’azione nel corso del tempo. Rivera aveva 4 secondi, prima di essere attaccato da un avversario. Maradona ne aveva 1 e già lo attaccavano quasi sempre in due. Oggi Frenkie de Jong ha detto in un’intervista che lui ha già tutto chiaro in testa prima che il pallone gli arrivi, perché sa già che l’intera squadra avversaria si muove in relazione a quello che sta per fare. I corpi devono per forza cambiare insieme alle idee.

I calciatori che hai scelto per il tuo libro sono lì anche perché hanno innescato momenti fondamentali per la storia del calcio. Qual è, fra gli altri, il tuo momento decisivo?

Per me l’Olanda dell’inizio degli anni ’70. Modeo ne ha perfettamente ha raccontato l’albero genealogico nel suo “Il Barca”. È un momento fondamentale perché fa la rivoluzione copernicana del calcio e costringe tutti, italiani compresi, ad evolvere nelle idee e nella preparazione atletica. Poi certo che c’erano i campioni, questo è ovvio. Non ho mai visto una squadra, tranne forse il Leicester di Ranieri, vincere senza campioni. Sono poi loro che mettono in pratica le idee attraverso i loro incredibili corpi.

Guardi un calciatore per la prima volta. Cosa cerchi prima, la straordinarietà fisica o l’eccezionalità cerebrale?

Qualche cosa che lo distingue e che me lo faccia restare in testa. La vita è fatta di 24 ore e sportivamente parlando devo fare delle rinunce. Seguo Serie A, Champions League, gran parte dei campionati esteri, ma per esempio non so nulla della Serie B. Per questo motivo, appena una squadra sale in A ho uno sguardo vergine su quasi tutti i calciatori che ne fanno parte e in quel caso faccio le mie valutazioni. L’ultimo che mi ha detto qualcosa di nuovo e speciale è ad esempio Falco del Lecce, visto alla prima di campionato contro l’Inter. In primo luogo infatti io guardo l’abilità tecnica, che resta sempre il primo motivo per cui il calcio è anche uno spettacolo. Poi approfondisci, per capire se ha anche altro.

Forster Wallace scrive: “Gli atleti sanno fare con il corpo cose che il resto di noi può solo sognarsi. Ma sono sogni importanti: compensano molte cose.” Chi ti ha fatto sognare più di altri?

Le scoperte, come la prima volta che ho visto Messi ad esempio, momento bellissimo. Era in una partita di Liga, forse contro il Getafe, l’anno che si concluse con la vittoria della Champions League del Barcellona nel 2006. Un altro calciatore visto per 15 minuti e che mi ha fatto subito sognare è stato Iniesta. Non ti nego che ho avuto anche momenti di cecità clamorosi. Mi portarono a vedere Batistuta quando giocava nel Boca e io dissi che onestamente non avevo visto niente di particolare. Bati invece era molto diverso da tutti gli altri. Come tutti i giornalisti mi piace il concetto di esclusività e l’idea di esserci arrivato prima degli altri.

Su quale fra i 50 che hai scelto per il tuo libro scriveresti un saggio? Su chi invece scriveresti un romanzo?

Il romanzo sui tre del Real Madrid, Di Stefano, Puskas e Gento. Nel libro racconto di Di Stefano e Gento il giorno in cui al Bernabeu si ricordava Puskas morto da poco. I due si diedero la mano, anche se l’argentino non poteva alzarsi perché era già malandato. In quel momento ho visto e capito cosa significa la gloria. Quello che resta alla fine di tutto è sempre la gloria e loro ce l’avevano addosso. Un saggio invece lo scriverei su Marco van Basten, una sorta di James Dean del calcio, di cui abbiamo goduto per troppo poco tempo.  

Fra 20 anni fai un altro top 50. Quale calciatore giovane pensi ci finisca dentro?

Oggi ti dico Joao Felix, che fa delle cose diverse dagli altri. Mi piacciono anche Jadon Sancho, Havertz, Sané, che a me piace tantissimo, Donnarumma è un portiere che potrebbe avere una grande carriera. In futuro però credo che non si possano non inserire Jorge Mendes e Raiola, se vuoi considerare davvero tutti gli elementi del calcio contemporaneo. La grande rinuncia che ho fatto per questo libro invece è stata Jurgen Klopp, uno che ha aggiunto qualche cosa di nuovo tatticamente, il gegenpressing in primo luogo, e anche per atteggiamento. Il suo spirito allegro, in mezzo ad allenatori che sembrano tutti intenti a scoprire la fissione nucleare. Sono convinto che questo atteggiamento segnerà il futuro. Perché chi vince viene sempre seguito.

L’ultima domanda è sulla Nazionale e il calcio italiano in generale. La prima cosa che manca sono i soldi, i calciatori o le idee?

Manca il coraggio di far giocare i giovani italiani. Mancini, che è un grande, convoca Zaniolo, che ancora non ha esordito in Serie A. Quello è un urlo, un sorta di SVEGLIAA!  urlato agli allenatori italiani. In Italia i talenti ci sono. Guarda Castrovilli ad esempio. A me l’idea dei numeri fissi per far giocare gli italiani giovani mi è sempre piaciuta. Magari è inattuabile, ma è un regola che non cambierebbe la bellezza dei campionati e servirebbe solo a costruire in tutti i paesi del mondo tanti nuovi giovani campioni.

Vuoi vedere che il ciclismo diventa lo sport degli anni ’20

Quando nel 2012 deflagrò il caso Armstrong, c’era chi scriveva che il ciclismo come lo avevamo conosciuto sarebbe sparito. Avremmo visto qualcosa di diverso, cosa ancora non si sapeva, ma il fatto che non doveva esserci più quello sport si stava diffondendo in maniera quasi evidente.
Al di là dello stress da farsa pluriennale a cui ci aveva costretto l’americano, il grande problema in quel momento era l’assenza di grandi corridori, capaci di contrastare con il bello e il vero l’andazzo del “sono tutti dopati”. Il Giro d’Italia nel 2012 vedeva questo podio: Ryder Hesjedal – Joaquim Rodríguez – Thomas De Gendt. Il Tour de France di due anni prima ebbe questo: Andy Schleck – Samuel Sánchez – Jurgen Van Den Broeck. Non stiamo parlando di campioni epocali e forse neanche di atleti appena ricordabili, se non dagli addetti ai lavori. Il De profundis era pronto, nel 2020 il ciclismo poteva non arrivarci e invece…
Se seguite Suiveur e il loro podcast “Oltre la corsa” conoscete meglio il panorama ciclistico mondiale che non è mai stato così futuribile. Il ciclismo ha avuto un solo cambiamento importante dal momento in cui Armstrong è definitivamente caduto: la discesa in strada della Sky, che ha rilanciato l’importanza della squadra nella conquista delle vittorie individuali dei vari Wiggins, Froome, Thomas e ora che è diventata Ineos, Egan Bernal.
La Sky/Ineos ha tolto un po’ di polvere dal ciclismo ma non poteva strappare improvvisamente le croste di anni chimici e assurdi. Chi poteva riuscirci? Ovviamente nuovi campioni e mai come quelli che stanno arrivando saranno, riprendendo il termine usato prima, epocali. Uno si è già mostrato, Egan Bernal, evoluzione dello scalatore classico, classe 1997. Con lui in strada nei prossimi anni ci saranno Wout van Aert, classe 1994, tre volte campione del mondo nel ciclocross, che al Tour di quest’anno ha vinto una tappa e ha dimostrato di essere un puledro fantastico. Uno che non c’era in Francia è Mathieu van der Poel, classe 1995, ciclista totale che potrebbe vincere tutto quello che vuole, giri o corse di un giorno, quando vuole. Basta? No, c’è Remco Evenepoel, classe 2000, per tutti la cosa più vicina a Merckx che stiamo per vedere all’opera.
Uno sport moribondo meno di dieci anni fa potrebbe diventare lo sport più interessante e pieno di talento degli anni ’20. Un po’ come è accaduto al tennis quando in una sola generazione si sono sfidati Federer, Nadal, Djokovic e nel periodo migliore, Murray.
Profezia e similitudine spiegano una cosa fondamentale, che a volte dimentichiamo: per rendere cool uno sport, se proprio questa deve essere la smania di tutti, basta davvero poco: avere grandi campioni che lo praticano. In realtà sembra poco, ma non accade così spesso (quanta atletica avete visto da quando si è ritirato Bolt?).

In Italia solo una cosa è a tempo indeterminato: l’essere giovani

Ieri mentre guardavo United-City ho pensato ad Alessandro Florenzi attore.
Florenzi è nato l’11 marzo 1991. Nella partita decisiva per il campionato migliore e più ricco al mondo 10 calciatori su 22 erano più giovani di Florenzi.
All’inizio di quest’anno per lanciare l’ennesimo campionato che vincerà la Juventus, Sky ha creato la campagna #Nuovoinizio inserendo nello spot una serie di calciatori considerabili come giovani su cui il calcio italiano deve ricominciare a farsi sentire nel mondo.
Al di là di quello che è accaduto con la Nazionale, la cosa che più colpisce è l’idea italiana che si è giovani a tempo indeterminato, mentre ad essere determinato è tutto il resto intorno.
Quando ero all’università un mio amico che non riusciva a prendere la cattedra perché c’era un 70enne che non voleva andare in pensione mi disse che a 42 anni si era rotto il cazzo di essere giovane.
E i calciatori italiani che ne pensano?

Cinque metodi per restare svegli durante l’ultima giornata delle Qualificazioni mondiali sudamericane

Come tutti sanno, martedì notte si deciderà un ingarbugliatissimo girone sudamericano di qualificazioni a Russia 2018, nel quale sono ancora in lizza sei squadre per tre posti diretti più uno per lo spareggio contro la Nuova Zelanda.
Sarà di sicuro un momento storico per il calcio e non puoi non esserci. Questo è vero ma è anche vero che le partire inizieranno all’1.30 di notte e il giorno successivo dovremmo essere almeno mediamente svegli per portare avanti gli impegni quotidiani (lavoro, famiglia, studio, ecc.). In realtà, giocandosi bene le ore di sonno durante la notte di martedì, magari dormendo un po’ tra le 20 e le 24 e poi ritornando a letto per altre 3 ore di sonno post-partita la semivigilità del giorno successiva è garantita.
A fare un po’ paura è il restare svegli e attenti durante la partita, dato che gli impegni quotidiani di cui sopra sono già stati svolti e hanno appesantito la giornata del martedì stesso.
Poiché il problema è comune ho chiesto ad un po’ di sudamericanofili che assolutamente non possono perdersi le partite di martedì notte, venendo a conoscenza di metodi estremi, da loro utilizzati in questi anni, ma potenzialmente utili per restare svegli durante le partite di qualificazione.

1 – Il primo metodo è geniale. Guardare le puntate di una serie tv ormai somiglia allo sgranocchiare le patatine. Ne vuoi sempre un’altra dopo e spesso ti ritrovi a tarda notte che ne vuoi guardare ancora un’ultima. Il metodo è molto semplice ma appunto geniale: basta guardare la penultima puntata di una serie a cui si tiene particolarmente, così da lasciare accesa la voglia di guardare come va a finire. Questo insopprimibile desiderio di concludere l’esperienza darà l’energia nervosa necessaria per le 2 ore di partita.
Un po’ sadomaso come cosa ma mi hanno detto che funziona. Riprende l’effetto bicchiere d’acqua a metà. Per quelli che devono bere tanto durante il giorno è consigliato avere sempre di fronte a sé un bicchiere d’acqua a metà. La nostra psiche ci chiede sempre di completare l’azione così si accende la voglia di bere anche quando in una situazione normale non vorremmo farlo.

2 – Il secondo metodo è molto più pratico, niente di psicologicamente fine. Per chi ha bambini sotto i tre anni, martedì pomeriggio dovete costringerli in tutti i modi ad addormentarsi per il riposino pomeridiano verso le 18-19, così da svegliarsi pimpanti fra le 21 e le 22. Il ciclo di sonno classico in questo modo dovrebbe tornare verso le 2-2.30 e tra tempo da svegli con figli, e tempo speso per farli addormentare il primo tempo dovreste vederlo senza intoppi. Per il secondo tempo con il figlio che fisiologicamente non può più reggere e si addormenta dovete organizzarvi da soli.

3 – Il terzo metodo richiama in parte il primo. Dovreste vedere soft-porno dalle 24 in poi. Solo vedere, mi raccomando, stando seduti sul divano. La libido in circolo vi terrà svegli ben oltre l’inizio delle partite e, se la vostra carica sessuale è molto carica appunto, potreste tirare dritti fino alla fine dei match.

4 – Più che un metodo, il quarto punto è un suggerimento. Non dovete per nulla litigare o questionare con la propria moglie, fidanzata, compagna. Passare anche solo mezzora della sera a discutere vi toglierà energie preziosissime che vi presenteranno poi il conto verso il 15’ del secondo tempo delle partite. Quella sera dovrà essere una serata meravigliosa, soprattutto per lei. Magari dal lavoro portatele un fiore, anche se non c’è una mazza da festeggiare, date una mano a preparare la cena e soprattutto fate voi i piatti o comunque pulite la cucina. Questo vi aiuterà nella relazione con lei e oltretutto vi alleggerirà perché l’effetto àncora sul divano, tanto da farvi colare a picco, deve assolutamente essere evitato.

5 – C’è poi un ultimo metodo, ma bisogna attivarsi fin da oggi. Bisogna chiamare l’imbianchino e farsi colorare di rosso la stanza dove è posta la televisione. Questo perché il rosso, leggo dal web, è un colore stimolante, eccitante: aumenta la frequenza cardiaca, respiratorio e la pressione arteriosa, stimola l’attività neuronale, ghiandolare e del fegato. A livello fisiologico è in relazione stretta con i muscoli e con l’apparato osteoarticolare, a livello energetico è in relazione con il primo chakra Muladhara o chakra coccigeo ed è il colore dell’elemento fuoco ed è il colore più Yang.
Importante è farsi ridipingere le pareti domani mattina, perché non dovete abituarvi al nuovo colore passando già una serata fra le pareti rosse.

P.S. Da un punto di vista musicale, a me personalmente accade una cosa strana. Tutto, dal classico all’heavy metal, mi porta al sonno. Tutto tranne Max Pezzali. Non lo so, sarà quella sua aria così quotidiana che mi fa restare sveglio. Ho già preparato la playlist per domani sera.