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Perché il podcasting cambierà il talk sportivo

Ball don’t Lie, La Riserva, Suiveur, DNPCD, se non avete mai ascoltato questi podcast, divenendone assidui frequentatori, allora vi state perdendo qualcosa riguardo a quello che può diventare l’intrattenimento sportivo “no live” da qui ai prossimi anni.
Tutti coloro che stanno portando avanti questi progetti di podcasting, insieme ad altri che, lo ammetto, non conosco bene come i sopracitati (cazzo… c’è la vita!), sono giovani giornalisti o chiamateli come volete, che stanno per cambiare la critica giornalistica sportiva o almeno quello che potremmo chiamare il talking sportivo televisivo e radiofonico.
Lo stanno facendo per quattro buoni e nuovi motivi:

IPERCOMPETENZA – Lo sport non è più un paese per superficiali. Se vuoi davvero partecipare a quello che in questi podcast si dice, e quindi divertirti davvero, non puoi fermarti al primo step. Se non conosci quanto guadagna Paul Millsap o quante gare ha vinto o almeno chi è Jaakko Hänninen, non ne sei definitivamente escluso, ma almeno ti deve aggredire la voglia di saperlo, per godersela davvero. La chiacchierata sportiva a cui siamo abituati è sempre ipergeneralista e fatta per avvicinare un target quanto più largo possibile, ma con l’iperinformazione targetizzata in cui viviamo, servono prodotti costruiti attraverso una competenza molto maggiore. Oggi uno standard e uno stile “0-99”, come si dice in azienda quando si vendono prodotti all targets, tende ad allontanare e soprattutto non fidelizza.
Il mondo del podcasting di alto livello non vuole parlare a tutti ma creare nicchie. E tutti nel marketing sanno che i target specifici oggi sono aria, perché si iperfidelizzano e sono gli unici in pratica che vogliono spendere per prodotti dell’industria culturale in senso largo. Senza un target iperspecifico, creatosi grazie a prodotti ipercompetenti su un determinato argomento, oggi è difficile proporre di comprare per ascoltare/vedere. Altro esempio Netflix, che targetizza a valle sui comportamenti e i gusti, mentre qui parliamo di una canalizzazione a monte.

DIALOGO COMPOSTO – Altra cosa mai chiesta, ma a cui ci hanno per forza di cose abituati in questi anni è la discussione sincopata, fatta di frasi cortissime, per rispondere a domande ancora più brevi, così da creare un rimbalzo continuo di voci e facce, con la sovrapposizione (il talk politico insegna) capace di sviluppare un effetto ancora più disinteressante (grazie all’aumento dell’incapibilità). Tutto questo è stato fatto in onore dello Zeus televisivo, il dio ritmo, che tutti hanno paura di non avere e perdere così spettatori a cui dovrebbe calare l’altra divinità, Hera, l’attenzione.
Quelli del podcast di cui sopra creano invece un dialogo non più scomposto, con un processo chiarissimo di domande-risposte, a cui ci si attiene senza sovrapposizioni inutili, anzi lasciando tutto il tempo necessario per lo sviluppo del pensiero e di un’opinione. Questo nuovo ritmo viene da un “bug” tecnologico, in quanto essendo registrati al PC chi non parla, flagga mute al suo microfono per non creare rumori di fondo fastidiosi. Ma questo che doveva essere un minus in senso ritmico, è invece un grande pregio. La schizofrenica importanza data al ritmo scompare, c’è un timing di base a cui far riferimento, ma non se ne è schiavi. Questo fa diluire la discussione ma non fa calare l’attenzione, perché tutto è comprensibile e chi sviluppa un ragionamento ha la possibilità di portarlo avanti con calma, così da attirare chi ascolta verso lo scopo di ogni retore, ovvero l’ormai dimenticato “dove andrà a finire il discorso?”. In tv frasi smozzicate ormai annoiano e allontanano l’audience del talk. In primo luogo le tv che possono diluire i palinsesti, dovrebbero considerare questa nuova forma dialogica e questa nuova scansione ritmica.

PROFONDITÀ DELL’ANALISI – Questo si lega al primo punto, ma è un passo in avanti. Molti sanno che ho in atto una piccola crociata contro gli ex sportivi nei programmi di analisi e durante le telecronache. Un filosofo di cui non ricordo il nome (cazzo… sti device che esternalizzano tutto) diceva che è il critico a tirare fuori il vero senso dell’opera, non chi l’ha prodotta. Sembrerà folle, ma sono d’accordo. E se vale per artefatti intellettuali, ancora di più dovrebbe valere per “creazioni” atletiche. Posto questo, non c’è assolutamente bisogno che per parlare di calcio con cognizione di causa bisogna chiedere ad uno che è stato calciatore. Nel 95% dei casi, se dopo il lavoro di calciatore non hanno iniziato un nuovo lavoro, che vuol dire studio assiduo e preparazione ai massimi livelli, dicono cose assolutamente piatte che si fermano solo alla superficie. Molto meglio, come fanno Caressa e Pardo in maniera strutturata (i due si studiano parecchio in tante cose), chiedere del ricordo atletico o prettamente emotivo di un determinato fatto, perché lì sì che l’ex sa tirare fuori un’analisi che nessun’altro può avere, basata sul vissuto di quella specifica contingenza. Per spiegarmi meglio: ad Ambrosini è inutile chiedere che ne pensa di Quagliarella che segna ancora a quasi 40 anni. Ti parlerà della serietà della persona, del contesto giusto per il suo calcio e potrebbe arrivare a dire che il vino buono è quello invecchiato. Molto meglio chiedergli, scavallati i 30 anni, come l’esperienza cambia l’approccio al calcio nel quotidiano di un professionista. Solo lui saprà rispondere e farci capire in cosa e come è cambiato Quagliarella.
Questa tirata per dire che il podcasting, non essendo realizzato da ex agonisti, è molto più profondo di quello che ascoltiamo normalmente.

CARATTERIZZAZIONE DEI PERSONAGGI – Un amico che mi chiedeva cos’era Ball don’t Lie, risposi sinteticamente il 90° Minuto del 2000. Il mix di voci che fa emerge la provenienza geografica e la caratterizzazione dei personaggi, con un proprio tifo ben definito ma anche con le ipercompetenze specifiche del punto 1, lo avvicinano più a quel riferimento ormai lontano che a tutti i talk sportivi di oggi.
Nei programmi contemporanei deve dominare o il politically correct con il misurino, secondo il quale non si può avere un’opinione secca se non filtrata da mille “se” e “poiché” (al netto dei grandi giornalisti come Condò, inavvicinabile, in pratica solo Capello, fra gli ex, a volte si lancia in pensieri più estremi, ma gli altri lo guardano subito male) oppure vige lo schieramento a prescindere, senza filtro ma ottuso a livelli incredibili (ho solo intravisto  quelle cose che vanno in onda durante le partite con gente che urla, piange, ecc., ma sto parlando proprio di quello).
Nonostante chi fa podcast non ha volto, ne comprendi dopo pochissimi ascolti le caratteristiche e ne capisci i discorsi anche in relazione ad uno storico e ad atteggiamenti chiari, non filtrati e allo stesso tempo non per forza ottusamente schierati, ma sanamente critici e appassionati verso la propria squadra e le altre. Questo crea nuove nicchie di fidelizzazione anche al personaggio, che rinforza ancora di più un’altra mecca del marketing contemporaneo, il bond, il legame con il prodotto, capace di creare ambassadors più che clienti.

Chiudo qui. Un consiglio. Ascoltate con attenzione questi e tanti altri podcast sportivi che stanno nascendo, perché sono qualcosa che sta cambiando un mondo anchilosato da una parte e verso la deriva trash dall’altra.

I Mondiali su Mediaset sono una grande sorpresa

Io dei giornalisti Mediaset conosco solo Enzo Palladini. Conoscendolo mi sono sempre chiesto perché la qualità della sua scrittura (non per webvendita, ma il pezzo su Ronaldo nella melma di Mosca scritto per “Mosca Football Guide” ad esempio è una perla) non fosse sempre il marchio della redazione sportiva Mediaset. A dire la verità ho visto poco sport su Mediaset in questi anni, ma il mood che mi arrivava e che mi raccontava chi invece seguiva le trasmissioni con costanza era quello abbastanza classico dei “nani e ballerine”, da contorno ad un calcio visto sempre troppo di struscio per interessare davvero (almeno me). Per me lo sport su Mediaset erano i primi 5 pezzi di Hit Mania Dance sotto un po’ di gol e immagini al rallentatore e via andare.
Adesso che sto vedendo i Mondiali mi sono accorto di essermi sbagliato.
Da spettatore principalmente di Sky negli ultimi anni penso che in alcune cose Mediaset in questi Mondiali sia addirittura migliore. Come ha fatto a superarli? Beh, la ricetta è sempre la stessa, affidarsi ai giovani, gli unici che possono dire e fare qualcosa di non detto e non fatto.
Un esempio sono i servizi. Dalle voci che sento sono tutti molto giovani e hanno un ritmo che ti appiccica al televisore. L’altra sera andò un servizio su Harry Kane che era ad un passo dal Livorno davvero fantastico. In rete non sono riuscito a trovarlo, ma ve lo consiglio vivamente.
L’altro esempio sono le telecronache delle partite. Piccinini è ormai un vecchio amico, roba da fine anni ’90, Pardo è forte, è bravo vero, ma io sono telecronachisticamente innamorato di Alessandro Iori, altro giovane. Per grammatura della voce, modulazione del ritmo senza strepitii insensati e capacità descrittive sul confine fra radio e televisione è la cosa nuova più vicina a Bruno Pizzul.
Poi c’è Pardo. Ascoltai l’anno scorso Pierluigi Pardo all’Overtime di Macerata e mi sorprese. Davvero grandi competenze che riesce a tenere insieme in un discorso sempre interessante. Al di là di questo, parlando proprio di come a Mediaset si fa intrattenimento legato allo sport, e nello specifico del suo programma Tiki Taka, disse che l’unica volta che per tutta la puntata volle toccare temi completamente seri e legati a questioni di campo, lo share crollò.
Da vecchio progressista (parola che ormai se nomini prendi pure una scarpata in faccia), sono ancora convinto che non ci si deve adeguare ai gusti, ma saperli guidare verso qualcosa che è oggettivamente di maggiore qualità, per cui il discorso “alla fine gli diamo quello che vogliono” non mi è mai andato giù. Tiki Taka Russia ad esempio non è affatto un programma da “nani e ballerine”, come pensavo appunto dell’intrattenimento sportivo Mediaset, è molto godibile e quello che mi piace tra le altre cose è l’uso corretto degli ex calciatori. Per questo magari scrivo un pezzo a parte, ma in estrema sintesi credo che se non sei Adani, Bergomi e Ambrosini, di regola gli ex calciatori dicono cose che potrebbe dire anche mio cugino Giuseppe che vede calcio da 55 anni. Quello che gli ex calciatori hanno in più degli altri è quello che Pardo cerca sempre di tirargli fuori, ovvero le testimonianze dirette, quello che in passato hanno vissuto, cercando di connettere sensazioni tra passato e presente che solo i calciatori di livello conoscono davvero e possono comunicarti. Faccio un esempio così mi spiego meglio. Chiedere a Paolo Rossi cosa pensa dell’Inghilterra, al che ti risponderà “è una bella squadra che corre, ma deve stare attenta alla Colombia” non ti dà niente. Chiedergli quali sensazioni si provano a giocare partite come quelle che stanno per giocare le squadre dagli ottavi in poi ti coinvolge nel discorso in una maniera del tutto diversa, perché solo Paolo Rossi e altri 100 uomini in Italia ti sanno dire cosa davvero si può provare.
La scelta di prendersi e pagare un Mondiale senza l’Italia è stata molto coraggiosa ma ha pagato. Lo share è altissimo e si toccano picchi record per le reti addirittura da quando esistono. Sapere che anche Iran-Marocco fa uno share molto alto poi ti fa sentire bene, ti fa capire che gli italiani in fondo amano questo gioco e che se c’è Januzaj al posto di Immobile in un certo senso va bene uguale.
A fine Mondiale sono sicuro che in Mediaset si seguirà in qualche modo l’onda, creando ancora buona televisione. Se si unisce la competenza e la classe di Palladini e gli altri alle idee dei giovani si faranno grandi cose.

Luigi Necco ed io

Per un ragazzo di sette anni o giù di lì Luigi Necco non era un giornalista, a quell’età e soprattutto negli ottanta non si capiva nemmeno cosa volesse significare esse un giornalista. Non era nemmeno un comico, anche se spesso faceva ridere tuo padre o i signori del Circolo, perché parlava in maniera troppo seriosa per essere uno di quelli che volevano per forza far ridere. Non era semplicemente un uomo di televisione, perché aveva una strana timidezza, velata però da un’arguzia che riuscivi solo leggermente a percepire ma che te lo faceva diventare subito simpatico e allo stesso tempo ascoltare in religioso silenzio. Tutti lo ascoltavano con la stessa attenzione, come se quello che dicesse avesse almeno un barlume di verità.
Crescere e far prosperare l’amore per il calcio con quel 90° Minuto e con quel Necco, voce della tua squadra del cuore, ci ha insegnato tante cose: prima di tutto com’era diversa l’Italia, per uno che conosceva al massimo il suo paese o il suo quartiere ti metteva subito di fronte ad un popolo così diverso eppure accomunato dalla stessa passione per il calcio. Poi ti faceva sentire i primi sentimenti forti, come la gioia vera per la vittoria o il dolore puro per la sconfitta. Da grande puoi edulcorare tutto, non sarà mai più così intensa una partita di calcio. Infine ti apriva al confronto, perché se a scuola difficilmente trovavi qualcun’altro che non fosse nella tua tribù tifosa, lì conoscevi tutti gli altri che come te volevano dal calcio la felicità per novanta minuti e ci dovevi fare i conti.
Se in questo mondo nuovo a farti da rappresentante ed alfiere era Luigi Necco eri molto fortunato, perché nessuno come lui esprimeva l’essere napoletano mischiando dionisiaco e apollineo, fra battute, dati e sensazioni ed era quindi il diplomatico perfetto per l’esercito tifoso di cui tu eri solo un piccolo soldato. Le parole di Necco sapevano esaltare la tua gioia quando vincevi, perché ancora più sottile era la voglia di dire a tutta Italia che c’eravamo anche noi. Ma allo stesso tempo sapevano consolare quando perdevi perché, come sempre nella storia di Napoli e della Campania più in generale, dalle sue frasi con quel tono mogio per cui il giornalista di oggi sarebbe stato licenziato al momento, capivi che c’era un’altra partita, ci potevi provare ancora una volta e che non finisce mica il cielo se Maradona prende la traversa invece di segnare (a sette anni pensi il contrario).
Ecco lì il nome che deve essere citato insieme a quello di Necco. Necco è stato Necco prima e dopo Maradona, ma in quei sette anni è stato l’aedo che ogni settimana ci raccontava una favola meravigliosa, con un grande eroe a cavallo, tanti amici con cui lottava insieme e poi tanti nemici, dalle fogge più strane e dalle mire sempre più grandi, che volevano a tutti i costi disarcionare il nostro eroe e rendere patetica la voce di chi ne cantava le gesta.
Il racconto maradoniano di Necco è stata la cosa più bella di quegli anni ’80 per un bambino tifoso del Napoli. È stato un viaggio lunghissimo, estremo perché mai fatto prima da quella squadra, stracolmo di colpi di scena e momenti di svolta. Per non impazzire ti potevi affidare solo a quella voce, capace di riportare alla normale eccezionalità del calcio tutto quello che accadeva in campo e fuori.
Luigi Necco l’ho visto pochi mesi fa per l’utlima volta e abbiamo parlato di Maradona. Mi disse che tanto ha detto ma tanto ancora non ha detto di Diego. E questa cosa lo rendeva ancora più grande, perché il giornalismo non è solo scoop ma vita comune con i protagonisti di cui parli. Quando in uno spogliatoio dopo Napoli-Milan 2-3 del 1988 sei lì e piangi con loro, vale mille volte di più di una notizia tirata giù, magari per sentito dire.
E poi abbiamo parlato del Napoli di oggi. Era felice che fosse lassù, che fosse ancora in lotta per la vittoria. Però troncava la frase con questa parola “vittoria…” e poi ti guardava, facendoti capire che vincere è davvero la cosa più bella che c’è.
E noi lo ringraziamo oggi e lo ringrazieremo sempre perché ha saputo raccontarci il calcio e, fortuna sua ma l’audacia si sa che aiuta chi se lo merita, la favola più bella che c’è, quella della vittoria.

I giorni di Parigi. Rai, postmoderno e cultura attraverso lo sport.

I_giorni_di_Parigi_RaiNon sono mai entrato in Rai né ho mai avuto contatti diretti, ma ho una sensazione personale: quando si fidano dei professionisti che hanno, fanno sempre ottimi prodotti.
Molti di voi ne hanno già parlato e io ho visto quasi tutte le puntate de “I giorni di Parigi”. Questo programma è il tipico esempio di una televisione che si fida di chi ci lavora e, senza parlare di carta bianca che non è mai la metodologia giusta in quanto tutti sanno a prescindere il target, lo stile e la storia di un canale e di una televisione, dà la giusta libertà nel realizzare prodotti di qualità.
Quello che mi ha stupito de “I giorni di Parigi” è la sua contemporaneità nel linguaggio: in puro stile post-moderno mette insieme linguaggi, espressioni e argomenti distanti fra di loro che si tengono insieme non tanto grazie a un tema unico (ad esempio, l’ultima puntata poteva essere la partita Belgio-Galles), ma per una sorta di filosofia del programma stesso che punta a connessioni alte fra sport e cultura.
“I giorni di Parigi” utilizza l’evento Europei come contenitore di interessi ed emozioni ma ci parla di tanto altro, sviluppando tanti fili narrativi da percorrere con loro ma poi da approfondire e conoscere meglio (questo è il servizio pubblico del 2000).
La sigla iniziale è già puro materiale post-moderno: immagini d’archivio (l’archivio è utilizzato dalla Rai in quanto sua grande forza. Programmi che si basano su di essi sono molto ben fatti e interessanti. Riuscire a far parlare l’archivio con il contemporaneo, come in questo caso, è il passo successivo) si uniscono a immagini attuali, con connessioni flash con musica e cinematografia. Solo la sigla è un piccolo saggio da cui partire.
I primi minuti della puntata sono quasi sempre alla Dribbling e presentano la parte calcistica, per poi tenerla come sfondo e iniziare a svariare sul tema. La scelta di annullare il voice-over, il che segna fin da subito lo stacco dalla parte iniziale, e lasciar parlare i protagonisti delle storie e le sole immagini è una trovata già vista ma sempre d’effetto. Contributi diversi creano un racconto unico e completano l’universo che ruota intorno ad un evento sportivo di questa portata mondiale. Anche la musica è pura sensazione e non didascalia o contrappunto. Serve a dare suggestioni di luoghi, momenti, personaggi, eventuali sviluppi, senza perdere però la rotta e andare dove portano le orecchie.
In sintesi, “I giorni di Parigi” è un programma di grande qualità e di scrittura competente, nasce dalla volontà di seguire una cultura e letteratura sportiva che per fortuna in Italia è viva e lotta contro il tanto mainstream da bar (ma da bar finto, ricostruito in studio, il vero bar offre spunti eccezionali). Vedo che pian piano questa nuova voce sta diventando qualcosa di più della schicchera nerd o, per dirla alla buona, del radicalismo chic applicato ovunque. Un nuovo modo di vedere e parlare (e scrivere ovviamente) di calcio e sport è cultura, né più né meno (Undici, L’Ultimo Uomo sono e fanno questo).
E pensare che la Rai abbia percepito questo mood, lo abbia fatto suo, e abbia anche fatto un passo più in là rispetto a Sky da un lato mi fa sorridere (sorrido pensando a quelli che si esaltano per “I giorni di Parigi”, come se la Rai dovesse fare solo il nazionalpopolare più spinto che c’è) e dall’altro attendere nuovi e ancora ottimi prodotti.

P.S. Ho letto sul web: “Se “I giorni di Parigi” lo avesse fatto Buffa, la gente si sarebbe strappata i capelli”. Ci ho riflettuto su questa cosa ed è sempre interessante quando qualcuno ti sottolinea comparazioni. “I giorni di Parigi” è un programma totalmente differente rispetto ai programmi di Federico Buffa. Per stile e soprattutto per modalità narrative siamo molto distanti (distanti nel senso di diversi, non di migliore-peggiore). Entrambi i format aprono alla riflessione culturale sullo sport e “I giorni di Parigi” fa una cosa interessante rispetto a Buffa: fa parlare le storie mentre la Storia accade. Non è un meraviglioso saggio buffiano, è cronaca e riflessione intellettuale su quello che è cultura oggi e diventerà storia domani intorno all’evento.