Novità letteratura sportiva americana – Ottobre 2017

Betaball: How Silicon Valley and Science Built One of the Greatest Basketball Teams in History
di Erik Malinowski

Credo sia stupendo. Come i Golden State Warriors hanno creato uno stile che vende alla grande, unendo basket del futuro e mercato del presente. Dentro ci sono analisi su come le next-gen science (non avendolo letto spero ci siano anche le neuroscienze. Noi per fortuna sappiamo cosa vuol dire perché ne parla da anni Sandro Modeo) e la cultura aziendale della Silicon Valley.
A guidare il carro Joe Lacob (lui ha detto “the Warriors are not a basketball team but much more than that. We’re a sports, media, and technology entity”. L’idea che dentro una squadra di basket ci siano logiche tecnologiche applicabili poi in altre aree del business è geniale) e il produttore Peter Guber. Interessante il concetto che i Warriors fanno sempre scelte ed esperimenti (tecnici e commerciali) in beta, ovvero in una modialità in cui sperimentare è decisivo e lo si può fare guardando molto più in là, verso l’innovazione pura.

 

 

Fields of Battle: Pearl Harbor, the Rose Bowl, and the Boys Who Went to War
di Brian Curtis
Altro meraviglioso libro, incentrato sui protagonisti del Rose Bowl del 1942, disputato non a Pasadena come al solito, ma a Durham, in North Carolina, per paura degli attacchi giapponesi.
Parla di come quegli atleti siano passati in poche settimane dal campo di football ai campi di guerra, fra Iwo Jima, Normandia e Guadalcanal. Quattro giocatori di quella sfida fra Duke e Oregon State avrebbero perso la vita ed altri furono gravamente feriti. Da approfondire, fra gli altri, anche la vita di Jack Yoshihara, giocatore nippo-americano che non potè né giocare né battersi per gli USA, ma anzi fu internato in un campo nell’Idaho.

Narrazioni contemporanee e Trump. Come il wrestling muove il consenso.

trump_wrestlingCon la fine ormai conclamata delle ideologie (sono stato a Cuba da poco e anche i vecchietti con le pistole della Rivoluzione nel cassetto vorrebbero la loro edizione di Bailando por un Sueño), i partiti e movimenti ma ancora di più i singoli politici, ormai monadi isolate senza rete di pensiero a cui collegarsi e grazie alla quale cadere senza traumi, creano narrazioni da comunicare all’audience (nella speranza che si allarghi sempre di più).
Prendiamo la Chiesa. Tutti hanno la sensazione, confermata dopo analisi razionale, che Benedetto XVI abbia avuto un profilo ed un impatto sull’istituzione rispetto a Francesco molto diversa. Andando a controllare però quello che è stato effettivamente realizzato, è facilmente dimostrabile come Benedetto XVI e Francesco siano simili o, ancora meglio, quasi uguali e che in realtà poco è cambiato nella Chiesa. A differenziarli due narrazioni completamente diverse, capaci di brandizzarli in profondità.
E in un momento storico in cui centinaia di narrazioni servono a costruire il tessuto sociale, negli Stati Uniti vince Trump ed è giusto parlare di wrestling.
In USA il wrestling è seguito da milioni di persone in live e in tv, che si appassionano a storie molto intricate nello sviluppo narrativo ma semplici nella logica: c’è un buono e un cattivo che si sfidano per la gloria di una cintura. Trump conosce perfettamente il wrestling, ne è stato un protagonista con la feud “hair vs hair match” contro il proprietario della WWE Vincent McMahon e lo ha sovvenzionato e sostenuto negli anni.
Gli heel del wrestling hanno spesso rispecchiato i nemici degli USA: dopo l’11 settembre ci sono stati wrestler islamici mentre nell’era Obama ha imperversato Alexander Rusev, che è bulgaro ma fa il russo perché in quel momento gli altri sono di nuovo quelli del Volga. Oggi con Trump sono certo che ci sarà un boom di cattivi stranieri e mi attendo un tremendo heel cinese che diventa in questi quattro anni il nemico per eccellenza.
Se il wrestling è narrazione fintamente sportiva in una società di narrazioni molteplici, la mia domanda è: ma può il wrestling non solo rispecchiare le “emozioni” di una società ma addirittura indirizzarne il consenso?
Prima della Brexit e dell’elezione di Donald la mia risposta era una risatona di gola bella forte. Oggi penso tre nuove cose: 1) Nel mondo dell’iperinformazione, dove tutto può essere analizzato da più punti di vista, a predominare e a diffondersi sono le narrazioni semplicissime, capaci di attecchire velocemente ed essere spiegabili agli altri nella maniera più easy possibile. 2) Nel mondo dove il globalismo ci porta verso l’assenza o almeno la sfumatura dei confini, ad imporsi è la narrazione del noi contro loro, che presuppone un’identità forte che invece nei fatti è malleabile come mai nella storia. 3) Il contadino del Wisconsin non è stupido come molti dicono. Tutti pensavano che bastava creargli un cuscinetto di discreto benessere intorno per fargli preferire e votare il consueto. E invece, come quando ha votato Kennedy nel 1960 e Obama nel 2008, il caro contadino del Wisconsin non si muove per valori troppo decorativi, ma per sintetiche e dirette narrazioni dell’oggi.
Queste tre novità mi portano alla conclusione che non solo le narrazioni di fiction come il wrestling rispecchiano, parodiando, il contemporaneo, ma riescono a muovere il consenso, semplificandone i termini all’estremo. Oggi vogliamo capirci qualcosa e un ragazzone americano sorridente che picchia un cinese nervoso ci dà una sensazione di piacere e un esempio da seguire.

Riflessioni olimpiche

Rio-2016-riflessioni-CONIL’Olimpiade è sempre una parentesi di vita che resta in testa e nei ricordi. Riemergo dalle due settimane olimpiche dopo un leggero detox con alcune riflessioni:

Massimo Brignolo ha scritto (fra le tante cose sempre giuste) una nota interessante. Battere chi è predestinato in una determinata Olimpiade viene definito correttamente “miracolo” sportivo. E i miracoli accadono poche volte in due settimane, potrebbe succedere che non accadano mai.
Le squadre italiane hanno beccato tre squadre predestinate: l’Italia di pallanuoto femminile ha preso gli USA in finale e non ha potuto niente, l’Italia di pallanuoto maschile la Serbia in semifinale, perdendo senza alcun dubbio, il volley maschile ha preso il Brasile, squadra battibile ma predestinata per la contingenza (in Brasile, dopo tre ultime finali olimpiche già giocate). Nessuna nostra squadra ha compiuto il miracolo. È giusto così, non può accadere sempre e non è accaduto. Però una volta potremmo farlo ‘sto miracolo…

Com’è andata la spedizione azzurra? Nei primi giorni erano tutti entusiasti, gli ultimi ci hanno riportato sulla terra. Per me è stata un’ottima spedizione, non tanto per le medaglie vinte, essendo lo stesso numero di Londra 2012 e un numero minore della Olimpiade di paragone come punto più alto possibile nello sport contemporaneo, Atene 2004, ma per le tante finali e i piazzamenti dei nostri atleti. Abbiamo raggiunto quasi tutte le finali delle gare di tiro, siamo ripartiti nel canottaggio, il ciclismo ci ha dato la medaglia più bella, siamo presenti e vivi nel judo, ginnastica artistica e ritmica, canoa, lotta, pentathlon, triathlon e tuffi. Se ci avessero detto all’inizio che nel nuoto avremmo preso un oro, un argento e due bronzi avremmo firmato, il beach volley entra in un discorso che farò al punto successivo. Nella scherma contemporanea così difficile e livellata siamo andati bene.
Storicamente abbiamo sempre detto la nostra in tre sport che per storia, tradizioni e “geografia” sono a noi affini: atletica leggera, equitazione e vela. Nell’atletica Tamberi avrebbe vinto l’oro che metteva tutto a posto e teniamola lì, anche se crescere, come nel nuoto, è assolutamente necessario, mentre negli altri due sport abbiamo fallito di brutto (vela più di equitazione dove non abbiamo punte da parecchio).

Dopo l’argento nel beach volley, Nicolai e Lupo hanno tenuto a precisare che loro sono il frutto di un lavoro e di una serie di investimenti importanti nella disicplina. Questo è il segno di un indirizzo preciso. Dato che il CIO per tanti motivi (televisibilità in primis) sta andando in maniera sempre più forte verso sport “ggiovani” (non so bene come definirli, potremmo chiamarli anche “hype”), considerando inoltre anche che tre dei nuovi sport olimpici saranno arrampicata sportiva, surf e skateboard, anche il CONI pensa che investire in questi sport sia la scelta corretta. In sport nati, cresciuti e dominati quasi esclusivamente dai principali paesi del Commonwealth (l’Arrampicata un po’ meno), inserirsi fra chi può competere per le medaglie potrebbe essere più semplice. In poche parole, è molto più difficile creare un prospetto che vada a sfidare keniani ed etiopi nella corsa di fondo che immaginare un surfer ad altissimo livello. Il CONI si muove su questa logica.

La spedizione azzurra è andata bene, nella media, così non scontentiamo nessuno. C’è un progetto però, e molti ne hanno già parlato, che riguarda Tokyo 2020. Forse sarà quella l’Olimpiade dove dovremmo risaltare di più? Un po’ come fatto dalla Gran Bretagna nell’Olimpiade di Pechino 2008, in cui ha vinto 47 medaglie, di cui 19 d’oro (la Gran Bretagna ad Atlanta 1996 aveva vinto 15 medaglie, di cui una sola d’oro). Come per la Gran Bretagna sarà la nostra preparazione sportiva per l’Olimpiade di casa?

L’Olimpiade si è imperniata su tre pilastri: i campioni eterni, i giovani innovatori, le dinastie.
Le facce dell’Olimpiade sono ancora Phelps e Bolt, ma non dobbiamo dimenticare chi è nella storia eterna con loro, non tanto per le medaglie rivinte ma per il pieno dominio nella loro disciplina: Mo Farah, nuova doppietta su 5 e 10mila, Sebastian Brendel, secondo oro olimpico C1 1000, Eric Murray e Hamish Bond nel Due senza, Peter Reed nell’otto dopo due ori nel 4 senza, Helen Grover e Heather Stanning nel Due senza donne, Teddy Riner nel Judo, Kaori Ichō nella lotta, al quarto oro, Long Qingquan e Rim Jong-sim nel sollevamento pesi, Jin Jong-oh nel tiro a segno, Rosannagh MacLennan nel trampolino elastico, Alistair Brownlee nel Triathlon, Dorian van Rijsselberghe nella vela.
I giovani campioni che stanno cambiando il loro sport sono: Wayde van Niekerk, recod del mondo nei 400 metri, Almaz Ayana nel fondo femminile, Carolina Marín nel badminton, Simon Biles nella ginnastica artistica, Yana Egorian nella sciabola donne, Lasha Talakhadze nel sollevamento pesi, Zheng Shuyin nel taekwondo e per fortuna ne abbiamo uno anche noi, Niccolò Campriani.
Le dinastie di squadra sono cinque: la Serbia nella pallanuoto uomini e gli USA in quella donne, Figi uomini nel Rugby a 7 e ovviamente gli USA di basket in ogni senso.

Momento teleutente: alcune evidenze che hanno fatto anche incacchiare persone: troppi tuffi e golf. Detto questo, si sceglie per interesse nazionale e poi per televisibilità e possibilità di allargamento del target (quale sport meglio di tuffi e ginnastica per far attrarre un pubblico femminile?). Ho visto i dati e i canali olimpici hanno viaggiato più del doppio degli altri canali. Ad agosto può essere facile ma non è mai detto. Con il multidevicing personalmente ho visto quello che volevo e mi sono posto fino ad un certo punto la questione golfcentrica. Una cosa è certa e la suggerirei alla Rai. Niente da togliere alla spettacolarità di ginnastica, tuffi e alla bellezza del golf, però credo che gli sport dove c’è un confronto fra squadre siano sempre quelli che tirano di più e alla fine fermino più persone di fronte al televisore.

Una delle cose più belle che non ho ascoltato in questa Olimpiade è la parola calcio (al di là dei due tornei). Nessuno si è lamentato della differenza fra il proprio sport e il calcio. Finalmente.

Come far piacere il calcio agli statunitensi?

Messi_Copa_Centenario_USAGli statunitensi hanno attaccato e affondato Blatter. Quella di eliminare il padre maligno del calcio mondiale era da parecchi anni la condizione numero uno posta per entrare sul serio nella stanza dei bottoni e mettere i dollari sul piatto. Ora senza Blatter hanno possibilità di veder fiorire eventuali investimenti nel mondo del calcio senza il timore quasi ovvio prima con lo svizzero che tutto poi sarebbe finito in giochi di potere sporchi e troppo macchinosi per entrarci e guadagnare.
Fatto il primo step, bisogna fare un secondo passaggio altrettanto complesso: far diventare il calcio uno sport “gustoso” per gli statunitensi. E qui fermiamoci.
Quello che gli americani vogliono, e la cosa è evidente guardando quello che a loro piace, è l’unione dell’aspetto romanzesco insieme a quello scientifico, unendo storytelling e analisi statistica in uno sport che crea eroi e li sottopone a prove sempre diverse. Quello che a loro piace è quello che sta avvenendo proprio negli Stati Uniti in questi giorni: un eroe (Messi), che il più bravo di tutti in quello sport, affronta i diversi ostacoli verso la conquista del trofeo riuscendo in quello per cui le statistiche confermano che eccelle (assist, calci di punizione ancora più dei gol). Questo cammino sta entusiasmando e, leggendo i giornali statunitensi, molte persone sono più interessate a questo sport prima poco attraente perché fatto di troppi pochi momenti in cui una partita può decidersi. Messi sta smontando questo assunto, per cui basta seguire la partita considerando che c’è lui, per non far annoiare gli statunitensi per gli interi 90 minuti.
Siamo a buon punto anche del secondo passaggio quindi? Non ancora.
Prima di tutto servono tanti altri eroi perché Messi non può giocare tutte le partite né tutte le partite possono direttamente interessare la sua storia. E poi c’è un problema di spettacolo da offrire. Negli USA c’è Messi e quasi tutte le partite sono state interessanti. I primi tre ottavi in Europa invece, salvando piccole parti di Svizzera-Polonia, sono uno spettacolo che un cittadino statunitense non si sognerebbe nemmeno lontanamente di guardare. Galles-Irlanda del Nord e Croazia-Portogallo hanno creato insieme non più di cinque momenti emozionanti e questo non è sostenibile negli USA da nessun punto di vista (anche e soprattutto televisivo, che è poi quello che conta).
Siamo ad un bivio: per far diffondere il calcio negli USA (strategia del calcio mondiale che corre parallela a quella del diffondere e far piacere il calcio anche ai cinesi) c’è bisogno di uno spettacolo diverso che potrebbe basarsi su un cambio di regole determinanti. Potrebbero essere tante, ne ho pensata una che quasi certamente dovrebbe arrivare anche a breve: il cumulo dei falli di squadra. Se una squadra fa più di un tot di falli, la squadra avversaria avrà da quel momento in poi, per ogni nuovo fallo, la possibilità di tirare un calcio di punizione da punti prestabiliti al di fuori dell’area di rigore. Questo porterebbe ad uno spezzettamento minore del gioco, ad una libertà più ampia da parte dei campioni e a tanti momenti di showtime in cui si affrontano, uno contro uno, gli eroi.
Aspettiamo e vediamo come si mette.