Ventura o Sacchi. Con chi stare?

Arrigo_Sacchi_ Giampiero_VenturaLa querelle fra Ventura e Sacchi è interessante, non solo dal punto di vista giornalistico, ma anche per un approccio critico alla materia calcio.
Sacchi ha rivluzionato il gioco. Infatti si parla di rivoluzione sacchiana, mentre da lui in poi per gli allenatori contemporanei si usa correttamente il suffismo -ismo. Lo si fa per sottolineare che le innovazioni sostanziali di Sacchi sono state poi riprese in maniera da tanti altri allenatori, creando i loro stili personali: mourinhismo, sarrismo, contismo, cholismo sono tutte maniere che esaltano dei principi sacchiani, migliorandoli (Guardiola credo sia al pari livello e Sacchi stesso lo evidenzia quando scrive).
Detto questo, Arrigo Sacchi può e deve parlare e scrivere per principi. Il possesso dominante, il ritmo e l’occupazione attiva degli spazi fra le altre sono idee e principi che il fusignanese ha portato nel calcio rendendoli “istituzionali” e non test da laboratorio come l’Olanda ’70. Da Sacchi in poi gli allenatori di calcio devono conoscere e utilizzare determinati principi, poi le sfumature e le contingenze fanno il resto e creano le differenze.
Ventura, toccato da Sacchi il quale ha criticato un approccio un po’ monocorde e poco dominante degli Azzurri contro l’Albania, ha fatto la genialata. Non è sceso sul campo dei principi come altri allenatori criticati da Sacchi prima di lui, ma si è buttato sul pratico. “Mi hanno girato le partite dell’Italia in USA nel 1994. Contro l’Irlanda il primo tiro è al 70′, mentre contro il Messico la nostra partita fu imbarazzante”.
Dopo l’uscita di Ventura bisogna adesso capire dove stare. Con Sacchi, il quale può chiedere di aderire a principi di gioco che non tengono conto della materia umana e soprattutto degli obiettivi pratici di un Ventura, il quale se fa giocare alla grande la sua squadra ma non va in Russia viene distrutto da FIGC e critica? Oppure dobbiamo stare con Ventura e valutare ogni principio di cui i maestri parlano, andando a considerare la messa in pratica degli stessi?
Se ne esce difficilmente e ognuno ha la sua ragione, ma io mi schiero. Sto con Sacchi. I principi sono lì, da tenere come orizzonte. E i maestri devono ricordarli e ribadirli ogni volta possibile. Pensare di evitarli perché non sono mai diventati realtà da chi li professa non è un modo per migliorare. Tendere verso è quello che bisogna fare per crescere, sapendo anche che non si raggiungerà mai quell’orizzonte.

Il Mondiale da 14enne – Letteratura Calcio

Letteratura Calcio
Letteratura Calcio

Il Mondiale, non sembra perché sto campionato pare combattuto (siete ancora sicuri dopo Juve-Napoli?), è vicino ed un’altra estate italiana (non vale solo per il 90, ogni Mondiale ci riscopre nazionalisti) è alle porte.

Sarà il Mondiale di chi è nato nel 2000, perché solo a 14 anni sai gustare in tutta la sua follia un Mondiale di calcio. A quell’età, per un mese sei mosso da fili non tuoi e da emozioni inarrestabili. Vuoi conoscere tutto e tutti di quell’evento che avviene lontano e scopri gli altri (non coetanei) per la prima volta. Chi non ha vissuto e penato per un Mondiale a 14 anni, costui non sa come fa male perdere o fa bene vincere. Il mio Mondiale da 14enne è stato quello di USA 94.

In un mese ho messo in cantina il fluire consueto dell’estate adolescenziale (pallone con gli amici, qualche toccatella ambiziosa alle ragazze, onanismo a gogó e sonno spropositato) per dedicare tutte le ore del giorno e buona parte delle ore della notte al Mondiale. Come se fossero fasi di vita e fondamentali e compagni di viaggio a cui devo tanto, ricordo (così, mentre sono in treno, senza archivio): Amokachi, una bestia che faceva paura solo a pensarlo, Pagliuca che salta e non salta contro l’Irlanda e mi getta nella disperazione, Signori contro la Norvegia, un ragazzo invecchiato di dieci anni in una sola partita, con noi che sudavamo in un bar con il fumo fino a terra, Baggio che non voleva uscire e io lo guardavo scioccato, pensavo stesse morendo, Baggio che segnò contro la Nigeria, e io ancora più scioccato perché pensavo fosse risorto, Letchkov che per me era da Pallone d’oro, Bebeto che mi stava sulle palle perché sembrava Fred Astaire con la palla ai piedi, Milla, sì ma di sfuggita, che segnó a 90 anni, Salenko che giocó bene una sola partita in tutta la sua vita, Ingesson e Andersson che non volevo incontrare per manifesta pochezza (mia, ovviamente), Ivanov, il terzino bulgaro che è uguale ad uno che conosco che si chiama Andrea, Etcheverry, lo aspettai una partita intera e dopo venti secondi era già espulso, Maradona, ma poco, perché ai Mondiali i campioni possono pure vincere da soli ma ti ricordi i tipi strani, quello dell’Arabia Saudita che non capì di avere segnato dopo 90 metri palla al piede, Beguiristain, non so perché ma mi piaceva il nome, Benarrivo, il mio preferito di quel Mondiale, uno che se veniva a casa mia ad agosto di quell’anno gli avrei concesso mia sorella (anche se non ce l’ho).

Tutto questo di getto è il mio Mondiale da quattordicenne. E se ti vedi con gli amici e parte la supercazzola vengono fuori altri mille motivi. Mi piacerebbe farla partire anche per questo post. Qual è il vostro Mondiale da quattordicenne?