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Dove siamo? L’Italia è almeno in viaggio.

Bisogna davvero chiedersi dove siamo oggi, perché sappiamo dove siamo stati, nel fondo di una eliminazione ai Mondiali che non accadeva da 60 anni. Quella sconfitta, che non è solo di una squadra ma del movimento nella sua interezza, vista oggi sembra una pietra angolare. O almeno a partire da quella sconfitta epocale sembra che alcune cose fondamentali siano state capite.
In primo luogo che il calcio di oggi è solo in minima parte la scia di una tradizione. Ci siamo cullati fino all’altro ieri che le nostre prerogative e caratteristiche erano sempre la base di tutti i nostri beni. Invece ci siamo accorti, con una secchiata d’acqua gelata in faccia, che dobbiamo seguire gli altri, se gli altri sono più bravi di noi. Con Conte questa idea era già chiara, con Ventura si è semplicemente tornati al mainstream del: “alla fine semo l’Italia”. Oggi guardiamo al meglio del calcio contemporaneo per imparare, senza nessuna voglia di fare i maestri. Per noi è già molto.
In secondo luogo abbiamo forzato la mano, con grande merito di Mancini ed Evani. Loro due hanno deciso di far crescere i giovani, in esperienza ma soprattutto in consapevolezza propria e altrui, contromano rispetto alla strada normale. Invece del classico percorso club-nazionale, sono andati nella corsia opposta, convocando Zaniolo quando non aveva ancora esordito in Serie A, dando centralità a Kean e facendo avvicinare alla maglia azzurra tanti altri giovani calciatori. L’idea è da una parte di forzare la mano alle società, che anche grazie allo stimolo nazionale hanno “dovuto” puntare di più su di loro, dall’altra quella di responsabilizzarli subito, senza farli crescere con il bisogno sempre presente dei passi troppo lenti.
Infine si sta definendo un’idea di nazionale-club di cui parliamo dagli anni di Sacchi, senza che si sia mai avverato. Basta vedere il fatto che non solo si è scelto un modulo, ed è già una notizia perché fino ad oggi il CT per definizione si “adattava al materiale umano”, ma che intorno a questo si siano già definiti i compiti degli uomini che occuperanno quel posto. Il fatto che nel 4-3-3 gli attaccanti esterni debbano saper giocare con i centrocampisti, entrando nel campo per costruire la manovra in una prima fase del gioco, porta con sé la scelta di determinati calciatori e la quasi sicura esclusione di altri, senza quelle caratteristiche.
Sono tutti e tre punti di partenza spesso sbandierati (vi ricordate gli anni in cui dovevamo “spagnolizzarci”, senza però comprendere cosa volesse dire?), ma poi mai portati avanti seguendo una logica davvero concreta. Questi tre piccoli passi per adesso ci hanno fatto solo iniziare un cammino di risalita dal fondo in cui siamo stati. Dove si potrà arrivare è un luogo ancora misterioso, ma almeno oggi possiamo goderci la bellezza del viaggio.

La partita che decide una carriera.

Quando venerdì sera Insigne entra in campo, una telecamera lo inquadra riuscendo a farci leggere il suo labiale. Si rivolge al centro del campo dove dovrebbero esserci De Rossi o Bonucci dicendo: “Devo giocare interno”. Poi dice una seconda frase: “Eh si, mi ha detto di giocare interno”. Questa seconda frase la dice con un atteggiamento e un’espressione come se l’interlocutore avesse chiesto con animosità maggiori delucidazioni.
Queste frasi mi hanno fatto ripensare alla riunione dei calciatori dopo il pareggio con la Macedonia. Tutti in questo mese hanno continuato a dire che è una cosa normale, che i calciatori da sempre chiedono delle riunioni senza staff tecnico per chiarire delle cose, in fondo sono solo una sorta di workshop motivazionali.
Dopo lo smarrimento di Insigne e l’ipotetica (non avendo il controcampo) incazzatura di De Rossi o Bonucci, a quel meeting  ho dato un altro valore.
Quella riunione non avviene per caso. Prima c’era stata la partita con la Spagna. Tutti ancora oggi dicono che i nostri guai e la nostra confusione viene da lì, da come è stata brutta quella sconfitta. Ma è dal sorteggio dei gironi che calciatori, giornalisti, staff tecnico e dirigenti della Nazionale hanno sempre detto che le probabilità di andare agli spareggi erano alte, rispetto alla qualificazione diretta, e che era una cosa scandalosa che Italia o Spagna avrebbero dovuto rischiare così tanto per andare ai Mondiali. Quindi perché la sconfitta con la Spagna ha creato così tanta confusione? Perché è avvenuta dopo che il nostro CT ha messo in campo una formazione assolutamente folle e questo i calciatori lo hanno subito compreso. Le grandi domande che ti fai dopo il 4-2-4 di Madrid non sono più dove ho sbagliato e abbiamo sbagliato, ma sono domande che riguardano la guida tecnica. Può mai un allenatore proporre in casa della Spagna un centrocampo con due soli uomini in mezzo a cinque spagnoli palleggiatori finissimi i quali possono essere messi in difficoltà solo intasando proprio quegli spazi di gioco come ha fatto Conte all’Europeo? Può mai un allenatore schierare titolare nella partita decisiva Spinazzola dopo che non aveva mai giocato nel precampionato? Può mai un allenatore della Nazionale pensare di imporre per forza di cose il suo modulo senza adeguarsi ai contesti, ai calciatori della Nazionale e volere sopra tutto arrivare all’obiettivo di giocare con l’idea tattica che ha in testa?
Secondo me, facendo investigazione da divano ovviamente, questi sono stati i temi di quella riunione e le conseguenze si sono viste. Contro la Svezia l’Italia ha giocato come hanno voluto/deciso i calciatori, soprattutto il “comitato interno” formato da Bonucci, Barzagli, Chiellini e De Rossi, avallato ovviamente dai dirigenti, riuscendo in pratica ad esautorare il CT.
Questa premessa porta ad una sensazione finale che, appunto, verrà alla fine.
Il titolo del post è molto chiaro e molto vero. Per sempre chi perde questa partita, eccetto in parte i campioni del mondo, sarà il calciatore che non è riuscito ad andare ai Mondiali. La partita quindi dirà davvero chi sono i nostri calciatori, frase fatta usata troppe volte, ma che questa volta vuol dire letteralmente definire il ricordo di un calciatore da qui in avanti. Schiaffino, che è stato Schiaffino, per quai tutti quelli che all’epoca c’erano e ci sono ancora è il calciatore svogliato che a Belfast si è fatto sotto dalla paura. Purtroppo è così e vale anche per chi domani scende in campo.
Per questo motivo, molti calciatori domani dovranno rispondere a domande essenziali per la loro carriera e per la loro definizione nella storia del calcio italiano.
BUFFON: Forse lui ha davvero poco da dimostrare, può serenamente vincere un altro scudetto e magari restare proprio in Nazionale. Ma anche Buffon sa benissimo che perdere questa partita vuol dire macchiare una carriera incredibile. E quando la macchia, per piccola che sia, è su un panno lucente, si vede ancora di più. Lui dovrebbe dare gocce (facciamo un mezzo litro va) di leadership a un po’ di gente e deve farlo in pochissimo tempo.
BONUCCI, BARZAGLI, CHIELLINI: Devono superare una prova difficilissima, non replicare la partita contro l’Uruguay del mondiale brasiliano. Se la loro partita sarà di soli nervi con eventuali problemi disciplinari, sarà difficile vincere la partita. La prima cosa che ha detto Ventura alla fine della partita di Solna è che l’arbitro di Milano dovrebbe accettare le stesse cose dell’arbitro in Svezia e questa cosa promette terribilmente male. Riusciranno i tre difensori azzurri a restare lucidi?
GAGLIARDINI: In una sola partita gli viene chiesto, nel caso in cui giochi, di diventare grande. Ci riuscirà?
INSIGNE: Insigne deve farci capire se senza Sarri è un giocatore internazionale o uno che potrebbe far bene dal Chievo in giù. C’è un bell’abbisso.

EL SHAARAWY: Sette anni fa la coppia Balotelli-El Shaarawy era la Nazionale del futuro. Sul primo non ho altro da aggiungere, mentre il secondo, dopo tutto quello che ha passato, può mettere una sua firma, può dire alla storia, magari quella in minore, che lui è esistito e non se n’è sentito solo vagamente parlare.

IMMOBILE: Le due volte che doveva dimostrare di essere un grande calciatore ha fallito, Dortmund e Siviglia. Fare i gol contro il Genoa di Juric non mi sembra da matita rossa. È un giocatore vero o è un attaccante che nella pochezza italiana vince facile appunto per pochezza altrui?
Stasera tutte queste domande troveranno una risposta.
Torno alla sensazione venuta fuori dalla premessa. Se davvero l’Italia in questo momento è autogestita, vuol dire che Ventura è esautorato ma allo stesso tempo non era esonerabile prima di uno spareggio mondiale.
Se, un se enorme perché come siamo  messi non passiamo, l’Italia va in Russia, Tavecchio licenzia lo stesso Ventura e prende Ancelotti per i Mondiali.