Letteratura Sportiva

“LEBRON JAMES È L’AMERICA”. INTERVISTA A SIMONE MARCUZZI

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Sappiamo che fin da ragazzino Lebron James era considerato un prescelto. Ma com’è avvenuta in lui e come è stata gestita la consapevolezza di essere oltre?

Per LeBron le grandi aspettative sono arrivate in età davvero precoce (persino per gli standard statunitensi) e in generale si può dire che le abbia sempre gestite senza farsene schiacciare. Secondo me un ruolo in questo lo ha giocato la sua infanzia complessa, come sappiamo contraddistinta da povertà e numerose sistemazioni di fortuna prima di raggiungere la stabilità. Se esci in piedi da un “rodaggio” così complicato, sicuramente hai più strumenti per farti carico delle sfide che ti si pongono dopo. Inoltre, se l’attesa nei tuoi confronti è una costante, una sorta di sostrato sempre presente già dagli anni della tua crescita, può diventare non solo un fardello ma anche un’energia che ti spinge in avanti. Ritengo quindi che la sua consapevolezza sia maturata, evoluta con lui, nel corso del viaggio.

Secondo te, da nero, a chi è più vicino nella necessaria immersione nel mondo dei bianchi, a Kareem, Alì o Jordan?

Tutti i grandi atleti afroamericani che citi sono in qualche modo dovuti scendere a patti con il mondo dei bianchi, cioè con il mondo del potere che detta le regole nello sport professionistico, come in quasi ogni altro ambito della società statunitense. A mio modo di vedere l’immersione di LeBron è più vicina a quella di Kareem e Alì, piuttosto che a quella di Jordan. Durante tutta la sua carriera MJ ha scelto di tenersi sempre due o tre passi indietro rispetto alle questioni politiche e sociali, preferendo far parlare per lui soltanto il gioco, mentre Ali (che rifiutò l’arruolamento nell’esercito e di conseguenza la guerra in Vietnam) e Kareem (che rinunciò alle Olimpiadi del 1968 per protestare contro l’oppressione degli afroamericani negli Stati Uniti) hanno interpretato il loro ruolo di atleti privilegiati per portare avanti delle battaglie volte a migliorare le condizioni di quello stesso mondo in cui si erano immersi. Il tempo che abita LeBron è diverso da quello di Alì e Kareem, LeBron non rischia il carcere quando prende posizione, e spesso le sue iniziative sono sostenute dal marketing di grandi multinazionali. Il mondo e la comunicazione sono cambiate troppo per rendere confrontabili i loro vissuti. Però è indubbio che l’intenzione di fondo sia simile: provare a lasciare un segno dopo il proprio passaggio, mostrando le crepe che reggono il sistema di oggi e proponendo delle alternative.

Proprio rispetto a MJ, secondo te intorno a quali valori e aree di forza di marketing ha gestito il suo brand?

Fin da giovane LeBron ha coltivato il suo brand per farne qualcosa di identitario, cioè che risuonasse con il suo vissuto e le sue inclinazioni. In larga parte, le società con cui ha sottoscritto contratti di sponsorizzazione e partnership, così come quelle che lui stesso ha fondato, lavorano per costruire o produrre qualcosa in cui lui possa riconoscerci. C’è poi la componente narrativa: non c’è atleta che più di lui è stato accompagnato, o meglio che ha guidato un racconto in tempo reale di ogni capitolo della sua vicenda: si potrebbe fare un film della vita di LeBron solo assemblando i commercial che ne hanno punteggiato la carriera (certo resterebbero fuori molte sfumature, ma l’impianto e la profondità ci sarebbero tutti). Quello che io noto è che la sua storia, e quindi anche il marketing che l’accompagna, è collettiva. Non si può capire LeBron senza metterlo in relazione agli altri (alla sua comunità di appartenenza, alla sua famiglia, ai suoi più stretti collaboratori, ecc.), mentre la vicenda di MJ è più individuale, più intima, per quanto ovviamente poi la sua popolarità abbia raggiunto livelli planetari forse mai raggiunti prima da uno sportivo.

Dall’Europa non riusciamo quasi mai a capire quanto conta il territorio o quello che loro chiamano la comunità nella storia di un atleta USA. Quella di Lebron per te è anche una storia di rapporto con un territorio? Se sì, non ti fa strano che in un mondo globale e all’interno di uno sport planetario, racconteremo un suo interprete relazionandolo alla sua comunità?

LeBron è legatissimo alle sue radici, e tra i numerosi esempi che lo dimostrano basti citare il progetto più importante realizzato dalla sua fondazione, la “I Promise School”, costruita ad Akron e specificamente rivolta ai bambini bisognosi della sua città natale. È vero, il mondo è aperto e globale, ma un legame con una realtà specifica, soprattutto quando è forte e sincero come è quello di LeBron con il nord-est Ohio, non toglie profondità al suo racconto personale, bensì – a mio parere – ne potenzia lo slancio. Gli americani una capacità notevole nella costruzione delle storie che in Europa fatichiamo a comprendere del tutto, ed è quella di ispirare gli altri: per le vicende sportive (cioè narrazioni che “bruciano” in pochi anni e si innescano in età precoce) ciò è particolarmente vero. Che LeBron James sia arrivato dov’è sapendo da dove è partito, può dare a molti altri bambini e ragazzi la forza di provare a fare altrettanto (anche se il loro contesto di partenza è differente, o meglio a maggior ragione se è differente). La dimensione individuale della libertà, della speranza e del sogno, negli Stati Uniti, è ancora molto presente, specie per chi appartiene alle minoranze con meno possibilità e spesso discriminate.

Il saper leggere il basket di ogni suo compagno e avversario, potrebbe essere una delle tre skill che lo caratterizzano nella sua legacy futura o è troppo impalpabile per definirlo come pilastro del suo essere stato giocatore?

Secondo me sì. Al suo meglio, LeBron in campo è un’energia, una mente che sembra in grado di controllare quel sistema complesso a moltissime variabili che è la pallacanestro nel suo divenire. A me affascina tantissimo la sua capacità di guidare e allo stesso accogliere i compagni. Si è spesso parlato di come LeBron esiga di controllare in maniera più o meno diretta la composizione dei roster, determinando scambi e imponendo condizioni pesanti alle franchigie. È sicuramente successo e di certo è discutibile, come lo sono spesso le pretese delle superstar. È però altrettanto vero che una volta entrato in un gruppo, lui cerca di capirlo fino in fondo esplorandone le personalità e cercando di entrare in comunione con le abilità e i limiti di ciascuno, mettendosi a disposizione oltre che ponendosi alla guida. Come in altri frangenti della sua esistenza, ho sempre l’impressione che anche in campo LeBron riesca a tenere insieme pulsioni all’apparenza contrastanti.

Dopo il basket ci sarà un Lebron politicamente attivo (e non solo passivo)? O resterà una figura ibrida?

Se identifichiamo la politica nello slancio fuori di sé, verso gli altri, non c’è alcun dubbio che l’intenzione esistenziale di LeBron sia esattamente politica. Toni Morrison diceva che una volta che si è liberi, bisogna liberare qualcun altro, una volta che si ha potere, bisogna dare il potere a qualcun altro. Molte delle iniziative e dei progetti promossi da LeBron vanno in questa direzione. E non ho alcun dubbio che questo non cambierà nel momento in cui lui smetterà di giocare. Non mi affanno invece a speculare su una sua eventuale candidatura nel Partito Democratico, di cui ciclicamente si parla, anche perché quella dipenderebbe da moltissimi fattori contingenti che escono dal suo controllo.

“The Decision” ha spostato l’asse terrestre della Lega alcuni centimetri ancora di più verso i giocatori? O era una tendenza che doveva comunque arrivare ai risultati odierni?

È sempre rischioso ragionare sulle realtà alternative. Io credo che la centralità dei giocatori, il loro peso specifico all’interno della Lega, stesse già crescendo negli anni precedenti e che quindi si sarebbe arrivati grosso modo dove siamo oggi anche senza The Decision, ma è chiaro che il famigerato speciale Espn del 2010 ha dato uno scossone violento al processo, è stato un vero evento spartiacque, soprattutto perché la Lega lo aveva apertamente osteggiato e cercato di bloccare (senza riuscirci).

The Decision è stata anche la prima colossale e globale shitstorm 2.0 della storia. Com’è riuscito a reggere una pressione spaventosa senza uno storico o comunque senza esempi di quella portata su cui basarsi?

Con lo stesso approccio e la stessa mentalità con cui aveva già affrontato le sconfitte in campo e fuori nella vita fin lì. Cioè facendosene carico, ma anche sapendo che c’è un domani, un altro giorno, un’altra sfida. La mente dello sportivo professionista, a prescindere dalla disciplina che pratica, non può rimanere ancorata al passato, a quanto accaduto, agli errori: sarebbe paralizzante. Non c’è sconfitta che sia definitiva. Dopo “The Decision” LeBron ha sofferto, secondo me molto, ha sbandato, ha provato ad abbracciare il ruolo del cattivo che qualcun altro aveva scelto per lui ma che non gli apparteneva. E poi, lentamente, si è ritrovato: ricongiungendosi alla famiglia, ricominciando ad allenarsi dai fondamentali, e riconnettendosi alle rivendicazioni della propria comunità (secondo me l’arco narrativo più cupo della vita di LeBron, che comincia appunto con The Decision, finisce in qualche modo con l’omicidio di Trayvon Martin nel febbraio del 2012 e la conseguente, famosa foto degli Heat incappucciati postata su Twitter: per quanto si parli di una tragedia, è forse quello il momento in cui LeBron torna sui binari dopo essere deragliato.

Tutti i grandissimi del basket nella nostra “retina celebrale” li ricordiamo con dei colori (quelli delle squadre in cui hanno fatto la storia, anche se le squadre sono state cambiate). Lebron potrebbe essere il primo che ricorderemo con un colore indefinito?

È vero, nonostante il titolo 2016 con Cleveland sia un capolavoro sportivo e la realizzazione di un destino di cui lui stesso si era fatto carico (riportare un titolo nella sua città, che non vinceva nulla da cinquant’anni) è difficile visualizzare LeBron solo con quella canotta. Gli anni a Miami sono stati grandiosi e intricati, e anche gli ultimi ai Lakers, con un titolo vinto nell’anno del Covid e della morte di Kobe, e il recente superamento del record di punti di Kareem, non possono essere ritenuti solo una coda. Non lo so, mi viene in mente Roberto Baggio, che ha cambiato molte squadre di club, ma che se devo visualizzare con una divisa, riesco a vedere solo con quella della nazionale italiana. Forse anche LeBron lo visualizzeremo senza una canotta particolare: magari semplicemente a petto nudo, come spesso si allena durante la off-season, con tuto il basket che ha macinato negli ultimi venticinque anni scolpito addosso.

Se devi spiegarlo con grande brevità, in cosa Lebron è l’America?

LeBron James è l’America perché a me sembra che incarni i sogni, le speranze, gli slanci e le contraddizioni degli Stati Uniti. Un paese dove ancora si può sognare in grande anche se si parte dagli ultimi posti della vita, e dove allo stesso tempo persistono notevoli disuguaglianze e tensioni sociali. LeBron è the King, il re, ma è anche un cittadino responsabile. È un benefattore, ma anche un imprenditore spietato. È uno dei più grandi cestisti di sempre e un abile narratore che vuole comporre la propria storia senza troppe mediazioni. Questo vasto giacimento che è la sua vita a mio modo di vedere è profondamente americano, e il titolo del libro richiama una famosa frase di quello che è stato uno dei modelli di LeBron, di cui abbiamo già parlato, ovvero Muhammad Alì, quando disse: “Io sono l’America. Sono la parte che non volete riconoscere. Ma vi dovrete abituare a me: un nero molto sicuro di sé, aggressivo. Con il mio nome, non quello che mi avete dato voi, la mia religione e non la vostra, i miei obiettivi.”

Delle tante narrazioni degli sportivi statunitensi, emergono nella maggior parte dei casi quelle che hanno due direttrici: la prima è quella di chi rinasce (da una situazione di partenza oppure occorsa nel mezzo della carriera), la seconda è quella di chi vince sempre, il famoso “viaggio” dell’eroe che deve superare tanti ostacoli per raggiungere il risultato, ma alla fine ci riesce.
Il viaggio sportivo, umano e quindi la comunicazione da parte di Lebron è molto più sinusoidale: ha vinto, ha perso, fa una scelta giusta, ne sbaglia una appena dopo, esce da tutti i canoni del racconto. Questo lo limiterà nella trasmissione ai posteri, oppure no?

Negli Stati Uniti il conteggio dei numeri, delle vittorie e delle sconfitte, è veramente spietato. Quindi è indubbio che ogni volta che qualcuno aprirà la questione (se mi permetti: noiosissima) sul migliore di sempre si finirà per dire: MJ ha vinto sei titoli in sei finali, mentre LeBron ne ha vinti quattro in dieci finali. È un argomento talmente limpido e semplice da essere inattaccabile. Ma come abbiamo già detto, il racconto ai posteri di LeBron non potrà essere solo sportivo, non avrebbe proprio senso. E per rendere giustizia alla sua storia bisogna approcciarne la complessità e lo sguardo di lungo periodo. Se si giudica (e lo facciamo continuamente) la singola dichiarazione o la singola iniziativa, si troverà sempre qualcosa che non va, ma facendo qualche passo indietro e osservando con più distacco si noterà la grandezza di un viaggio umano con pochi paragoni, certo fatto di luci e ombre, ma anche di un’energia quasi inesauribile nel cercare sempre un’ulteriore passo in avanti, un’ulteriore promessa da mantenere.

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