Il calcio catalan-olandese, come lo definisci correttamente nel libro, nasce da due vittorie (una è un pareggio in realtà) Barcellona-Sampdoria del 1992 e Chelsea-Barcellona del 2009. Non è strano che poi tutto sia iniziato e si sia riaffermato con due partite potremmo dire scialbe o comunque non dominanti come tante altre?
Sì, effettivamente è strano – ma a volte la pressione non ti fa giocare al massimo, soprattutto quando gli avversari sono molto forti, come in questi due casi. Il Barça di Cruijff aveva già conquistato i suoi tifosi e il calcio spagnolo, ma quella vittoria ha letteralmente cambiato la storia dei blaugrana, è un evento che segna un prima e un dopo – e che sia arrivato in una partita così tesa è indicativo dell’importanza che si respirava in campo. Ma anche questa è la magia del calcio. Nel libro a un certo punto scrivo: “Il ruolo della fortuna è molto sottovalutato nel calcio, soprattutto in una competizione così irregolare come la Champions” – richiamando il saggio Pensieri lenti e veloci del premio Nobel Daniel Kahneman, in cui si spiegano l’effetto alone e il bias del senno del poi, entrambi fortissimi nel calcio. Se ci pensi, possiamo trovare un episodio particolare, fortunato, una partita scialba, anche nella nascita di altre grandi squadre: la nebbia di Belgrado nel novembre 1988 che salva il primo Milan di Sacchi. Proprio Galliani dirà: “Mi sono chiesto spesso come sarebbe finita, secondo me la storia del Milan sarebbe stata diversa”.
Quali tendenze generali o anche elementi di dettaglio tattico vedi arrivare nei prossimi 10 anni?
Ho solo due punti fermi: “Fare previsioni è difficile, specialmente sul futuro” e l’idea che il calcio segua un’evoluzione circolare, non c’è una linea retta. Stiamo vedendo in Premier qualcosa che non avremmo immaginato neppure due anni fa: un ritorno a un calcio più speculativo, in cui i sistemi di gioco hanno raggiunto una sorta di plateau, nessuno riesce a superare l’avversario – c’è meno open play, bisogna essere forti nelle due aree, i calci piazzati sono fondamentali, ecc. Non è detto che questo possa funzionare anche in Champions, ma mi sembra possa diventare uno dei temi dei prossimi anni – quindi bisognerà capire cosa verrà dopo, e molto dipenderà anche dai cambiamenti di regolamento del gioco, forse il fattore più sottovalutato nell’evoluzione del calcio. Faccio sempre il tifo per il ritorno di un calcio in cui la tecnica sia più importante rispetto a oggi, mettiamola così.
Alla fine secondo te vincono di più le squadre che normalizzano o quelle che sperimentano?
Probabilmente vincono di più quelle che normalizzano, perché gestire è in generale più facile che sperimentare – non sono moltissime le grandi squadre rivoluzionarie che hanno vinto tanto, sono di più i Bayern di Hitzfeld ad alzare le coppe (per non parlare del Real: ogni volta che prova a sperimentare, finisce male). Nella normalizzazione è più facile gestire i picchi e le cadute, nella sperimentazione bisogna spesso andare sempre al massimo – per questo ci riescono in pochi.
In realtà, come scrivi giustamente nel libro, vince quasi sempre la gestione dei talenti e il post-ideologismo. Continuerà questa tendenza oppure vedremo nuove idee subito vincenti in futuro?
Temo che in questa fase stiamo vedendo meno idee nuove, ammesso che si possa definirle così – mi sembra che in generale ci siano meno spazi e soprattutto meno tempo per sperimentare. Ormai tutti gli allenatori ci dicono che non riescono più ad allenare, fanno solo gestione tattica pre-partita e recupero post: così diventa difficile provare qualcosa di nuovo. Per avere la famosa squadra che si muove come un’orchestra, bisogna provare tantissimo tempo: nel calcio contemporaneo ormai è stato intasato persino il calendario estivo. Per ora va forte la gestione dei talenti, anche se all’interno di un quadro strategico e tattico molto organizzato.
Possiamo dire definitivamente addio alle squadre seguaci del talento tecnico di 1-2 calciatori oppure sono tendenze che possono ritornare quando meno ce lo aspettiamo?
Mai dire addio, ti ricordi la vessazione e l’esilio dei numeri 10 negli anni ’90? O quando a un certo punto si diceva che non sarebbe più esistito il classico numero 9 alto, forte, predatore d’area? Però la tua domanda è corretta, nel senso che adesso sembra davvero una prospettiva impossibile, soprattutto per le grandi squadre europee. Sicuramente non sarà come prima, in cui quel calciatore di talento era quasi esentato dalla fase di non possesso, ormai non si può più fare – ma non sono pessimista sul futuro di sistemi di gioco in cui si organizza tutto a livello tattico per far esaltare il grande talento (o più di uno). Va detto anche che al momento, con il declino di Messi e Ronaldo, quel tipo di talento non c’è, o comunque ha dei picchi più bassi.

Perché dagli anni ‘90 in avanti noi italiani non abbiamo avuto più la forza o la capacità di avere-imporre una nuova idea di calcio?
Questa domanda è una sorta di trama sotterranea sia di “Vincere la Champions” che di “Calcio Liquido”. Una possibilità è che il calcio italiano abbia cominciato ad accumulare così tanti campioni che alla fine l’allenatore era visto inevitabilmente come un gestore. Penso all’epopea delle 7 sorelle, c’era una concentrazione di campioni incredibile, ma di allenatore sperimentale ce n’era forse solo uno, Malesani al Parma. Sicuramente c’è stato un riflusso post-sacchiano, il calcio italiano si è ribellato a questa rivoluzione che ha vissuto quasi come esterna a sé stesso. Però qualcos’altro è successo, abbiamo ormai una visione molto ampia della situazione: c’è stata una multicrisi. A un certo punto abbiamo proprio smesso di produrre talenti – un problema che va molto in profondità nel sistema calcio italiano, e non c’è stato verso di metterci mano. Neppure dopo due mancate qualificazioni al Mondiale qualcuno si è preso la briga di dire “qui bisogna rifare tutto dalla base”. E c’è stato anche un problema a livello di panchine: l’ultimo grande allenatore “giovane” a vincere il campionato è stato Antonio Conte nel 2012 (aveva quasi 43 anni). Praticamente tutte le grandi d’Europa hanno allenatori più giovani, per non parlare della Premier.
Vinciamo il Mondiale nel 2006. Pensiamo di essere i migliori senza remore. Nel 2008 Guardiola allena il Barcellona e il calcio, già in trasformazione, cambia drasticamente. Quel Mondiale in quel momento storico ci ha fatto più male che bene per il percorso futuro?
Penso sia quasi un dato di fatto ormai – quella vittoria ci ha accecato sulla bontà del nostro sistema calcistico. Al tempo stesso, ormai mi sono convinto che essere eliminati dall’Australia agli ottavi non avrebbe cambiato proprio nulla. Quindi mi tengo con grande piacere quella vittoria del Mondiale. Mi collego alla domanda precedente: penso che la famosa multicrisi fosse già in corso, chissà da quanto tempo. La vittoria di quel Mondiale è il culmine di una grande generazione di giocatori, e di allenatori – ma era proprio il canto del cigno. Come dici tu, poco tempo dopo sarebbe arrivata una grande trasformazione calcistica, a cui il nostro calcio è stato praticamente impermeabile. Quando leggo in giro dichiarazioni di grandi allenatori, ex giocatori, che ritengono il problema del calcio italiano sia stato snaturarsi per inseguire il modello catalan-olandese, penso di aver vissuto in un altro paese. Il nostro problema è stato esattamente l’opposto, quello di esserci trasformati in un calcio insulare: le grandi idee calcistiche contemporanee hanno attecchito pochissimo. Al tempo stesso, per vincere in Italia la cosa meno rischiosa è praticare questo calcio insulare – guarda l’Inter di Chivu, che “normalizza” i principi di Inzaghi, che aveva creato una squadra molto più sofisticata tatticamente. È un corto circuito da cui si ha anche difficoltà a uscire: si va sul sicuro con una guida tecnica in grado di portarti in Champions; poi l’anno dopo in Champions si finisce male perché quel tipo di calcio lì non funziona granché.
A questo si collega anche il tema dell’età degli allenatori, di cui parlavo prima: ormai siamo all’assurdo che i giovani allenatori italiani, con proposte calcistiche più contemporanee, sono costretti all’esilio. De Zerbi non allena in Serie A da cinque anni, Farioli non ci ha mai allenato: non è normale. C’è una bassissima propensione al rischio in Serie A, si vedono sempre gli stessi nomi sulle panchine.
Prima le idee innovative venivano dal piccolo per imporsi nel grande. Da venti anni almeno sono le grandi squadre a voler sperimentare direttamente con chi gli presenta un’idea. In futuro secondo te le novità torneranno a germogliare prima in piccoli giardini o verranno innestate direttamente sui grandi prati?
La nostra insularità si vede anche da questo: quello che dici tu è vero nelle grandi leghe europee, tranne quella italiana. In Italia sono ancora le “piccole” a voler sperimentare. Proprio De Zerbi viene da un percorso di questo tipo: mi ricordo quando un collaboratore austriaco di Ultimo Uomo, Alex Belinger (che poi è diventato allenatore), ci scrisse che al Foggia, in Lega Pro, c’era un allenatore che aveva delle idee completamente controculturali rispetto alla normalità del calcio italiano. Penso anche a Fabregas al Como, la vera grande diversità nella Serie A di oggi – è una grande per proprietà e investimenti, ma è una piccola per tutto il resto.
Per tornare però al punto della tua domanda, secondo me sì, è possibile che presto le novità maggiori a livello europeo nasceranno dalle piccole squadre. Anche perché, come detto prima, ormai nelle grandi squadre non c’è più davvero tempo di allenare – e quindi anche di sperimentare.
Secondo te questo momento, con un Mondiale alle porte, che fase di sviluppo delle idee calcistiche è?
Siamo in una fase interlocutoria, in cui le grandi correnti calcistiche europee sono in stallo: qui vale probabilmente la previsione dell’ideologo del calcio posizionale, Juanma Lillo, che già per Qatar 2022 disse che ormai era in corso un’omogeneizzazione delle proposte calcistiche, è davvero difficile vedere qualcosa di nuovo. Ma penso sia semplicemente un fase – le idee nel calcio sono circolari. Adesso stiamo forse per entrare in un periodo più speculativo, da cui poi si uscirà con nuove proposte più offensive, e via dicendo.
Infine Luis Enrique. Sembra essere oggi l’allenatore che più e meglio guarda al domani. Cosa vorrà dalla sua squadra, al netto di vincere le partite?
Per me è molto interessante il percorso di Luis Enrique da allenatore, e l’ho raccontato in Vincere la Champions. In breve: Lucho era molto più ortodosso di Guardiola, e la sua traiettoria è piena di alti e bassi. Vince una Champions al Barça da “gestore”, praticamente su imposizione dei senatori dello spogliatoio: era una squadra tutta di transizioni, quasi mai in controllo del gioco, l’opposto delle sue idee. La sua parabola con la Nazionale spagnola ha avuto più delusioni che gioie – ci sono state splendide vittorie, con un calcio posizionale moderno, rotazioni continue di tutti i giocatori, soprattutto agli Europei. Si è conclusa però con un mondiale tremendo, in cui la Spagna sembrava giocare una parodia di calcio posizionale.
Con il PSG è arrivato al culmine del suo percorso, in cui l’ortodossia rimane ma è più sottotraccia, si è sciolta in un calcio che è davvero liquido, e in quanto tale pressoché ingestibile per gli avversari. Per me ormai è soprattutto questo che vuole, una squadra che sia sempre in scorrimento, come il fiume di Eraclito, mai uguale a sé stessa da un momento all’altro. Tra l’altro è anche interessante notare che tipo di squadra sia il PSG: per essere in continuo movimento devi avere 10 giocatori di campo molto dinamici. Facendo un confronto rapido con le squadre italiane (che erano) in Champions, ti accorgi subito che nel PSG ci sono solo due giocatori di campo che pesano più di 80 kg, in quelle italiane in media ce ne sono otto. I dati sui pesi dei calciatori vanno presi sempre con cautela, ma comunque ci danno almeno un orientamento: da noi si gioca quasi solo con duelli individuali a uomo a tutto campo, e alcune squadre sembrano di corazzieri. Il PSG, che è una delle avanguardie tattiche europee, va esattamente nella direzione opposta: a occhio e croce ha ragione Lucho (e tutto il resto delle grandi d’Europa).
