“GIRO DI PISTA”. INTERVISTA A DIEGO ALVERA’

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1 – Per te quale connubio pilota-circuito è quello più romantico e narrativamente attraente?

Tutti quelli indicati nel libro mettono in rilievo la stretta relazione tra i tracciati, le loro caratteristiche, la loro storia e alcune memorabili circostanze di cui sono stati testimoni.
Tutte le vicende narrate hanno, quindi, un fil rouge che le connette. Alcune, però, raccontano forse più di altre il significato, il senso della velocità, come quella che lega l’esistenza di François Cevert al circuito americano di Watkins Glen, dove troverà la morte, o quella di Maria Antonietta Avanzo alle prese con il Circuito di Montichiari nel 1921 che risuona più che mai attuale.
Sono storie di imprese e piloti ma, anche e soprattutto, di persone che hanno immaginato la velocità dandogli concretezza e una nuova ed inedita dimensione di forma e spazio.

2 – E invece quello più performante, quello in cui quel pilota era fatto per quella pista?

L’incredibile e sfortunata rimonta di Jim Clark con la Lotus 49 a Monza, nel settembre del 1967, rimane, a tutt’oggi, un’impresa straordinaria che ha il pregio di raccontare il significato della velocità e della ricerca del limite, esplicitando l’ideale comunanza tra lo spirito del grande pilota scozzese e la vocazione dell’autodromo brianzolo.

3 – Mi piace molto il fatto che non hai scelto una scansione cronologica precisa nel racconto dei diversi circuiti, in relazione alle diverse gare raccontate nel corso della storia. Come hai ordinato i capitoli nella tua testa?

Quello che propongo al lettore è proprio un ideale giro di pista, come se la narrazione potesse idealmente connettere i diversi segmenti, le curve o i passaggi più critici di quei lontani circuiti. Non esiste quindi un criterio cronologico ma piuttosto di ossessione. La velocità è, prima di tutto, ossessione e il giro si apre con il percorso scorbutico di Bremgarten e un pilota che aveva fatto dell’ossessione uno stile di vita e si chiude, infine, con i discussi saliscendi di Donington e un pilota come Ayrton Senna, che ha dato all’ossessione per la ricerca del limite e della perfezione un nuovo e più moderno significato agonistico.

4 – Qual è il circuito più difficile di sempre?

Quanto a difficoltà tecnica senza dubbio la Nordschleife del Nürburgring.
Lo sviluppo, la lunghezza, le sue 172 curve, le geometrie acute e cieche, le gobbe, la successione senza fiato di piani inclinati e obliqui ne hanno fatto un banco di prova davvero ostico e difficile da affrontare.
Il Ring, non a caso ribattezzato “Inferno Verde”, è stato per decenni l’università della velocità. Andare forte lì significava andare forte ovunque.
Il pluricampione del mondo Jackie Stewart, che qui, nel 1968, tra pioggia e nebbia, siglò una delle sue vittorie più esaltanti, era solito dire che i pochi e rari piloti che parlavano bene del tracciato non ci avevano corso o erano andati piano.

5 – La storia della Formula 1 a Pescara è meravigliosa. Ma poi quella pista che fine ha fatto?

Era un anello stradale quotidianamente percorso da biciclette, moto, cavalli e carretti agricoli, certamente non adatto alla nuova grammatica della velocità.
Oggi quelle curve e quegli allunghi, pur conservando l’originario disegno, sono diventate strade asfaltate dove le auto scorrono tra carreggiate e muriccioli.
All’epoca, però, erano in realtà poco più che tracce bianche e sterrate, dal battistrada così instabile da sfaldarsi a ogni passaggio e talmente strette da atterrire i piloti che le percorrevano a tutta velocità. Quelli della gara di Pescara e della Coppa Acerbo erano anni in cui la velocità scommetteva ancora su una dimensione fisica e muscolare, chiamando i piloti a “domare” macchine alte, instabili e brutali lanciate a tutta nella polvere, nel vento, nel fango o nella pioggia con la sola difesa di un paio di occhiali che peraltro continuavano a sporcarsi. Anni rischiosi e, forse, anche per questo epocali per lo sviluppo e la grande diffusione delle competizioni del motore.

6 – Perché il motorsport in generale non è ancora pienamente uno sport per donne?

È presto detto: la permanenza ancora di troppi pregiudizi, palesi e striscianti, la poca attenzione da parte di sponsor e investitori, e soprattutto l’esiguità degli spazi di crescita per i giovani talenti.
La velocità e il motorsport hanno sempre avuto un contenuto libertario ed egualitario e a raccontarlo sono le tante donne che hanno corso ottenendo grandi risultati, mai del tutto valorizzati.
Ci sarebbe da riflettere sull’efficacia delle attuali politiche di promozione. La F1 Academy – il campionato femminile di monoposto – è sulla carta una buona iniziativa che, però, deve necessariamente avere una finalizzazione che possa dare una prospettiva. Bisogna fare un passo in più, perché un campionato di genere è certamente uno strumento di promozione ma può anche trasformarsi in un perimetro invalicabile e questo è un rischio che non si può correre.
Credo, infatti, che per crescere e affinarsi il talento, a qualsiasi livello, debba misurarsi sempre con i migliori. In questo senso sogno l’approdo di un drappello di giovani pilote in Formula 1.

7 – C’è un circuito del passato che vorresti tornasse? E quale pilota di oggi ti sarebbe piaciuto vedere su un circuito non più attivo?

Molti circuiti che racconto sono scomparsi: alcuni si snodavano su strade sterrate, altri invece sono sopravvissuti ma non sono stati ritenuti più
in linea con i canoni di sicurezza dell’attuale motorsport.
Per quello che mi riguarda la Nordschleife del Nürburgring, nel cuore della foresta dell’Eifel, rimane ancora oggi un tracciato che racconta un’idea estrema di record e velocità.
Sul Ring corre ancora qualche categoria e molti appassionati si sono emozionati alla notizia che un pilota di Formula 1, di questa moderna Formula 1, veloce e vincente come Max Verstappen lo scorso anno abbia partecipato alla temibile 24 Ore del Nürburgring. È stata una bella avventura, come ha raccontato anche Max, che credo abbia restituito la sua autentica attitudine al limite.

8 – Gli elementi tecnici più importanti per fare di un circuito un grande circuito per te quali devono essere?

Credo si debba sempre partire dal territorio, da una sua lettura rispettosa e dal contesto con cui la pista è tenuta a confrontarsi, cercando sempre le migliori compatibilità nell’ambito di una complessiva visione di crescita e valorizzazione.
Credo però al contempo che oggi sia più che mai necessario partire da un diverso concetto di velocità nella convinzione che un tracciato debba trovare una forte caratterizzazione e un carattere riconoscibile e tangibile.
A tale scopo bisognerebbe tornare a frequentare una diversa prospettiva, lontana ma più che mai attuale, e progettare quindi impianti che mettano in difficoltà monoposto, power unit e piloti, che diano valore alle loro abilità e piena dignità alla loro passione. E soprattutto bisognerebbe tornare a immaginare una velocità non più addomesticata o piegata allo spettacolo come quella attuale, ma più ruvida, difficile e rischiosa, proprio come avevano fatto i pionieristici e visionari progettisti che racconto nel libro che avevano ideato tracciati rivelatisi immortali senza il conforto di dati e logaritmi. Tutte quelle persone hanno inventato la velocità prima che esistesse in concreto.

9 – Guardandola dal punto di vista dei circuiti di gara, quale sarà per te il futuro della Formula 1?

La Formula 1 di oggi – va detto – non ha nulla a che vedere con quella del passato. Ne condivide il nome e, incredibile a dirsi, qualche circuito. È questo che ne assicura l’ideale continuità con un lontano passato.
La storia di Monza o di Spa-Francorchamps ci confortano. Il tracciato brianzolo venne immaginato, progettato e costruito in pochi mesi nel lontano 1922 e, incredibilmente, è, ancora oggi, a più di un secolo di distanza, storica sede di un Gran Premio della massima serie motoristica.
Finché ci saranno piste progettate e immaginate con passione e competenza ci sarà futuro, quando tutto verrà invece freddamente affidato ai logaritmi che tenderanno a regalare uno strano mash-up di curve in luoghi sempre più deserti e ameni per il solo ed esclusivo obiettivo di fare cassa purtroppo si perderà il significato della velocità e, con essa, il senso critico della difficoltà e della sfida al limite.