Da dove viene l’armonia di Moutinho

Questi Europei sono smorti parecchio (ovviamente l’Italia si è distinta dando fin troppe emozioni). Però un calciatore tra i tanti che hanno smanicato qualcosa in Svizzera e Austria mi ha toccato gli occhi: Joao Moutinho del Portogallo.

Per fisico, armonia di tocco e leggerezza di pensiero somiglia ad un tale di Langoiran del ’52 che mise in crisi le regole del gioco il 21 giugno del 1982, in quella mestizia bollente di Valladolid.

Juve o Milan? Meglio il Foggia del Collettivo Lobanowski


Volevo segnalare questo libro molto interessante, dal titolo, francamente, geniale.
Piùche sprecare parole su questa tastiera macchiata, lascio la parola a chi lo sa fare molto meglio di me.

Prefazione di Darwin Pastorin

Il calcio è letteratura. Camus; Arpino Soldati; Brera Galeano Marias; Pasolini Montalban Soriano; Hornby Valdano. Ecco una formazione ideale di scrittori che hanno dedicato romanzi, racconti, poesie al pallone. Abbiamo, addirittura, un campione vero, Jorge Valdano: ieri mundial nell’86 in Messico con l’Argentina, al fianco di Diego Armando Maradona (uno dei più grandi poeti del Novecento), e oggi narratore intelligente, ironico e disincantato. Il genere calcistico-letterario imperversa nelle librerie, fa “tendenza” e il fenomeno sembra destinato a durare a lungo. Ma, a mio avviso, mancano le novità, le voci nuove, il libro capace di sorprenderti. E’ facile, piuttosto, trovare il “già letto”; oppure quella stanca biografia, quella scontata autobiografia, quella novella tirata giù senza passione, mero esercizio di stile (ma quale stile?).
Ero pronto a rassegnarmi ai tempi e alle mode, in attesa di un miracolo. Di una lettura, di nuovo, capace di sorprendermi. Ed eccola arrivare. Grazie agli autori del “Collettivo Lobanowski” e al loro folgorante lavoro: “Juve o Milan? Meglio il Foggia”. La storia di un fenomeno calcistico (il Foggia di Zeman, soprattutto, e poi la gloria e la caduta e la rinascita di una gloriosa società) diventa lo spunto per un romanzo di ricordi, di ribellioni, di fughe da fermo; dove il calcio ritorna ad essere espediente letterario, “momento” politico e sociale, e la stagione del pallone si trasforma, come per una improvvisa rovesciata, nella stagione della vita. Con, in sottofondo, una splendida colonna sonora.
Certo, la scrittura risente della lezione di Nick Hornby: ma gli allievi sono promossi a pieni voti. Non solo allenatori, giocatori, partite vinte e partite perse, televisioni private, gol e autogol: il libro è attraversato dal vento della giovinezza, della precarietà, i dribbling si confondono con gli amori, i colpi di testa con le amicizie, Foggia diventa la città-simbolo, di un modo di essere e di pensare, non solo di giocare.
Mi sono divertito, pagina dopo pagina. Di un divertimento puro: per le peripezie degli autori, tra una partita e l’altra, tra una trasferta e l’altra, per quell’incessante andirivieni di umori, passioni, sensazioni. Per quella fitta ragnatela di nomi, di riferimenti, di canzoni, di luoghi. La vicenda calcistica del Foggia diventa epica, epopea, mito, diario quotidiano, con Zeman amato e criticato, santo e presuntuoso: un personaggio presente anche quando è assente; un personaggio che, ancora adesso, fa discutere, divide: con le sue accuse, le sue prese di posizione, il suo voler stare sempre e comunque sulle barricate.
Gli autori del “Collettivo Lobanowski”, insomma, ci riportano al bel leggere di calcio. Con una prosa incalzante, dove, una riga dopo l’altra possiamo trovare un centrocampista, un presidente americano, un famoso telecronista, una cantante alla moda, una ragazza dagli occhi belli, un compagno di banco. Ci voleva, almeno per me, questa boccata di aria pura e nuova. Ci voleva un romanzo così. Ci voleva, per davvero. E in certe sere di mezza luna, confortato dal miagolare dei gatti, leggerò alcune parti del libro all’amico che mi sta sempre al fianco, a quell’argentino capace di mettere insieme Stanlio e Ollio, Obdulio Varela e il figlio di Butch Cassidy: al mio Osvaldo Soriano.

Dopo questa prefazione: siamo tutti foggiani, almeno un po’.

Juve ti amo lo stesso di Roberto Beccantini


Di fronte all’arte (con quattro a) di Beccantini ci si toglie cappello e capelli, rimanendo alle intemperie con quel poco di cervello scosso e ancora inebriato dalle ritmiche incessanti e travolgenti del suo ultimo periodo. Che parli di Juve, l’argomento che più lo spassa e più lo sbriglia, o di temporali estivi, la classe di quelle falangi così musicali ci porta dove loro decidono.
Juve ti amo lo stesso non è un semplice inno da bancarella né un apologia per la “cestinazione” sopraggiunta dei tempi andati e non è nemmeno un inventario catastale di sentimenti patiti, è un gioco di ritmo e di timbriche foniche prima di tutto, un balletto di ricordi che sovvengono senza la pesantezza del passato e un ricettario di opinioni mai per la bocca buona e sempre con la schiena intirizzita dalla voglia di intervenire per esserci nelle vicende, non soltanto apparire.
Beccantini per periodare e stile è un patrimonio della letteratura italiana. In un’era di sincopato paratattismo, le sue frasi hanno la capacità di far appassionare il lettore di Proust e l’apostolo del televideo, lo studioso di Marx e l’adolescente che corre dietro Ammanniti.
Beccantini per profondità di analisi è un pregio per il giornalismo italiano. In un’era di “copiaincollaggio” scientifico, ha la capacità di infiltrarsi oltre la pelle siliconata delle notizie e tirarne fuori il midollo.
Beccantini per acutezza di commento è una risorsa indispensabile come contraltare delle nostre impressioni annoiate. Chi segue i suoi articoli e i suoi interventi comprende che si può ancora parlare e scrivere mentre si pensa.

Accadeva sempre di domenica

Accadeva sempre di domenica. Le penne con il sugo di carne fumavano ariose. Mio padre che pregustava un Fiano del ‘92 con gli occhi di chi sa cosa vuol dire terra bagnata. Mia madre dipingeva mestolate di rosso sangue sulla pasta in attesa. Mio fratello rideva concentrato sulle disavventure del gatto “Razzo” tra i cuscini del divano.
La mattina della domenica era passata spenta, tra sguardi di ragazze annoiate e discussioni sugli attaccanti di fascia. Poi si saliva verso casa, ascoltando col naso gli odori della strada.
Appena a tavola, le penne chiedevano la pulizia etnica. Noi tutti (mamma compresa) venivamo rapiti: per 1 minuto e 34 secondi, oppure per 1 minuto e 53 secondi, oppure per 1 e 28 secondi, ogni domenica portati in paesini montani dove si sbuffava di freddo proprio mentre la pasta urlava la sua tiepida esistenza con formaggio.
Dopo quel minuto e rotti tornavamo alle faccende di pancia ricordandoci perfettamente di tutto quello che era successo.