RECENSIONE DI “VINCERE A ROMA” DI SYLVAIN COHER

Non se ne parla tanto, forse in questo periodo olimpico un po’ di più, ma in Italia, a Roma nel 1960, c’è stata la più grande impresa sportiva mai compiuta. Un uomo, nudo, perché la canottiera e il pantaloncino erano membrane quasi inesistenti e non riuscivano in fondo a nascondere un corpo che era lì, in offerta, al sacro fuoco della corsa e dello sport. Abebe Bikila a piedi nudi vince la Maratona di Roma 1960, la gara.
Sylvain Coher in questo libro è perfetto. Perché non racconta un fatto, non descrive un evento, anche se, come scrivevo molto probabilmente il più epocale della storia dello sport, ma tratteggia uno spirito, che è uno spirito dei tempi che si stavano vivendo ma anche uno spirito lontanissimo nello spazio e nei millenni, una voce, una Piccola Voce che accompagna Abebe passo per passo, come un processione dell’Africa e per l’Africa verso un mondo nuovo. Al “Veni, Vidi, Vici”, con cui abbiamo invaso la sua terra, Bikila risponde con la Seconda lettera a Timoteo di San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia. Ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”.
Nando Martellini ha gridato tre volte al cielo di Madrid “Campioni del mondo!”, ma in quella serata romana, ha anche detto: “Ha la maglia verde. È il numero 11. È un uomo dal passo di pantera!”.

“COPPI ULTIMO”. INTERVISTA A MARCO PASTONESI

1 – Chi era il Coppi del suo ultimo anno e soprattutto cosa sarebbe stato il Coppi degli anni ’60 e ’70?

Era uno uomo stanco, che si riempiva di appuntamenti e impegni forse per andare in fuga non più dagli altri corridori ma stavolta da se stesso. Era un uomo diviso e raddoppiato, aveva due famiglie personali e altre due famiglie, quella della nascita e quella del ciclismo. Era un uomo e non solo un mito, una leggenda, un campione, il Campionissimo. Sarebbe stato un manager: aveva idee, intuzioni, voglie, si poneva obiettivi, mete, altri traguardi, possedeva una sana cultura contadina.

2- Coppi nel tuo libro è un sole e intorno a lui decine e decine di pianeti vorticano. Al di là delle vittorie e della grandezza sportiva, che hanno toccato tantissimi campioni, perché alcuni campioni dello sport, come Coppi, hanno un’aurea così forte da influire sulle traiettorie di vita altrui?

Era un uomo generoso (anche se qualche caso contrario c’è stato, come riferito da Renzo Zanazzi), aperto, sofferto. Era un uomo che ce l’aveva fatta e quelli come lui lo sapevano e lo apprezzavano. E aveva accompagnato tutti gli italiani prima e dopo la guerra, fino all’alba del boom economico. Coppi era l’immagine bella dell’Italia che aveva scalato salite misteriose e finalmente scollinava.

3 – Il tuo libro a un certo punto esplode in mille coriandoli di ricordi e testimonianze dirette. C’è un documentario bellissimo che si chiama “Beatles Stories” e fa parlare centinaia di persone che per un motivo importante o per uno futile hanno avuto un contatto con i Beatles. Il tuo libro mi ha fatto ripensare a questo documentario e al fatto che ci siano alcune persone che marchiano i ricordi con una potenza immaginativa davvero speciale. Come te lo spieghi?

Dov’eravamo l’11 settembre? Uguale: dove erano quando furono trafitti dalla notizia della morte di Fausto Coppi? Coppi era entrato nella vita dell’Italia e degli italiani (e non solo). Era stata un’apparizione, una folgorazione, un’illuminazione, e quel preciso istante viene ricordato da tutti in maniera indelebile. Una corsa, una scampanata, un incontro casuale o un appuntamento inseguito, una voce alla radio o un articolo di giornale, una bicicletta o un paracarro.

4 – Parli di un Coppi molto “campione dell’oggi” in realtà, in quanto errante in mille luoghi ed errabondo nell’animo. Pensi sia una lettura corretta o il magnete Castellania alla fine lo avrebbe in qualche modo sopraffatto e fatto tornare, stabile e ottocentesco, alla sua terra.

Sarebbe tornato a casa. Sarebbe rimasto a casa. Anche se con villa a Novi Ligure o appartamento a Milano, anche se con la valigia in mano e il passaporto in tasca, anche se riprodotto su lamette da barba o su marchi di biciclette. Castellania è Coppi e Coppi è Castellania, tant’è che oggi quelle quattro case in cima a una collina si chiamano proprio così: Castellania-Coppi.

5 – Da quello che scrivi emerge un Coppi che pensa molto al futuro, personale e del suo sport. Come pensi stesse immaginando in quel momento Coppi il ciclismo dei successivi 30 anni?

Aveva sentito che la bicicletta non sarebbe mai stata abbandonata, ma sarebbe sempre rinata. Aveva intenzione di esportare le sue biciclette in Africa, quarant’anni prima di quello che avrebbe poi fatto Tom Ritchey, l’inventore delle mountain bike, con le sue bici-cargo in Rwanda.

6 – Mi interessa tanto la figura di Meo Venturelli, di cui hai scritto anche “Meo volava”, altro libro molto bello. Cosa aveva visto Coppi in questo giovane ciclista che considerava in un certo senso il suo delfino?

Aveva visto le stimmate del campione, ma anche la leggerezza, la spensieratezza, l’incoscienza, le trasgressioni che lui non aveva avuto il coraggio di adottare o affrontare. Coppi era stato un monaco, Venturelli un eretico. Coppi era stato un ambasciatore, Venturelli un demonio. Coppi sorrideva, Venturelli moriva dal ridere. Coppi si preoccupava, Venturelli se ne fregava. Fra i due c’era un’intesa epidermica e allo stesso tempo sentimentale.

7 – Coppi forse è l’unico campione sportivo italiano in cui nel mondo ci si toglie davvero il cappello. Calpesta con entrambi i piedi il terreno del mito perché non ne abbiamo visto la decadenza, perché ha rivoluzionato il suo sport o perché è deflagrato in un momento in cui molti erano senza punti di riferimento e in qualche modo lo hanno trovato in questo meraviglioso ciclista?

Tutto questo, e altro ancora. Coppi è diventato un personaggio letterario. Tutti hanno contribuito a renderlo anche più grande di quello che era. Nella geografia e nella storia, nello sport e nella scienza, nella letteratura – appunto – e nella poesia. Coppi è un padre della patria, un Garibaldi a due ruote.

8 – Non voglio fare il tuo agente letterario, ma mi devi promettere che ci pensi. Il 24 e 25 ottobre 1942 Milano è squassata dal primo fitto e potente bombardamento aereo da parte delle Forze alleate. Il 7 novembre Coppi stabilisce il nuovo record dell’ora al Vigorelli. È una storia che devi farci la grazia di raccontare.

Grazie, Jvan, per la (sovra)stima, ma lo hanno già fatto. Mauro Colombo, “L’ora del Fausto”, Ediciclo, 2013.

Dovrò leggerlo.

INTERVISTA A MARCO CIRIELLO, AUTORE DI “MARADONA È AMICO MIO”

Si è scritto tanto di Maradona e Diego nell’ultimo mese. Per questo motivo ho intervistato Marco Ciriello, per parlare del suo Maradona è amico mio”, 66thand2nd Edizioni, proponendo di discuterne attraverso delle parole chiave che ritrovo nel libro stesso e che in un certo senso muovono il rapporto fra Maradona, Napoli, il calcio, la storia personale dell’autore.

La prima parola è SOLITUDINE. Emerge dal libro e dalle storie intrecciate quella enorme di Diego e quella magari piccola per gli altri, ma ancora più grande per te, che è appunto la tua solitudine personale. Tutti oggi dicono che Maradona è morto solo, nonostante avesse vissuto una vita in mezzo al popolo o a delle tribù. Perché pensi sia successo e quanto è potente per il tuo modo di vedere il mondo la tua solitudine?

Maradona è sempre stato solo, come erano soli Carlo e Alessandro Magno, come era solo Adriano – raccontato dalla Yourcenar –, come erano soli Lenin e Castro. Era solo Muhammad Ali, era solo George Best, e posso continuare per altri quattro cinque nomi ancora. Era sola Marilyn Monroe, ed erano soli i suoi Kennedy, era solo Ernest Hemingway ed era solo Frank Sinatra come Kurt Cobain. Non conta il numero di cortigiani. Se vai oltre te stesso, per forza di cose rimani da solo, e ti metti a cercare qualcuno che anche solo per un attimo ti possa tenere compagnia. Per fare la storia hai bisogno di te stesso, per avere te stesso devi isolarti, isolandoti paghi un prezzo altissimo, che si chiami dipendenza o sperpero, assolutismo ideologico o ossessione geografico-territoriale.

La seconda parola è GENIO. Il genio maradoniano è stato tanti estremi diversi. Il genio vive solo ai confini o è ovunque, basta riconoscerlo e alimentarlo di talento, allenamento, innesco e Storia?

Carmelo Bene diceva: “Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può”. Maradona ha fatto quello che ha potuto, con quello che si è trovato, che, spesso era poco o niente. Il suo genio si è manifestato anche fuori dal campo, e per capirlo bisogna guardare a Pelé che si lucida il monumento da mezzo secolo, mentre Maradona ha provato a distruggere il suo. A parte uscire dal campo e provare a tornarci come una autentica dipendenza – quella sì –, a parte vivere la palla come un amore infinito, al quale tornare con tutto quello che la ricorda, Maradona poteva essere moltissime altre cose: da un leader politico a uno showman, ma è stato soprattutto sempre un ragazzo, persino quando il corpo l’ha rallentato, quando le parole si impastavano, ha conservato la scintilla del ragazzo, e un ragazzo ha sempre mille cose da fare e da sbagliare, lasciando sempre le cose a metà proprio perché non legato al tempo, convinto che tutto possa sempre avere un seguito. Maradona ha vissuto dando del tu all’eterno, fin da quando giocava – non visto – a Villa Fiorito, è questa una delle tesi borgesiane del mio libro. Il genio lo sa e sopporta il suo sapere, provando a realizzare quello che già conosce.

Terza parola: CORPO. Credo che Maradona sia stato così grande da un punto di vista sportivo per il suo corpo da freak. Aveva l’equilibrio massimo possibile ed è tutto per un determinato tipo di calcio. Ma il suo corpo è anche la serie tv più seguita della sua esistenza. In ogni puntata quel corpo forniva un colpo di scena. Che riflessioni fai sul corpo di Maradona?

Ne parlo per tutto il libro, il suo corpo è stato una giostra, lo ha allargato e ristretto di continuo, una volta ho scritto – con grande scalpore della agenzia El Telam – che l’ha usato come  James Dean usava la sua Porsche. Maradona era elastico, una specie di Yuri Chechi di caucciù, un po’ supereroe un po’ stregone. A vederlo da vicino non sembrava che un corpo così piccolo potesse contenere tutta quella magia e quella forza. Poi ci sono le mutazioni che vanno dalla testa – pensa ai capelli, solo su quello si può fare un romanzo andando oltre tutti i tagli che evoca Nino Manfredi in “Straziami ma di baci saziami” di Dino Risi – ma anche alla caviglia che si riprende dopo l’incidente, passando per la fame sessuale, fino ad arrivare a questo cuore costretto a fare sempre gli straordinari tra atletismo e cocaina. In pratica Maradona è a-umano, un esperimento irripetibile frutto delle privazioni dell’infanzia e della capacità d’immaginarsi altro da sé e dal contesto che l’ha prodotto. In questo il paragone è con quel palestinese che nasce in una stalla e mette in discussione la legge del tempio. Qua c’è anche l’imperdonabilità dell’ascesa e della metamorfosi. Pensa se fosse stato anche bello come il palestinese e se invece di drogarsi avrebbe moltiplicato anche i pani oltre i gol.

PASSATO. Tanti hanno pianto per Maradona morto perché gli ricordava un passato, il loro personale passato. Perché alcune figure addensano significati come una sorta di calamita con la polvere di ferro? In un attimo, come diceva anche Pasolini della morte, queste figure riescono a farci ricostruire un percorso di senso del tutto personale, a cui tutti pensano e del quale appunto hanno malinconia.

L’Occidente si sta svuotando dai riti, ne ha tantissimi come le nuove categorie della boxe, perdendo così quelli principali. Alcune morti riescono a vincere questa tendenza e ci riportano al passato. Quella di Maradona è come la morte di un re greco, persiano, o come quello del re portoghese Dom Sebastião di cui parla Mario Vargas Llosa. C’è un prima e un dopo, ed è possibile questo prima e dopo perché l’uomo che muore ha rappresentato qualcosa, non è solo stato un rito stanco, un passaggio, un’emozione da consumare, un prodotto da acquistare, no, ha creato un’appartenenza, che ha messo radici, e questa appartenenza passa per la metamorfosi. Diego non è un destinato da una famiglia reale, non è il rampollo a capo di una multinazionale, no, è pre-destinato che dalla nullità arriva alla deità. Il suo percorso biografico è favola. Un povero che ce la fa, e non imbrogliando, no. Ce la fa con la purezza del gesto. È solo con la palla. Come i cavalieri con la spada. Il resto è racconto che gli corre dietro.

FUTURO. Hai già immaginato il futuro che verrà destinato a Maradona? Il più grande, il drogato, l’assassinato dai farmaci, il gol di mano, il gol del secolo, la lotta per l’eredità. In che modo parleremo di lui tra due anni?

Premessa: quelli che separano, distinguono, cavillano, sono dei cretini o peggio delle persone banali, incapaci di capire. Non si può andare al concerto dei Metallica  e chiedere loro di abbassare il volume, se ci vai accetti le condizioni di quel concerto. O non puoi chiedere al Tarantino di Pulp Fiction di darsi una cronologia. Capisci che è una richiesta illogica proprio quando vuoi imporre la logica elementare. Maradona è un prodotto di Vonnegut, è elementare nella sua illogicità. Maradona è l’applicazione del Comma 22: si droga perché eccede nello sport, ed eccedendo si trova in una solitudine assoluta, che è l’oltrenoia zeusiana.

LUI E TE. Il tuo libro è del 2018. Oggi Maradona è morto. Come cambierà la splendida rete di relazioni che hai descritto nel libro?

Non cambia, si infittisce, si rinnova. Quando pensavo di non doverne scrivere più, si è riaccesa la voglia e mi sono arrivate mille richieste, alle quali piano piano sto rispondendo. La morte costringe ai bilanci, scioglie i nodi e crea legami indissolubili perché passano per l’eternità o quasi. Nel caso di Maradona siamo davanti alla ziggurat di Ur già in vita, che in morte cresce a dismisura e ti costringe a riprendere le misure, a riguardare gli spazi, a ritornare a sul posto, a ri-fotografare e ri-disegnare, a chiederti: l’avevo capito? In poche parole Maradona mi costringe al gioco del mondo: rifare quando pensavo d’aver finito. Non succede sempre.

INTERVISTA A DANIELE MANUSIA. DE ROSSI, IL ROMANISMO E ALTRO.

Partirei con una domanda secca. Che giocatore è stato Daniele De Rossi? Non tanto nella storia della Roma ma nel contesto calcistico in cui è venuto fuori e poi è cresciuto?
A domanda secca, risposta secca: uno dei migliori centrocampisti al mondo della sua generazione, negli anni in cui era al massimo della forma. Risposta meno secca: De Rossi è stato almeno due giocatori diversi. Inizialmente un tipo di centrocampista box-to-box che nel calcio di inizio secolo poteva essere considerato modernissimo, con un raggio d’azione che andava dalla sua area fin dentro quella avversaria, con un gioco senza palla tra i migliori in assoluto e delle letture offensive di ottimo livello. Fare paragoni non serve a niente quando si parla di calciatori unici ma, per capirci, insieme a Gerrard e Lampard era uno dei migliori al mondo in un immaginario 4-2-3-1 che andava di moda intorno agli anni ‘10. Poi con Luis Enrique ha arretrato il proprio raggio d’azione (in pochi ricordano che giusto due anni prima con Spalletti aveva avuto la sua stagione più prolifica, andando in doppia cifra tra campionato e coppe), esaltando un’attitudine difensiva che però aveva da sempre. Non parlo solo di come copriva lo spazio davanti alla difesa ma anche di come si inseriva nella cerniera difensiva per rimpiazzare un centrale uscito dalla posizione o semplicemente fare da quinto sui cross. Se questo De Rossi difensore-aggiunto è quello che ci ricordiamo, secondo me non dobbiamo sottovalutare le sue doti tecniche e la capacità di incidere nella metà campo offensiva, soprattutto in partite importanti (anche in Nazionale).

Non ho mai capito se era un calciatore troppo in ritardo per un calcio che si stava discostando rispetto alle sue skills principali, se invece ha saputo portare le sue caratteristiche in una dimensione pienamente contemporanea oppure se era un giocatore semplicemente fuori dal tempo, in assoluto un valore aggiunto sempre. Tu che ne pensi?
Secondo me si è adattato moltissimo agli allenatori che ha avuto. Con Spalletti è stato davvero un giocatore completo come pochi, in perfetta linea con il calcio di quegli anni (immagina un City con De Rossi e Yaya Touré in mediana, sarebbe stato forse il centrocampo più forte al mondo, ai tempi di Mancini); poi però quando i ritmi del calcio hanno accelerato e i suoi hanno rallentato è diventato più riflessivo e intelligente, svolgendo compiti simili anche in strutture diverse come quella di Conte, Spalletti (alla seconda esperienza) o Rudi Garcia, facilitando la costruzione del gioco dal basso e difendendo in alto (che mi pare siano le due caratteristiche che si sono accentuate di più nel calcio in questi anni).



C’è un momento specifico in cui hai iniziato ad amare De Rossi e quello che voleva dire per la tua squadra?
Forse per via del fatto che eravamo coetanei i miei ragionamenti su De Rossi non erano quelli tipici che facevo sui calciatori della Roma (come spiego pure troppo a lungo nel libro). Voglio dire che è stato più avanti, quando mi sono reso conto che era ormai una bandiera e che si era sempre comportato in un certo modo, in quel momento ho iniziato a sentire una specie di orgoglio – parlando di “orgoglio” non vorrei scadere nel retorico, mi riferisco a quella sensazione che è la cosa più vicina a percepire un qualsiasi tipo di identità allargata che io abbia sperimentato. Poi quando una parte di tifosi ha iniziato a criticarlo mi sono accorto che lo difendevo sempre, perché pensavo di capire quella specie di tensione costante con cui giocava, che era anche mia, della mia generazione.

Amare un calciatore o un personaggio dello spettacolo, insomma qualcuno che ci accompagna per un periodo di tempo della nostra vita, riconoscendone il valore come professionista del suo settore e anche come persona, accade perché riscontriamo in lui qualcosa a cui siamo vicini, un elemento di comunanza oppure lo iniziamo a seguire perché è diverso da noi?
Non per forza, io ammiro molti artisti diversissimi da me. Anche tra i calciatori ammiro molte donne o giocatori che vengono da Paesi e culture diversissime. Riconosco in loro qualcosa, che mi piace o che è mio, ma non dipende dall’età o dal luogo di nascita (né tanto meno dal colore della pelle o dall’identità sessuale). Per De Rossi in realtà ho provato molte cose simili a quelle che ho provato mentre scrivevo di Cantona, solo che qui si aggiunge il ricordo personale e un’atmosfera culturale che ho vissuto in prima persona. Penso sia una questione di “valori”, ma anche in questo caso non si tratta di idee preconfezionate, quanto applicazioni pratiche di concetti come “lealtà”, “coerenza” etc. Si può essere tutte queste cose nel modo sbagliato (puoi essere leale a una causa sbagliata, puoi essere coerente a una stronzata) ma De Rossi, come Cantona, lo è stato in un modo che ha generato in me un’ammirazione che ha trasceso l’ambito sportivo. Poi ovviamente c’è il calcio giocato. Non voglio dire che non potrei scrivere di un calciatore che non stimo umanamente quanto DDR, ma qualcosa di profondo che esprime quella persona vorrei coglierlo. Poi non so se ci sono riuscito, ma la mia illusione è questa, altrimenti non potrei proprio scrivere.

Foto Luciano Rossi/AS Roma/ LaPresse 13/04/2019 Roma ( Italia) Sport Calcio Roma – Udinese Campionato di Calcio Serie A Tim 2018 2019 Stadio Olimpico di Roma Nella foto: esultanza Edin Dzeko Photo Luciano Rossi/ AS Roma/ LaPresse 13/04/2019 Roma (Italy) Sport Soccer Roma – Udinese football Championship League A Tim 2018 2019 Olimpico Stadium of Roma In the pic: Edin Dzeko celebrates



Per te De Rossi è un modello che sa meglio ispirare o da seguire in maniera più conforme?
Forse fuori da Roma non si capisce bene quanto fosse ambiguo il “simbolo” De Rossi: piace a persone diverse che ci vedono cose diverse. Ad esempio, per me non è affatto l’icona dell’uomo virile e duro, perché significherebbe rifiutare le numerose manifestazioni di sensibilità e intelligenza che ne fanno una persona e un personaggio complesso, magari anche contraddittorio. Se ho capito bene la tua domanda penso che DDR possa essere d’ispirazione a molti, per come ha vissuto il suo amore per la Roma e per come è rimasto “romanista” nei momenti difficili quanto in quelli felici; ma per il resto è una persona piuttosto riservata. Anche se è stato un leader non ha mai fatto il “capopopolo”, il potere non gli interessa di per sé (questo tra l’altro mi pare molto anticonformista in Italia).

Bisogna parlare anche di amore, l’altro giocatore presente nel libro. Scrivo giocatore perché vorrei capire se per te l’amore provato per un calciatore diventa ex quando il calciatore stesso acquisisce il prefisso?
Ci sono atleti (come anche attori, per fare un paragone) che non esistono fuori dall’esercizio delle proprie funzioni (fuori dal proprio personaggio) e altri che si portano dietro una specie di “aura”. Oggi siamo abituati a lavorare sul nostro “personaggio pubblico” ma non tutti siamo dotati dello stesso carisma, e questo vale anche per i calciatori che magari fin da giovani imparano a non fare errori, a postare le foto giusti, gli hashtag giusti, ma difficilmente possono imparare ad essere “interessanti” o, che ne so, “sinceri”. Ho sempre trovato triste lo scarto tra le capacità comunicative che alcuni hanno con i piedi e la loro opacità quando si tratta di usare le parole, molti ex-calciatori sembrano uomini sempre a disagio, fuori posto, nostalgici del potere che avevano da giovani e che hanno perso. Ma quelli che diventano persone complete e carismatiche riescono a mantenere intatta la magia. Ovviamente De Rossi fa parte di questo secondo gruppo e penso che difficilmente il rapporto con la tifoseria cambierà – anche se è presto per dirlo, in fondo si è ritirato solo da pochi mesi dal calcio giocato.

C’è un sentimento possibile che ti terrà legato a De Rossi anche da questo momento in poi, in cui non c’è più il calciatore De Rossi di cui ti sei innamorato?
Credo che il mio modo di vivere la Roma sarà sempre influenzato dal modo in cui l’ho vissuta quando c’era lui, anche attraverso le sue parole e le sue azioni. Il sentimento che ci lega è il romanismo, poi ovviamente la gratitudine, perché qualcuno di così generoso con me, con noi, non credo che ci capiterà più. Infine, forse, quell’amicizia illusoria che se penso a lui riaffiora di continuo: ci staremmo simpatici, potremmo chiacchierare del più o del meno, dei nostri figli? È strano pensare una cosa del genere di una persona che neanche ti conosce, è quasi da stalker, mi rendo conto, ma penso sia un sentimento genuino che hanno provato in molti.

Si può amare così solo a 20 anni o speri che arriverà un nuovo calciatore che ti farà vivere lo stesso amore?
Più passano gli anni più il divario di età tra me e i calciatori in attività si fa grande. Ti faccio l’esempio di Zaniolo, che potrebbe come non potrebbe decidere di restare a Roma a lungo (sperando che torni a giocare come totalmente recuperato): in ogni caso per me è troppo giovane, mi sembra ancora un ragazzino. E penso che anche se riuscirò a riconoscerne il valore e ad apprezzarne, in caso, la lealtà, la perseveranza, il coraggio, comunque non lo farò con quell’identificazione che ho provato per De Rossi.



Nel connubio De Rossi-Roma-Manusia c’è il romanismo che include tutti gli insiemi. Non ti vorrei tanto chiedere cos’è il romanismo, in quanto lo spieghi e lo fai vibrare molto bene nel libro, ma se è una traccia esistenziale quasi immutabile (vale anche per il napolismo, lo juventinismo, ecc.). Se in fondo alcuni degli afflati emozionali, delle debolezze e delle visioni (vaste o ristrette che siano) possono cambiare con un calcio che cambia?
Penso che cambi. Il mio romanismo non è lo stesso di chi magari ha seguito la Roma negli anni ‘70 e ‘80, ad esempio. Io sono cresciuto con una Roma mediocre e poi mi sono ritrovato con una Roma vincente, ho pensato si potesse/dovesse continuare a vincere e per più di dieci anni ci siamo andati vicini, abbiamo alimentato la nostra stessa illusione. Questo conflitto tra la “grandezza” che sentiamo appartenerci e il destino sempre un po’ sfigato è quello che per me è stato il romanismo in questi anni. Ma se la Roma, mettiamo, dovesse stare lontana dalle coppe per i prossimi anni, perdersi in altre stagioni infernali con cambi di allenatori e DS e presidenti, magari tra dieci anni ci sarà un altro romanismo. Anzi in parte è già così, il romanismo oggi è già quello dei meme autoironici, sempre apocalittici e autodistruttivi, perché nessuno sano di mente pensa che il prossimo possa essere “l’anno buono”, come invece fino a qualche tempo fa pensavamo ogni volta. Eppure due anni fa eravamo in semifinale di Champions League! Metti che per sei o sette anni non ci togliamo neanche una piccola soddisfazione come quella e chi lo sa che tipo di cultura disperata e cinica saremo capaci di produrre…. La cosa bella è che il romanismo è sempre autoriflessivo.

Come a tutti coloro che intervisto, chiedo anche a te tre libri di letteratura sportiva che bisogna assolutamente leggere.
Nomino dei classici così non sbaglio: “Brilliant Orange” di David Winner; “Il Re del Mondo. La vera storia di Muhammad Ali” di David Remnick; “Sulla Boxe” di Joyce Carol Oates.