Perché sono stati Europei meravigliosi

Europei-Francia-2016-660x330Pochi la pensano come me ma è stato un Europeo fantastico o almeno, se non cambiano delle regole (e gli USA per entrare davvero nel calcio le pretendono perché lo spettacolo per loro è un’altra cosa), è lo show muscolar-celebrale a cui dobbiamo adeguarci. Se ci fermiamo solo alla finale, la vittoria del Portogallo è la vittoria della strategia di fronte alla forza abbinata ad una buona tattica.
Sacchi a metà anni ’90 diceva che una squadra africana dopo 20 anni avrebbe vinto i Mondiali. Questi Europei erano comparabili in qualche modo ad un campionato mondiale e la Francia di Deschamps era molto africana, non solo perché tanti calciatori hanno quelle origini, ma perché soprattutto nella fascia centrale del campo l’atletismo collegato ad una ottima intelligenza tattica (era quello che Sacchi pensava mancasse allora ma che col tempo sarebbe arrivato) hanno dominato molte squadre. Le sgroppate di Sissoko e Matuidi palla al piede, ma la stessa presenza atletica di Pogba al centro è un chiaro marchio di calcio africano, sapientemente mixato con l’attenzione tattica di tutti centrocampisti francesi. Eppure il Portogallo è riuscito a batterli con una strategia ancora più attenta ai dettagli e riuscendo a esaltare il talento tecnico individuale non per il decoro a sé stante o solo per la redditizia giocata con il pallone, ma anche e soprattutto per gestire i ritmi della partita e muovere gli avversari cercando gli spazi giusti. E questo è stato fatto anche dall’Italia contro la Spagna, dalla Germania contro di noi. È stato un Europeo in cui lo studio degli avversari è stato fondamentale sopra ogni altra caratteristica della propria squadra. L’adeguarsi (incredibile l’adeguamento di Low su di noi) per tanti porta alla paralisi, come successo in partite come Portogallo-Croazia, ma è anche, almeno per me, una logica di approccio allo sport più “umanistica” e pertanto figlia di un progresso vero.
Utilizzare la scienza per analizzare e costruire una nuova idea di uomo è da sempre la base per fare il passo più in là, in tutti i campi del sapere. Che tutto questo sia stato un approccio molto evidente nel gioco del calcio in questi Europei porta in dote due conseguenze eccezionali: la prima è che il calcio è sempre più una scienza umana come le altre perché analiticamente approcciabile da due metodi differenti ma sapientemente collegabili e in secondo luogo che il calcio, essendo comunque un’azione fisica, è evidentemente la stupenda unione di dimensione fisica e celebrale dell’uomo.
Le partite bloccate di questi Europei (e ce ne sono state tante), non sono la dimostrazione di una decadenza dello sport-calcio verso una spettacolarità tecnica sempre più scialba, ma l’esaltazione di questa unione fra mente e corpo, che si costruisce da una parte con i dati scientifici dei tanti analisti che hanno lavorato nelle squadre nazionali e dall’altra con lo spirito, quello sì pienamente umano, di chi ha vissuto sul campo emozioni e ce le ha mostrate non solo piangendo o esaltandosi, ma svolgendo un compito preciso e curato nei minimi dettagli.
Ditemi voi se questo non è un meraviglioso step umanistico che il calcio, capofila popolare fra tutti gli sport, ha fatto in questi Europei, e se non è una cosa per cui dobbiamo essere molto eccitati e felici tutti quanti aspettando grandi scenari futuri?

I giorni di Parigi. Rai, postmoderno e cultura attraverso lo sport.

I_giorni_di_Parigi_RaiNon sono mai entrato in Rai né ho mai avuto contatti diretti, ma ho una sensazione personale: quando si fidano dei professionisti che hanno, fanno sempre ottimi prodotti.
Molti di voi ne hanno già parlato e io ho visto quasi tutte le puntate de “I giorni di Parigi”. Questo programma è il tipico esempio di una televisione che si fida di chi ci lavora e, senza parlare di carta bianca che non è mai la metodologia giusta in quanto tutti sanno a prescindere il target, lo stile e la storia di un canale e di una televisione, dà la giusta libertà nel realizzare prodotti di qualità.
Quello che mi ha stupito de “I giorni di Parigi” è la sua contemporaneità nel linguaggio: in puro stile post-moderno mette insieme linguaggi, espressioni e argomenti distanti fra di loro che si tengono insieme non tanto grazie a un tema unico (ad esempio, l’ultima puntata poteva essere la partita Belgio-Galles), ma per una sorta di filosofia del programma stesso che punta a connessioni alte fra sport e cultura.
“I giorni di Parigi” utilizza l’evento Europei come contenitore di interessi ed emozioni ma ci parla di tanto altro, sviluppando tanti fili narrativi da percorrere con loro ma poi da approfondire e conoscere meglio (questo è il servizio pubblico del 2000).
La sigla iniziale è già puro materiale post-moderno: immagini d’archivio (l’archivio è utilizzato dalla Rai in quanto sua grande forza. Programmi che si basano su di essi sono molto ben fatti e interessanti. Riuscire a far parlare l’archivio con il contemporaneo, come in questo caso, è il passo successivo) si uniscono a immagini attuali, con connessioni flash con musica e cinematografia. Solo la sigla è un piccolo saggio da cui partire.
I primi minuti della puntata sono quasi sempre alla Dribbling e presentano la parte calcistica, per poi tenerla come sfondo e iniziare a svariare sul tema. La scelta di annullare il voice-over, il che segna fin da subito lo stacco dalla parte iniziale, e lasciar parlare i protagonisti delle storie e le sole immagini è una trovata già vista ma sempre d’effetto. Contributi diversi creano un racconto unico e completano l’universo che ruota intorno ad un evento sportivo di questa portata mondiale. Anche la musica è pura sensazione e non didascalia o contrappunto. Serve a dare suggestioni di luoghi, momenti, personaggi, eventuali sviluppi, senza perdere però la rotta e andare dove portano le orecchie.
In sintesi, “I giorni di Parigi” è un programma di grande qualità e di scrittura competente, nasce dalla volontà di seguire una cultura e letteratura sportiva che per fortuna in Italia è viva e lotta contro il tanto mainstream da bar (ma da bar finto, ricostruito in studio, il vero bar offre spunti eccezionali). Vedo che pian piano questa nuova voce sta diventando qualcosa di più della schicchera nerd o, per dirla alla buona, del radicalismo chic applicato ovunque. Un nuovo modo di vedere e parlare (e scrivere ovviamente) di calcio e sport è cultura, né più né meno (Undici, L’Ultimo Uomo sono e fanno questo).
E pensare che la Rai abbia percepito questo mood, lo abbia fatto suo, e abbia anche fatto un passo più in là rispetto a Sky da un lato mi fa sorridere (sorrido pensando a quelli che si esaltano per “I giorni di Parigi”, come se la Rai dovesse fare solo il nazionalpopolare più spinto che c’è) e dall’altro attendere nuovi e ancora ottimi prodotti.

P.S. Ho letto sul web: “Se “I giorni di Parigi” lo avesse fatto Buffa, la gente si sarebbe strappata i capelli”. Ci ho riflettuto su questa cosa ed è sempre interessante quando qualcuno ti sottolinea comparazioni. “I giorni di Parigi” è un programma totalmente differente rispetto ai programmi di Federico Buffa. Per stile e soprattutto per modalità narrative siamo molto distanti (distanti nel senso di diversi, non di migliore-peggiore). Entrambi i format aprono alla riflessione culturale sullo sport e “I giorni di Parigi” fa una cosa interessante rispetto a Buffa: fa parlare le storie mentre la Storia accade. Non è un meraviglioso saggio buffiano, è cronaca e riflessione intellettuale su quello che è cultura oggi e diventerà storia domani intorno all’evento.

Quello che sarà Euro 2012…

Ci siamo, domani si parte e attendiamo come sempre novità. Per noi è messa molto male. Ma Prandelli sa che De Rossi nella Roma non giocava libero ma centromediano? Sa che se Giaccherini viene attaccato lo ammazzano? Sa che Motta-Pirlo è il centrocampo peggiore per chi tiene poco la palla? Sa che Montolivo non riesce a giocare mai una buona partita in Nazionale? Sa che Cassano è ancora fuori forma e per il contropiede selvaggio che ci aspetta è il peggio che ci possa essere?
Se usciamo da questo labirinto di domande con qualche speranza, potremmo anche fare bella figura.
Ma pensiamo al resto. Quali saranno le novità tattiche dell’Europeo, che diventeranno ben presto dei tormentoni estivi?
Il primo lo abbiamo già fatto partire: il centromediano alla Busquets. Un nuovo modello di mediano-organizzatore di gioco, capace di impostare il gioco nella sua fase più semplice, scaricando sulle mezzeali a cui è affidato invece il compito di colpire gli avversari negli spazi. Il nuovo centromediano prende qualcosa dalla vecchissima versione anteguerra e tutto il resto dal volante brasiliano. Guardiola ha fatto rinascere questo ruolo ormai scomparso e adesso attendiamo fiduciosi che il guardiolismo non lo distrugga in un’estate.
Il secondo tormentone è l’attacco senza riferimento. Un assaggio corposo lo abbiamo beccato noi venerdì contro la Russia che ci ha fatto vedere i sorci verdi con i suoi quattro uomini di attacco in perpetuo movimento. Anche qui il rischio di guardiolismo è nell’aria. Le squadre con gli attaccanti giusti (vedi Russia appunto) faranno ammattire gli avversari, quelle senza giocatori abili nel gestire palla sottoritmo per poi aggredire gli spazi infilandosi, faranno molto male. Fa bene Prandelli in questo caso a mettere i due allineati nel nostro attacco.
Terzo nuovo comandamento riguarda il recuperare la palla entro il minuto di non possesso. L’intera filosofia del Barcellona si fonda sullo gestire la palla. Non averla equivale al non-essere, entità che per pensieri filosofici differenti è a volte maligna a volte neutra ma comunque causa di distruzione. Quando la palla è degli altri i calciatori guardiolani hanno un solo obiettivo: recuperarla nel più breve tempo possibile. L’applicazione di questa idea alle squadre nazionali prevede molte difficoltà. Ci vogliono automatismi perfetti per non scoprire la squadra. A questo punto mi lancio in un pronostico: la squadra che saprà farlo al meglio vincerà. Se nessuna squadra saprà sviluppare gli automatismi giusti, uscirà fuori una sorpresa, tipo Portogallo.

Questa volta no

Questa volta no. Lo dobbiamo esigere perché a fare l’italioti non possiamo più starci.
Questo volta no, perché le altre due volte è diventata quasi colpa nostra se vogliamo uno sport che sia sport e non una pantomima.
Questa volta no, perché i peccati da mondare non sono delle stellette da esibire.
Questa volta no, perché i calciatori devono essere puniti, non sono niente senza quelli che li guardano.
Questo volta se succede un’altra volta che dopo un grande scandalo vinciamo un grande torneo e tutto viene buttato nei panni sporchi da lavare, dobbiamo esigere di incazzarci chiudendo televisioni, portafogli e tutto quello che ci chiedono in cambio di qualcosa per cui non vale più la pena.
Questa volta no.

P.S.: Un paio di anni fa Costacurta parlando del calcio disse che per lui era una forma di intrattenimento che non sarebbe più esistita tra 100 anni.