“Maradona – 101 pillole di saggezza” di Angelo Mora

Dopo aver letto il suo libro “Maradona. 101 pillole di saggezza”, avevo sottolineato cn gli amici le scelte argute di Angelo Mora. L’intervista di seguito mi ha confermato che sa guardare al calcio in maniera davvero brillante. Eccola.

Qual è fra le frasi che hai inserito nel libro quella che ti piace di più e perché?
«Ho vissuto quarant’anni, ma è come se ne avessi settanta. Mi è successo di tutto. Di colpo mi sono trovato dalla baracca di Villa Fiorito alla cima del mondo. E lì mi sono dovuto arrangiare da solo» (pronunciata nel 2000). Bellissima e autoesplicativa. Segnalerei anche una frase attribuita da Jorge Valdano a Maradona nel libro ‘Il Sogno di Futbolandia’: «Se mi trovo a una festa in casa del Presidente della Repubblica, con lo smoking addosso, e mi lanciano un pallone sporco di fango, io lo stoppo di petto e lo restituisco come dio comanda». In realtà appartiene al suo primo scopritore, Francis Cornejo. Per questo motivo l’ho esclusa dal libro, ma ne sono innamorato: descrive perfettamente il miglior Maradona, quello del pallone come impareggiabile strumento di felicità – ovunque e comunque. 

Dopo averne scandagliato le parole, che giudizio daresti di Maradona nel corso del tempo? Ha mantenuto una sua coerenza in quello che ha detto in vari momenti della vita

“Maradona coerente” pare un ossimoro. Diego ha detto tutto e il suo contrario. Si è smentito di continuo, con parole e fatti, ha litigato con chiunque, anche con chi sembrava prodigarsi per il suo bene. È difficile estrapolare una logica costante nei suoi saliscendi emotivi. Senza dubbio, ha sempre posseduto un istinto insopprimibile: quello di rispondere a voce e a testa alta, a qualsiasi costo. Nessuno può dirgli che cosa fare o come stare al mondo, nemmeno il Papa. Le sue pose da rivoluzionario politico sono esagerate, se non gratuite. Tuttavia per chi proviene dal basso, la storia di Maradona rappresenta un bel dito medio rivolto a coloro che si credono naturalmente superiori poiché più ricchi, istruiti o “virtuosi”. Lui ama accostarsi a Che Guevara, ma io lo paragonerei a Johnny Rotten dei Sex Pistols: più nichilista che altruista. 

Mi sono segnato la frase: “La gente deve capire che Maradona non è una macchina della felicità”? Che valore dai a questa frase e cosa pensi volesse intendere Diego?

La pronunciò poco prima dei Mondiali del 1982, a nemmeno ventidue anni, circa le perplessità di mass media e tifosi argentini nei suoi confronti.  Si tratta di un tema ricorrente e decisivo della vicenda di Maradona. Da un lato c’è un calciatore di personalità che, fin da adolescente, è consapevole di un talento superiore, non teme la ribalta e ambisce alla carica di leader.  Dall’altro, c’è un ragazzo un po’ immaturo – e permaloso – che accetta a malapena le critiche sul piano tecnico, rifiutando poi il ruolo di salvatore della patria o benefattore del popolo quando le cose vanno male. Già due anni prima, Diego anelava a «tornare a giocare a pallone per un panino e una Coca-Cola, come ai tempi di Villa Fiorito», esprimendo una sorta di rigurgito verso il professionismo (che pure aveva appena affrancato lui e la sua famiglia dalla miseria). Nel 1998 dirà che «Napoli mi aveva dato tutto, ma qualcuno non capì che per me era diventato troppo». È la sua perenne contraddizione: dipendere dalle attenzioni del mondo esterno, indice di successo ed emancipazione, ma staccando la spina a piacimento. Essere venerato come un dio e perdonato come un comune mortale: un equilibrio improbabile (specie se, di mezzo, c’è uno stile di vita spregiudicato). 

Per chi è innamorato, Maradona è intoccabile, qualsiasi cosa faccia e dica. Per chi lo odia, Maradona è sempre fuori registro. Dove sta la verità?

Se odi Maradona, odi il calcio. Se lo ami incondizionatamente, fino a negarne i difetti, fai un torto al buon senso perché Diego è un uomo e gli uomini sbagliano sovente e, a volte, in maniera deliberata. La verità sta nel modo in cui ci rapportiamo ai nostri eroi sportivi, forse. C’è una corrente di pensiero “istituzionale” che auspica di elevare gli atleti famosi a modelli di vita. Ma se ammettiamo che siano gli attori di una recita competitiva e stressante, il cui ricco meccanismo commerciale è alimentato da noi stessi, non possiamo realisticamente esigere degli esempi di moralità cristallina. E se cerchiamo davvero un’eccezione alla regola, tanto vale indicare un Alex Zanardi o una Bebe Vio. All’opposto troviamo il “maledettismo”: l’elogio della vita spericolata, che spesso partorisce cattiva letteratura e grossi abbagli (qualcuno pensa davvero che Robin Friday fosse brillante come George Best o che il Mágico González fosse abile come Maradona stesso?). Certo, senza la sua condotta sopra le righe, probabilmente il profilo di Diego non sarebbe così intrigante. Vederlo sbronzo e confuso sulle tribune dell’ultimo Mondiale, tuttavia, non è stato un bello spettacolo. Insomma, nel caso di Maradona non saprei tracciare con precisione il confine fra l’idolo calcistico e la persona vittima delle proprie debolezze. Di sicuro provo ammirazione sconfinata per il primo e umana compassione per il secondo.

P.S. ho omesso la retorica degli “uomini veri” e dei loro nebulosi “valori”, tipica del frasario del calcio moderno. A chiunque abbia superato l’adolescenza, anagraficamente e mentalmente, non può che far sorridere. 

Secondo te Maradona ha ancora qualcosa da dire per il calcio del futuro oppure ogni sua frase parlerà di un altro tempo, ormai passato?

Beh, laddove vengano prese sul serio le parole di Infantino, Platini, Tavecchio, Lotito, Agnelli, Fassone, De Laurentiis, Costacurta, Cristiana Capotondi e simili, gente che non sa nemmeno che forma abbia il pallone o l’ha scientemente rimosso, preferisco pendere dalle labbra di Maradona, anche quello più bolso e meno lucido.  Sì, mi piace pensare che Diego abbia ancora qualcosa da dare al calcio e vorrei che lo facesse da allenatore. La sua avventura in panchina non cessa di stuzzicarmi: solo la campagna di qualificazione ai Mondiali 2010 dell’Argentina meriterebbe un libro o un documentario a parte! A livello mediatico impazzano gli allenatori-filosofi che nobiliterebbero la disciplina con le proprie idee estetizzanti. Io mi accontenterei di un Maradona che vincesse la Coppa Libertadores alla guida dell’Argentinos Juniors, magari dopo una partitaccia strappacuore come la famosa Argentina-Perù del 2009. Al netto del gonfiore e delle rughe, il suo volto sarebbe identico a quello del 29 giugno 1986 a Città del Messico o del 17 maggio 1989 a Stoccarda. Sono davvero tanti, troppi anni che non lo vediamo più sorridere così. 

P.S.: Maradona che prende i Dorados de Sinaloa ultimi in classifica e, in tre mesi, li porta prima ai playoff e poi a sfiorare la vittoria del campionato, per me è l’impresa calcistica del 2018. Ma se vi appassionano di più i principi di gioco proattivi del Sassuolo di De Zerbi, il marketing dell’Inter in Cina o il fair play finanziario della UEFA… de gustibus.

“Ho scoperto Del Piero”. Intervista ad Alberto Facchinetti

Vittorio Scantamburlo aveva i suoi big data su agende e riusciva ad elaborarli grazie a parametri che non si basavano su un algoritmo riproducibile. Riusciva a capire chi era fatto per il calcio guardando e parlando con i ragazzi. Sembra una follia oggi.
Alcune domande ad Alberto Facchinetti, autore del libro “Ho scoperto Del Piero” (edizioni InContropiede).

Dal tuo libro viene fuori che Scantamburlo è un uomo “di mestiere”, uno che sa come si fa a riconoscere un calciatore. Ma come si fa? Lo hai capito parlando con lui?
Vittorio Scantamburlo sapeva riconoscere il talento di un giovane calciatore, questo mi sembra abbastanza chiaro: ne ha portati oltre 70 tra i professionisti (Del Piero è soltanto il nome più famoso). Capire come facesse invece è più complicato, perché credo avesse una dote innata, quello che lui definisce un “occhio buono”. Un ocio bon, per dirla in padovano. Però aveva anche sviluppato un suo metodo di ricerca semplice ma efficace.

Quali erano secondo te i ferri del mestiere di Scantamburlo?
Un’utilitaria con il pieno di benzina, un’agenda e una penna. Ha girato il Triveneto per vedere partite, anche tre in un giorno. Un tempo di qua, un tempo di là e poi di corsa in un altro campo ancora. Lista di tutti i giocatori in campo trascritta a penna sull’agenda, e segnalazione per i giocatori che lo avevano impressionato. Una ics, due ics… o tre i ics per Del Piero. Poi se era il caso tornava a visionare il ragazzo che aveva catturato il suo interesse. Il materiale raccolto veniva dunque archiviato con ordine. Non buttava via nulla.

Come un critico d’arte un osservatore deve riconoscere bravura e bellezza. Ma a differenza di un critico d’arte deve riconoscerne utilità e perfettibilità. Riconosci nel lavoro di Scantamburlo una dichiarazione del genere?
Utilità, forse no. Credo che per Scantamburlo il talento (sia quello di un attaccante che quello di un difensore) fosse solo… il talento e che questo escludesse il concetto di utile. O mettiamola così: se uno ha talento deve per forza essere utile, nel suo modo di intendere il calcio.
Ho ritrovato invece il concetto di perfettibilità. Spesso mi ha parlato di un giocatore valutato in prospettiva: “Aveva questo difetto ma sarebbe stato migliorato da un buon allenatore…” oppure “aveva un fisico (per esempio un baricentro troppo basso) che in prospettiva non avrebbe dato margine di crescita”.

Quanto è stato appassionante parlare con una persona che ha un universo di storie legate al calcio?
Molto. A parte il fatto che ha incrociato la sua carriera con quella di fenomeni giovanili come Del Piero e Robi Baggio, è stato molto bello parlare per ore con lui perché ogni parola di Vittorio era quella di un uomo onesto che ha dedicato la sua vita al calcio.

Vittorio Scantamburlo purtroppo è morto lo scorso anno. Quale traccia ha lasciato secondo te?
Non conosco così bene l’ambiente degli osservatori e di chi fa scouting. Nel Triveneto sicuramente alcuni hanno preso ispirazione da lui. Ma non era un uomo che aveva l’ambizione di fare il maestro, quindi non ha lasciato eredi in senso stretto. Il suo metodo semplice ed efficace, la sua passione forte e autentica devono però essere prese come esempio da chi oggi vuole fare questo lavoro utilizzando (giustamente) tablet, pc e software sofisticati.

Perché un libro sul Grande Torino

GTUn libro sul Grande Torino? E perché?
Questa la domanda alla prima persona a cui ho detto che io e Pietro Nardiello avevamo intenzione di curare un libro sul Grande Torino.
Cos’ è quella squadra? Per alcuni un ricordo, ad esempio per Pier Francesco Pompei, per altri uno speciale di Buffa (ero presente quando girava la puntata per Sky, gli dissi che il Filadelfia mi sembrava Pompei. Lui sorrise ma questa cosa non la disse in tv), per altri ancora immagini quasi inafferrabili su Youtube.
Però per tutti è qualcosa, e questo fa la differenza.
Chidendo a scrittori che ci piacevano tanto di scrivere il loro racconto sul Grande Torino abbiamo posto una sola condizione, che sembra più un’ispirazione: il Mito cammina con gambe forti.
Il Grande Torino è uno dei pochissimi miti sportivi italiani (altro motivo per cui fare il libro: possibile che gli anglosassoni e gli statunitensi abbiano un meraviglioso culto del mito sportivo mentre noi ce ne sbattiamo alla grande?) ed è giusto onorarlo cercando non solo le loro storie, ma anche quello che di vivo un mito del genere ci ha lasciato.
Quando si dice che qualcosa che non c’è più vive è un momento importante per tutti, per un Paese intero. IL GRANDE TORINO VIVE!

“Il tassista di Maradona” di Marco Marsullo

tassista_maradonaIl tassista di Maradona di Marco Marsullo è un libro coraggioso. Coraggioso perché è un libro di letteratura sportiva. Se parli con qualcuno del marketing in una casa editrice, sentirai ancora il concetto “target di nicchia”. Per il soggetto. Jorge Alberto González, detto Mágico, è un calciatore forse conosciuto in parte solo in Spagna, mentre in Italia è assolutamente un signor nessuno. In terzo luogo per il focus: il titolo cita il Bassissimo ma è un giochetto editoriale che Marsullo nel testo utilizza con cura, esaltando invece la carriera ma soprattutto l’essere altro del Mágico Gonzalez.
Per tutti questi motivi dovremmo seguire con grande attenzione la traiettoria del libro di Marco Marsullo, perché il suo percorso può significare molto per la letteratura sportiva italiana.

Ecco alcune domande che ho rivolto a Marsullo.

Quando e come hai conosciuto la storia del Magico Gonzalez?
Rizzoli mi aveva contattato per sondare la mia disponibilità a scrivere per loro un romanzo “sportivo”. Le mie prime idee furono due: ripercorrere la finale sciagurata del Milan contro il Liverpool in Turchia (sono assai milanista, dalla nascita) e, l’altra, di raccontare la vita di Gilles Villeneuve, mio pilota da corsa preferito di sempre, insieme a Senna. Poi un amico mi raccontò la storia del Magico, che io non conoscevo neanche. Ne fui assolutamente rapito e qualche settimana dopo ho prenotato un aereo per Cadiz: dovevo conoscere i suoi luoghi, camminare per le sue strade e parlare con le persone che lo avevano conosciuto. E ho fatto bene, è stato un viaggio speciale. Cadiz è meravigliosa, per un uomo del Sud come me.

Per un romanziere le personalità come El Magico sono stimolanti grazie al loro essere altro rispetto alla normalità oppure rischiano di essere anche troppo diverse per poter costruire un percorso narrativo coerente?
Per me è stato il primo caso, molto stimolante. È stato un calciatore, e un uomo, unico. Un guazzabuglio di contraddizioni poetiche e malinconiche. La sua storia mi è piaciuta talmente che, mentre scrivevo, faticavo a capire dove iniziavo io e finiva lui. Era il personaggio ideale per un romanzo.

Io l’ho visto anche come un libro sull’archetipo delle persone che tramontano, ovvero su tutte quelle persone (e, avendo ragione Warhol, il numero crescerà sempre di più) che hanno visto spegnersi l’occhio di bue sotto il quale hanno vissuto per un po’. Può essere letto anche in questo modo?
Certo, è un’ottima interpretazione. Volevo trasparisse netta questa sensazione, insieme a un’altra: El Mago l’occhio di bue sulla sua testa neanche lo voleva. E anche se c’era, perché uno come lui per forza di cose doveva averlo, a lui non importava un accidenti. Warhol ci sarebbe uscito pazzo, per uno come lui, gli smontava completamente la tesi sulla celebrità.

Con una scelta giusta hai abbinato, schiacciando un po’ sull’acceleratore della fantasia, Maradona e Magico. L’idea l’hai avuta nel momento iniziale del racconto o quando avevi intenzione di costruire un link con qualcosa di più noto?
L’idea è nata subito perché ho scoperto che Maradona e Jorge erano molto amici. Di quell’amicizia basata sul rispetto e l’ammirazione, non sulla conoscenza reale, intima. E poi sono così simili, l’unica differenza è che, però, Diego è un altro po’ più simile a Dio.

Mi piace molto l’idea che alcuni idoli possono nascere solo in determinate città? Cosa lega Cadice ed El Magico?
Credo li leghi la malinconica certezza del domani. Che però è un’incognita di amore e passione. In quella città non c’era angolo che non parlasse di amore. Di amore consumato dal tempo, dagli addii, dalle promesse mancate. Una città che era già un numero 10. Anche se Magico giocava con l’11. Valli a capire, i misteri dell’amore.

Far scoprire calciatori che in Italia conoscono in pochi è coraggioso, farlo con un romanzo è quasi follia. Eppure ci sei riuscito benissimo. Cosa ti dà più piacere in una scelta del genere?
Proprio questo. Sapere che qualche migliaio di persone si sia imbattuto in una storia imperdibile, che altrimenti sarebbe stata dimenticata prima di conoscerla.

Quale altro personaggio calcistico laterale ti piacerebbe raccontare?
La storia della nazionale islandese di calcio. Nei dieci anni prima degli ultimi Europei. Pura poesia. Il calcio sotto al ghiaccio.

Ed uno invece non sportivo?
Beppe Fiorello, ne sono ossessionato, ma non chiedetemi perché. Anzi, vi lascio con una provocazione: che abbia avuto, a oggi, una carriera migliore del fratello? Per me, sì.