Di spalle

Le cose migliori si fanno di spalle:
voltarsi davanti all’alba
oppure piegarsi
per toccare l’acqua del mare.

Di spalle non chiediamo di risponderci,
ma di seguirci.
Senza guardare pensiamo alle cose
quelle più vere.

Dando il culo agli altri sproniamo all’attacco,
ci spingiamo oltre il bisogno

e speriamo nell’orizzonte.

Di spalle partono tutti i nostri treni.

Balotelli il più grande giocatore degli anni ’60

Dopo averlo gustato spesso un po’ dappertutto, ho capito la particolarità di Mario Balotelli: è il più grande calciatore del passato che attualmente calca i nostri campi.
Il calciatore moderno è multiruolo, fa la doppia fase di gioco con la medesima intensità, sa sopperire tecnicamente e tatticamente agli stravolgimenti che avvengono in partita. Per Mario Balotelli tutto questo è assolutamente sconosciuto: può giocare solo da centravanti, anche se i suoi allenatori cercano di farlo giocare all’ala in un attacco 3-1, sa giocare esclusivamente con la palla nei piedi e si smarca quel poco di cui ha bisogno per ricevere la palla in movimento, per tutti i 90 minuti gioca sempre nello stesso modo e si prende cura molto relativamente degli avversari. Nonostante questo è il più grande talento italiano della nuova generazione, grazie ad un bagaglio che gli attaccanti di una volta avevano nelle loro corde: corsa, forza, potenza nel tiro, capacità di superare l’uomo in qualsiasi situazione grazie alla potenza fisica, buona rapacità in area di rigore.
Messo su una bilancia, Balotelli dove pesa di più, sul piatto dell’instabilità tattica o su quello del talento potenziale? Credo che sia una questione di ruolo. Farlo giocare all’ala o come attaccante di movimento dietro la prima punta è assolutamente inutile e controproducente, pensarlo invece come centravanti unico in mezzo all’area di rigore avversaria porterebbe vantaggi alla squadra e al giocatore. Purtroppo né Mancini né Prandelli sono d’accordo.

La sfida filosofica di Mourinho

Mourinho non è un allenatore, una persona come le altre, soprattutto come quelle che in televisione vediamo dal dì alla sera. Sa capire cosa sta facendo, senza l’obbligo di dimostrare di essere Mourinho, quello che la domenica sbraccia davanti alla sua panchina. Riesce a comprendere l’ambiente in cui si trova, le situazioni che deve affrontare e a soppesare la gente che gravita nel suo mondo, predisponendo se stesso e incanalando gli altri verso quello che lui vuole. Una capacità magnetica che hanno avuto pochi e che oggi sembra latitare nello scintillio della pochezza mediatica da cui prendiamo i riferimenti. Ho seguito per una settimana intera Mourinho nel suo nuovo regno madridista e tutto quello che ho premesso mi è apparso con grande evidenza. A Milano doveva essere il capopopolo, il ribelle con lo scettro in mano, un signore che doveva far splendere sempre di più una squadra di battuti, nonostante vincesse da alcuni anni anche con Mancini. Per essere vincente all’Inter serviva solo vincere tutto e ci è riuscito facendosi amare alla follia. A Madrid invece Mourinho è l’espressione del potere, non è più un principe in cerca di nuovi possedimenti ma il re che da sempre domina lande sconfinate in Europa e nel mondo. Da re non può più fare crociate improvvisate, non fa salire nessuno al suo livello per lo scontro quotidiano a cui eravamo abituati, non concede alibi che non siano aristocratici (la pochezza del gioco non ha creato polemica ma è stata scusata, con gentilezza e tatto, dall’intenso inizio di campionato dopo la preparazione). All’Inter Mourinho non aveva nemici fissi ma solo comprimari, da denigrare per far accelerare nei loro confronti l’odio del proprio esercito. Ranieri è odiato dagli juventini perché gli ha lasciato troppo spazio di manovra dialettica, Mancini non esiste più per gli interisti dopo alcune parole poco nostalgiche del portoghese, Ancellotti se ne è andato, con i milanisti che hanno pianto appena cinque minuti. Nessuno reggeva la personalità di Mourinho e in Italia chi dimostra debolezza è messo da parte. A Madrid invece ha un nemico, quasi unico, che non s’incarna in una persona (non è Guardiola, che è troppo amato, per cui una guerra contro di lui creerebbe solo ricompattamento ancora più forte delle fila invece dello sfilacciamento juventino e milanista), ma in un universo che deve cercare di debellare dalle fondamenta, dal valore dell’estetica nel calcio a favore della concretezza. Le interviste che ho letto vanno proprio in quella direzione: il Real vince nella storia e nel futuro perché sa cosa vuol dire giocare al pallone, il Barcellona ha vinto molto meno perché pensa che il calcio sia una disciplina sottoposta alla votazione di una giuria di tecnici. Mourinho è pronto per la sua nuova avventura che non sarà più a base di scontri verbali e tirate contro i singoli. La sua sfida da questo momento è filosofica: dimostrare che nel calcio la bellezza è nella vittoria, senza cedimenti fascinosi a niente altro.