RECENSIONE DI “VINCERE A ROMA” DI SYLVAIN COHER

Non se ne parla tanto, forse in questo periodo olimpico un po’ di più, ma in Italia, a Roma nel 1960, c’è stata la più grande impresa sportiva mai compiuta. Un uomo, nudo, perché la canottiera e il pantaloncino erano membrane quasi inesistenti e non riuscivano in fondo a nascondere un corpo che era lì, in offerta, al sacro fuoco della corsa e dello sport. Abebe Bikila a piedi nudi vince la Maratona di Roma 1960, la gara.
Sylvain Coher in questo libro è perfetto. Perché non racconta un fatto, non descrive un evento, anche se, come scrivevo molto probabilmente il più epocale della storia dello sport, ma tratteggia uno spirito, che è uno spirito dei tempi che si stavano vivendo ma anche uno spirito lontanissimo nello spazio e nei millenni, una voce, una Piccola Voce che accompagna Abebe passo per passo, come un processione dell’Africa e per l’Africa verso un mondo nuovo. Al “Veni, Vidi, Vici”, con cui abbiamo invaso la sua terra, Bikila risponde con la Seconda lettera a Timoteo di San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia. Ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”.
Nando Martellini ha gridato tre volte al cielo di Madrid “Campioni del mondo!”, ma in quella serata romana, ha anche detto: “Ha la maglia verde. È il numero 11. È un uomo dal passo di pantera!”.

Addio ai calciatori coast-to-coast

toureSiamo nel calcio delle specializzazioni tattiche e tecniche e si perdono ormai delle funzioni calcistiche che hanno fatto la storia del calcio.
Una tipologia di calciatore scomparso (diciamo in via di sparizione con Gerrard e in parte De Rossi ancora vegeti) è il calciatore coast-to-coast, quello che sa difendere e addirittura marcare l’uomo e nella stessa partita si inserisce come una mezzala e rifinisce come una mezzapunta.
Non ci sono all’orizzonte i Neeskens e i Tardelli non solo perché non ci sono calciatori di quel calibro ma perché è inutile oggi un calciatore del genere, non se ne capisce l’utilità e il ruolo all’interno della squadra.
Forse l’unico rimasto è Yaya Touré (poi si chiedono perché prende così tanto di stipendio) e non è un caso che viene dall’Africa un calciatore che fa della sensazione e non solo della funzionalità una sua arma importante.
Chissà se vedremo mai più un altro di calciatore coast-to-coast?