ALL’ULTIMO RESPIRO. STORIE DI MIRACOLI IN ZONA CESARINI. INTERVISTA A SERGIO TACCONE

Ti crea più dolore subire un gol all’ultimo minuto o felicità vederne segnare uno dalla tua squadra?


Più gioia, non c’è dubbio. Ma sono le due facce della stessa medaglia: felicità e dolore. Una rete nel finale della tua squadra del cuore libera nella tua mente tante energie positive. Dopo un gol di Vinicio Verza, in un derby milanese del 1985, per la gioia lessi tutto il Don Chisciotte, ovviamente in una versione adattata per la scuola media. Non avevo ancora compiuto tredici anni.

Qual è per te il più “cesarinesco” dei gol in zona Cesarini. Devi sceglierne uno.


È un autogol: quello propiziato da Maurizio Ganz nel maggio 1999, a San Siro, in un Milan-Sampdoria conclusosi 3-2. Quando il sogno scudetto rossonero sembrava ormai svanito quella deviazione del difensore blucerchiato Castellini rimise in corsa il Milan che alla penultima giornata riuscì ad effettuare il sorpasso sulla Lazio e vincere il titolo.

Tu racconti spesso il calcio tra la fine degli anni ’70 e inizio ’80. Tre cose che aveva quel calcio che adesso non trovi.


L’emozione delle partite giocate in simultanea che aumentava l’adrenalina. Gli spazi per il racconto erano molto più ampi di oggi. Ci sono pezzi di partite degli anni ‘70 e ‘80 che sono delle vere e proprie perle di giornalismo e narrazione. Sono molto legato alle annate del Guerin Sportivo tra il 1978 e il 1987: numeri meravigliosi con veri fuoriclasse del giornalismo. Oggi la tv ha fagocitato quasi tutto anche se restano delle oasi per raccontare le “storie di cuoio” in un certo modo. Una di queste è la pagina sportiva del quotidiano Avvenire. La terza cosa che aveva il calcio degli anni ’70 – inizio ’80 è la presenza di grandi campioni e con un tasso tecnico generale più elevato. Ne cito tre su tutti: Rivera, Platini e Maradona, il più grande.

Tre cose di bello che invece ha il calcio di oggi ha rispetto a quello ’70-‘80


La possibilità di avere con estrema facilità informazioni, pur con i rischi del caso. Vedasi il fenomeno delle fake news e del sensazionalismo che oggi è molto più diffuso di ieri. Le opportunità sono più ampie, prendiamo quella che un tempo era la Coppa dei Campioni: oggi partecipano anche squadre che negli anni ‘70 e ‘80 avrebbero fatto la Coppa Uefa che era una signora competizione. La terza cosa bella rimanda al passato: la possibilità di avere a portata di clic un archivio sconfinato di immagini e video. Cose impensabili in passato.

Ami tanto anche il calcio di provincia. C’è un eroe del tuo territorio che pochi conoscono. Cosa lo ha contraddistinto?


Nei miei racconti del futbol di provincia, che dieci anni fa ho raggruppato in un libro, parlo spesso di Antonio Giuliano, siciliano della provincia di Siracusa come me. Uno che avrebbe potuto fare il grande salto. A metà degli anni ‘80 lo cercarono anche un paio di società di serie A. Ha preferito lasciare il calcio per avere più tempo libero. Aveva classe e grandi potenzialità. Soriano lo avrebbe inserito nel ristretto gruppo di calciatori che creano un nuovo spazio dove non avrebbe dovuto esserci spazio. I poeti del gioco.

Su quale personaggio dello sport scriveresti un libro?

Su Rob Rensenbrink. Mi interessa il tema della “gloria sfiorata”, dei secondi che sono arrivati ad un passo dall’obiettivo senza afferrarlo e che rischiano di finire nell’oblio. Nel caso dell’olandese questa distanza misurò pochissimi centimetri. Quel palo nella zona Cesarini della finale mondiale ’78 marcò la differenza tra l’apoteosi e la delusione. 

Quali sono per te i tre libri di letteratura sportiva da leggere a tutti i costi?


“Ribelli, sognatori e fuggitivi” di Osvaldo Soriano, “Splendori e miserie del gioco del calcio” di Eduardo Galeano e uno recentissimo: “1899 Milan le storie” del quartetto Cervi, Ansani, Sacco, Sanfilippo. Ma l’elenco dei libri imprescindibili è molto lungo e non comprende solo il calcio.

UN ANNO, UNA CITTÀ, UNA SQUADRA: NAPOLI, GENNAIO 1990

Il 1990 a Napoli non è un anno normale (ma c’è un anno normale a Napoli?). E non solo perché la squadra della città vincerà il suo secondo scudetto e ci saranno alcune delle partite più importanti dei Campionati mondiali di calcio che si svolgono in Italia. La società, le arti, la politica, il pensiero del futuro toccheranno Napoli in quest’anno benedetto o maledetto, proprio per questo unico.
Ma se accadranno tante cose nuove, l’inizio di tutto è come sempre vecchio, ignobile e stupido, perché bisogna contare i feriti ma soprattutto i morti di quella guerra giocosa che è il Capodanno (a tirare su gli animi Mario De Luise. L’1 gennaio si lancia ancora una volta nelle acque di Marechiaro). L’evento più drammatico (150 persone colpite, roba da Caporetto) è accaduto a Forio d’Ischia. Tre bambini hanno messo insieme tanti petardi inesplosi in un contenitore di plastica, vi hanno dato fuoco e l’esplosione è stata tremenda. Nello Capuano, 11 anni, muore all’istante travolto dalle schegge, Giovanni Luongo, 12 anni, quasi perde la vista.


Da un punto di vista calcistico sembra un mese degli anni 2000. Si gioca tantissimo perché c’è un pezzo della Coppa Italia da portare avanti insieme alla Serie A. L’ultima giornata del 1989 per il Napoli è stato un campanello d’allarme pericoloso, perché c’è stata la prima sconfitta della capolista contro la Lazio. In realtà gli addetti ai lavori non riuscivano a capire come e perché il Napoli fosse al comando, con il suo uomo più importante, Diego Armando Maradona, che lì non ci voleva più stare. Tornato dalle ferie estive con quasi 50 giorni di ritardo, esordisce visibilmente ingrassato alla quinta contro la Fiorentina e poi continua ad andare su e giù. Una domenica domina l’Inter campione in carica, l’altra si sveglia appena in tempo per partire con la squadra dopo una settimana senza allenamenti. Un comportamento completamente folle. Il calcio italiano però non pensa solo al Maradona schizofrenico di quel periodo, ma soprattutto allo scampato pericolo per Lionello Manfredonia, in arresto cardiaco durante Bologna-Roma di fine anno. Come si dice in questi casi, “il calcio s’interroga” se sui campi c’è tutto quello che deve esserci per evitare gravi conseguenze. A Napoli si risponde che ci sono speciali ambulanze, nelle quali i medici possono intervenire durante il trasporto in ospedale. Sotto la supervisione del cardiologo Prof. Federico Gentile, al S. Paolo lavora ogni domenica un’équipe di specialisti.

La situazione politica italiana sembra ancora stabile, con il CAF a dominare all’interno della logica del pentapartito, anche se Forlani ha perso punti e poltrone rispetto a Craxi e Andreotti. Un caso molto spinoso che mette in leggera crisi il CAF e l’intero sistema politico riguarda proprio Napoli in quel mese dell’anno. In sintesi: nello svolgimento delle elezioni politiche del 1987 sono stati scoperti degli evidenti brogli (schede bruciate, preferenze manipolate, verbali truccati e altro ancora) in alcune circoscrizioni del casertano e del napoletano. Tutto è stato denunciato dal deputato Giancarlo Salvoldi dei Verdi. Ad inizio mese la giunta delle elezioni, con 12 voti contrari e 12 favorevoli decide che il caso non sussiste, non ci sono prove, scioccando l’intera opposizione, nonché buona parte dell’opinione pubblica. In questo modo si rimandava tutto al Parlamento dove, senza ombra di dubbio, la maggioranza si sarebbe ancora una volta stretta a riccio intorno al proprio potere, rigettando tutto. Era una cosa che accadeva da sempre, di cose strane ne sono pieni gli archivi parlamentari, ma inizia ad esserci qualcosa di diverso. Non solo i politici della minoranza e gli intellettuali non schierati con la DC e il PSI urlano ai brogli, ma è la maggior parte della gente (termine che entra nel vocabolario politico in questo periodo per poi dominare con il berlusconismo) che inizia a sentirsi “schifata” (termine che a Napoli in quei giorni un testimone diretto mi ha detto che era sulla bocca di tutti). Quello schifo poi diventerà terra fertile per qualcosa ancora di là da venire (il 10 gennaio 1990, su Repubblica, Giampaolo Pansa scrive un pezzo dal titolo “I mercanti nel tempio”, parlando de “i malloppieri dei partiti accatastano con ingordigia, tangente dopo tangente”. Ormai ci siamo).

Se si va a vedere quali sono le sezioni dei brogli poi, l’elemento puramente geografico ci dice ancora un’altra cosa. Ad essere inquinate erano l’area del casertano che va verso il Tirreno e Napoli Nord. Da una parte scopriremo solo anni dopo l’esistenza dei Casalesi (il 16 gennaio viene scoperto il corpo fatto a pezzi di Diallo Mamadov Talibé, uno dei cinquemila immigrati concentrati fra Castelvolturno e Lago Patria così ben sfruttati e così barbaramente uccisi dalla camorra locale), mentre nell’altra si sta concretizzando a suon di miliardi il dominio di Paolo Di Lauro e l’Alleanza di Secondigliano. Camorra e politica facevano quello che volevano. Insieme.
Sempre in quell’articolo citato, Pansa scrive: “Siamo alla polimafia, centauro di mafia e politica, versione criminale del Grande Trucco Elettorale, mutazione genetica di un partitismo ormai talmente innestato sul potere mafioso da non esserne più distinguibile”.  

Il teatro napoletano negli anni ’80 è stato straordinario (Eduardo è morto nel 1984, bisognava camminare da soli). In città hanno lavorato gente come Mario Martone, Enzo Moscato, Annibale Ruccello, Manlio Santanelli e il 1990 si apre con una pièce attesa, “L’ispettore generale” di Gogol, messa in scena da Roberto Guicciardini, fiorentino, ma con l’attore principale napoletano, Geppy Gleijeses, che tutti conoscono per i ruoli affidatigli da Luciano de Crescenzo nei due film di Bellavista.
Da un punto di vista culturale però, la cosa più importante in quel momento a Napoli è la visita con conferenza di Hans Georg Gadamer presso l’Università Federico II, dove riceverà anche la cittadinanza onoraria. Scrive di suo pugno un testo a dir poco profetico. Ci sono frasi del tipo: “La natura non può più essere vista come un mero oggetto di sfruttamento, essa deve essere esperita, in tutte le sue forme, come un partner, e questo vuol dire che essa deve essere compresa come l’ altro, insieme al quale viviamo”, oppure “Che si possa dar ragione all’ altro, che si debba aver torto rispetto a noi stessi ed ai nostri propri interessi, non è facilmente comprensibile ed accettabile. Noi dobbiamo imparare a rispettare l’ altro, ed a considerarlo. Questo implica che dobbiamo imparare ad avere torto”. Sono orizzonti che allora pochi uomini potevano intravedere, mentre adesso sono dei pantani in cui non riusciamo a muoverci.

Prof. Hans-Georg Gadamer in seinem Heidelberger Arbeitszimmer Bild: Philipp Rothe, 01.11.1999

Intanto il Napoli riprende noiosamente a giocare, vincendo. Contro l’Ascoli il 7 gennaio grazie ad un gol di Carnevale e il 10 gennaio in Coppa Italia contro il Bologna, per 2-0 con gol di Francini e Alemao. La partita di Udine del 14 gennaio però non è affatto noiosa. Segna subito De Vitis che segnava sempre contro il Napoli, all’86’ raddoppia Luca Mattei e la sconfitta sembra ovvia, insieme al tramonto tanto atteso di una squadra attaccata con lo scotch ogni domenica. Invece Maradona tocca di fino per Zola, atterrato da Oddi, segnando il successivo rigore e a tempo praticamente scaduto, scherza un difensore in fascia e crossa, al centro dell’area Zola stacca che nemmeno Cascarino (il vero sport preferito da Zola è il basket), Abate non trattiene e Corradini pareggia. A fine gara si capisce che quella è una squadra con un destino. Il giorno dopo sul Mattino Giuseppe Pacileo da 3,5 in pagella a Maradona. Forse per ribadire ancora una volta tutto quello che poteva essere e non era perché pensava ad altro. Ma la partita l’ha risolta lui.

Prima scrivevamo di geografia camorristica che cambiava. Un altro indizio è evidente il 13 gennaio, quando viene arrestato il temutissimo boss di Ponticelli, Andrea Andreotti, detto “O’ cappotto”, nel quartiere di Poggioreale, mentre era a bordo di una Fiat Uno guidata dal suo consigliere, Vincenzo Avolio, considerato l’eminenza grigia del clan. In quel momento e in quella zona c’era una guerra fra la famiglia Andreotti e quella dei Sarno, che aveva portato pochi mesi prima alla strage del bar Sayonara, quando morirono sei persone, anche se soltanto due facevano parte del clan Andreotti. Le altre quattro vittime erano innocenti, uccise per errore da killer sotto l’effetto di droga e che non conoscevano i volti della loro missione di morte. Queste guerre intestine in zone molto forti negli anni ’80, spostano l’asse verso altre zone più “tranquille”.


Il campionato potevano vincerlo in tante squadre (davvero? Incredibile!) Napoli, Milan, Inter, Sampdoria e Roma. Per questo motivo il pareggio di Udine fu fondamentale, così come la vittoria del 17 gennaio contro il Cesena con gol di Crippa. La partita contro il Verona del 21 gennaio era molto importante per tenere dietro tutti e Maradona, quando c’era da giocare sul serio si dava da fare. Al 16’ dopo un assist in rovesciata che oggi vedremmo per due mesi di fila senza interruzioni su tutte le tv nazionali e non, lascia tirare una punizione da destra a Baroni. Doppia deviazione e vantaggio azzurro. Poi al 43’ viene lanciato da Crippa, a tutta velocità controlla, dribbla il portiere e appoggia in porta dolcemente. Succede tutto in una trentina di centimetri (roba che oggi qualcuno gli porta il Pallone d’oro incastonato di diamanti fino nel garage di casa).

Il 19 alla Tenda Partenope meraviglioso concerto dei Litfiba in un momento di grazia totale. A fine anno uscirà “El diablo”, bella botta per il rock italiano. I ragazzi a Napoli proprio quel giorno stavano vivendo un periodo entusiasmante. Non solo per il rock che arrivava in città, ma perché proprio il 19 gennaio arrivò anche la Pantera (occupazione della facoltà di Scienze Politiche all’Università Federico II), la protesta studentesca contro la riforma del ministro socialista dell’Università e della Ricerca scientifica e tecnologica Antonio Ruberti. Della Pantera si sta ricominciando a parlare dopo anni di silenzio e segnalo il bell’articolo di Daniele Vicari su “L’Espresso” del 1° dicembre 2019. Napoli fu un centro nevralgico della rivolta perché a breve furono occupate anche Sociologia e Scienze Geologiche e il 22 gennaio centinaia di studenti manifestarono al Secondo Policlinico dove era in programma un convegno al quale avrebbe dovuto partecipare il ministro per l’Università Ruberti. Alcuni ragazzi interruppero il ministro della Sanità De Lorenzo, criticando aspramente l’assenza di Ruberti che si era sottratto al confronto con gli studenti.

Poi il 24 e il 28 gennaio si gioca due volte contro la Fiorentina, la prima in Coppa Italia a Perugia, la seconda a Firenze per il campionato. Nella partita di Coppa in uno scontro con Ferrara, Dertycia si lesiona il legamento crociato anteriore del ginocchio destro e praticamente termina la sua parabola ascendente nel calcio che conta. Segna Dunga con una bordata all’incrocio dei pali e pareggia Maradona, resistendo a Iachini che lo scalcia alle spalle, per poi tirare un tiro secco e preciso all’angolo sinistro del portiere. Quella del 28 risulterà determinante per il cammino scudetto. La Fiesole non c’è per protesta contro la società. Il Napoli vince con una volée spettacolare di Luca Fusi, un calciatore che non vedevi mai ma che c’era sempre. Questa vittoria darà nuova spinta alla squadra che inizierà a crescere anche per un motivo che vi dirò solo il prossimo mese J

Ah dimenticavo, ovviamente c’è ancora la questione Terremoto. Dieci anni erano passati ma tutto sembrava ancora fermo. Solo la corruzione galoppava. Tanti esponenti del PCI continuavano a dire che il terremoto aveva rappresentato per la camorra un affare incredibile, anche più del traffico di droga. Negli ultimi giorni del mese la commissione parlamentare tornava ancora una volta a Napoli per controllare e valutare l’utilizzo dei soldi. Un esempio semplice dello sperpero e l’utilizzo malvagio di tutti quei soldi è il raddoppio della Circumvesuviana, originariamente previsto in galleria, diventato all’improvviso un viadotto sopraelevato con un costo tre volte superiore a quanto preventivato (oggi si conosce benissimo come le mafie sfruttavano le varianti d’opera per prendere gli appalti con la migliore offerta e poi ricavarci molto di più). In quel periodo si stanziavano soldi addirittura senza appalto e senza la copertura finanziaria già dichiarata. Era un buco enorme e doloroso che si continuava a scavare senza limiti.

SPECIALE 2000 : TERREMOTO IN IRPINIA

L’ultimo giorno del mese ancora il Napoli, sempre in Coppa Italia, questa volta contro il Milan e non è stata e non sarà una sfida qualsiasi. Gioca quasi esclusivamente il Milan, ma la parata più difficile deve farla Giovanni Galli. Termina 0-0 e per adesso è tutto.

DA BRUNO CONTI A CICCIO GRAZIANI – SEI GOL DI SEPARAZIONE

Il gol di Bruno Conti contro il Perù è un po’ buttato lì, fra quello che era successo prima e durante e quello che succederà dopo. Invece è un gol favoloso, da rivedere e rivedere ancora. Come si accompagna il pallone sul destro è una carezza non prevista e per questo più dolce.

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L’arbitro del secondo match azzurro a Spagna ’82 è il tedesco occidentale Walter Eschweiler, uno dei migliori fischietti del periodo, che ha arbitrato alcune delle partite più importanti fra fine anni ’70 e inizio ’80. Tra le altre una indimenticabile finale di Coppa delle Coppe fra Barcellona e Standard Liegi al Camp Nou. Nonostante il fattore campo i blaugrana soffrono la squadra moderna messa in campo da Raymond Goethals. Solo grazie ad una delle partite migliori giocate da Allan Simonsen nella sua carriera, riuscirà a vincere. Il danese segnerà anche il gol del pari dopo il vantaggio di Guy Vandersmissen. Il gol vittoria lo metterà in porta Quini.

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Simonsen è la stella della Danimarca in quel periodo, dando il benvenuto in Nazionale ai Laudrup ed Elkjær Larsen per la Danish Dynamite. L’ultimo gol in Nazionale per il Pallone d’oro 1977 è del 1983, ad Atene contro la Grecia. Non è un gol qualsiasi, è lo 0-2 definitivo che qualifica la Danimarca per Francia 1984 (competizione in cui Simonsen arriva in grande forma ma durante la prima partita contro la Francia si frattura la tibia), eliminando l’Inghilterra. Senza quel gol non ci sarebbe stata poi la generazione “dinamitarda” che arriverà fino in Svezia nel 1992.

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Bella quella Danimarca, meno la Grecia, anche se epico è il suo centravanti, Nikolaos Anastopoulos, dannazione dei tifosi avellinesi nel 1987-88. Non segna mai con la maglia dei Lupi, ma gioca bene la prima di campionato contro il Torino e tutti nutrono speranze presto infondate. Lui non segna, ma fa di tutto per mandare in gol i suoi due compagni di squadra, Walter Schachner (pareggio sempre austriaco con Toni Polster) e Alessandro Bertoni, autore del 2-1 finale su punizione.

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Bertoni aveva era abituato ai gol all’esordio. Successe anche alla prima della serie A 1982-83, quando realizzò il gol del 4-0 ai danni del Catanzaro di Mister Bruno Pace. Ad aprire le marcature di quella partita, a due mesi dall’infortunio alla spalla che lo fa uscire dalla finale mondiale contro la Germania Ovest, è Ciccio Graziani, che offre anche l’assist per Alessandro Bertoni, dopo che ha assistito anche l’altro Bertoni, Daniel.

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Ciccio arriva titolare al Bernabeu per le grandi annate col Torino, l’infortunio di Bettega e le buone prove appena ha indossato la maglia azzurra. Il primo gol di Graziani con l’Italia non può che essere siglato al Comunale di Torino, il 7-4-1976, in amichevole contro il Portogallo.

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INTERVISTA A GIORGIO TERRUZZI SU “SUITE 200. L’ULTIMA NOTTE DI AYRTON SENNA”

Quanto e come Senna ha cambiato la Formula 1?


Credo non esista un momento preciso. E non so nemmeno se abbia cambiato la “Formula 1”, se escludiamo cosa accadde dopo quell’incidente del 1° maggio. Senna piuttosto ha raccontato la propria storia che è anomala e particolarmente preziosa perché abbina talento e anima. Un campione e una persona fuori dal comune. Quando accade così, tutto cambia. Un personaggio lontano si avvicina a ciascuno di noi e lascia una traccia intima che non scompare. Tanto è vero che di Senna stiamo parlando ancora adesso.

Nel tuo libro racconti anche la storia di un borghese grande grande, per la sua capacità di andare oltre quello che era già stabilito dalla famiglia. Questa forza ribelle come si dimostrava?

Non parlerei di ribellione. Senna ha mantenuto sempre rapporti strettissimi con la propria famiglia. Soltanto negli ultimi mesi della sua vita ha avuto a che fare con un nodo rilevante. Un amore che la famiglia disapprovava. E questo ha generato un dolore doppio, se possibile. C’era stato un altro momento di attrito quando il padre, dopo la prima stagione in Inghilterra di Ayrton, avrebbe voluto trattenerlo in Brasile per farlo lavorare nell’impresa di famiglia. Ma fu evidente a tutti che la passione e il talento di Ayrton avevano una priorità.

Un po’ come per Maradona, Federer, Phelps, cosa voleva dire guardare Senna in pista?


Stato di grazia e classe; ferocia agonistica e sensibilità. Soprattutto dedizione al lavoro. Senna era un monaco da pista. Un autentico buon esempio. Era ossessionato dalla necessità di offrire alta qualità, di restituire in termini di prestazione ciò che aveva ricevuto in dono dal destino.

Senna è diverso dal passato, ma anche dal futuro. Lo è per stile, storia o vicende vissute in F1?


Lo è per qualità umane. Una persona pubblica sempre capace di esporsi e di manifestare i propri sentimenti. Credo che sia questo il punto nodale. Tanto è vero che Senna è ricordato da tante persone non necessariamente appassionate di corse. È ricordato come una persona capace di sentire, di badare all’altro, a chi resta più indietro. E di manifestare questa necessità.

Molto bella l’idea narrativa di raccontare l’ultima notte di Senna. Avevi pensato anche ad altri inneschi narrativi per raccontare una fine improvvisa?


No, è accaduto tornando con la memoria a quei giorni, a quella fase così importante della vita di Ayrton. Così ho immaginato qualcosa che riguarda ciascuno di noi: una notte, un momento di riflessione profonda al cospetto di una serie di scelte e di criticità. Che poi fosse l’ultima notte è una circostanza decisiva perché trasforma un eroe umanissimo in una figura tragica. Dunque mi sembrava una occasione narrativa molto particolare e densa. Decisi di andare dove Senna aveva trascorso le sue ultime ore, di restare una notte in quella stanza, di incontrare le persone che gli furono vicine e quindi pensai che il libro avrebbe potuto nascere da quel contesto così particolare. Un uomo dotato di spiritualità, di capacità introspettive particolari, alle prese con se stesso in un ambiente ridotto e in un tempo ridotto.

Leggendo il tuo libro, mi veniva in mente la parola dolcezza. È il sentimento che emerge prima fra tutti quando pensi a Senna?


Dolcezza, tenerezza. La sua immagine è rimasta quella di allora. E di fronte a quell’immagine trovo anche la mia giovinezza, i sentimenti che riguardano molte persone. Ayrton mi commuove sempre. Nella sua immagine c’è un tempo perduto ma anche una istigazione a fare bene, meglio, nel presente. Per molti versi è una questione etica.

Su quale altro sportivo scriveresti un libro?


Ho scritto libri su Achille Varzi, su Alberto Ascari, su Valentino Rossi, un romanzo ispirato da alcuni ragazzi che ho incontrato nel Rugby Milano. Mi hanno interessato Muhammad Ali come Fausto Coppi, come Marco Pantani, come Maradona. Dove c’è una storia c’è dell’oro. Ma c’è oro anche nelle storie di persone non note. Vedremo.

Quali sono per te i 3 libri di letteratura sportiva da leggere a tutti i costi?


Prima di leggere libri di letteratura sportiva serve leggere. Leggere, leggere, leggere. Soprattutto se ti interessa scrivere. Poi, la scelta dei volumi è sempre un fatto personale, segue un gusto individuale.

In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

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