LA PARTITA. INTERVISTA A PIERO TRELLINI

Piero, hai azzeccato prima di tutto il titolo. Nonostante sia solo “una” partita durante quel cammino mondiale, quella è “La” partita per una generazione, oltre che per un gruppo di calciatori. Cosa c’è per te dentro quel titolo?

C’è l’unica partita possibile. Ma è una visione assolutamente personale. Di chi segue la realtà, la storia e, in questo caso, il calcio con approcci assolutamente soggettivi e quindi discutibili. È un’assolutezza relativa. Ma il merito di quella scelta va spartito. Perché quel titolo per me racconta un’altra storia di circolarità. Quando finii il libro scrissi una lettera a Giovanni Francesio, l’attuale responsabile della narrativa di Mondadori, che diceva pressappoco: “Se mai La partita avrà un editore, probabilmente tu saresti l’unico possibile”. Poi accaddero altri fatti e non la spedii. In seguito quel titolo è cambiato più volte. Finché poi il libro è finito proprio nelle mani di Francesio, persona meravigliosa, che, senza sapere la storia, ha proposto il titolo “La partita”. Il destino non esiste ma è bello vedere il caso cosa riesce a combinare. A volte è in grado di muoversi perfettamente, come su una partitura. Quel titolo e quell’editor c’erano già prima ancora di esistere.

“La partita” è un’opera a strati e linee incrociate. Hai scelto questa struttura per un motivo di accumulo documentale da sviluppare o tutto era nato già secondo questa idea strutturale?

Avevo notato che quei novanta minuti conducevano sempre a punti fermi, senza particolari variazioni sul tema. Sapevo che la partita del Sarrià era già una storia perfetta e io non avevo alcuna intenzione di stravolgerla, semplicemente volevo raccontarla a modo mio. Tra gli elementi della partita ce ne erano molti che ai miei occhi apparivano affascinanti. A volte erano semplici istanti, apparentemente insignificanti ma mi sembrava fossero stati fin dal principio trascurati. E ho sentito il bisogno di dilatarli. Ciò che più mi premeva, però, era ricostruire le vicende nascoste dietro ciascun aspetto, anche inanimato, per ricercarne non tanto le cause quanto le origini. Per poterci riuscire lucidamente ho fissato due parametri: lo spazio e il tempo. Il primo mi ha aiutato a capire quali fossero gli elementi (il prato, un pallone, due squadre, un arbitro, dei tecnici; intorno a loro cartelloni pubblicitari, fotografi, cameraman, giornalisti, personalità, etc. ), il secondo da dove questi provenissero. Ho quindi accumulato materiali che ho poi organizzato per livelli (umano, politico, sportivo, giornalistico, tecnico, filosofico, scientifico, sociologico, etc.), in seguito ho creato mappe e ho iniziato a incrociare i dati. Naturalmente ho battuto molte strade e montato più volte le singole storie. Finché, per compensare la complessità data dal numero delle storie, ho rinunciato a una versione caleidoscopica in favore di una impostazione più rettilinea, ordinata secondo una logica temporalmente lineare all’interno della quale i singoli filoni narrativi sono tra loro alternati.

Sottintendi spesso che quella partita e l’universo che gli gira intorno cambiano il calcio e lo sport in generale. Perché pensi che quell’evento scateni effetti così potenti? E qual è l’effetto che ancora oggi perdura con forza?

Italia-Brasile non fu il giorno in cui il calcio è morto, come disse Zico in seguito, ma quello in cui scomparve una certa ingenuità Non fu solo un cambiamento tattico, ma anche una trasformazione nei valori. La partita è anche ciò che esiste attorno ad essa: la politica, gli affari, il marketing, gli sponsor. Nel giro di poco tutte le stelle di quella partita (Zico, Socrates, Cerezo, Junior) e di quel Mundial, (Maradona, Rumenigge, Boniek e Platini) si precipitarono a giocare in Italia trasformando il nostro campionato nel più bello del mondo. Ma così cambiò tutto. Il calcio perse, se non la sua innocenza, che forse non aveva mai avuto, la sua spontaneità. E si trasformò in spettacolo, business, maniera in nome delle tre esse: stelle, schemi e sponsor. Le partite vennero dilatate, i numeri di maglia esplosi, i muscoli dei giocatori gonfiati e i cori preconfezionati.

Il libro è anche un’antologia di grandi personaggi e le loro storie. C’è qualcuno che è rimasto fuori dal grande discorso su Italia-Brasile ’82?

I personaggi sono già frutto di scelte arbitrarie. Se, ad esempio, tra i giornalisti italiani parlo prevalentemente di Brera, Soldati, Arpino, Del Buono, Cancogni, Sconcerti, Pastorin e Cucci scelgo di non parlare di altri. Pertanto molti, in nome di questa arbitrarietà, sono rimasti fuori. Io ho provato ad essere esaustivo nella scelta dei mondi da rappresentare: il calcio, il business, il potere, la stampa, la politica, etc. creando poi dei sottoinsiemi. Ma nel vaglio degli elementi primari, uomini e cose, ho dovuto fare una selezione. Il risultato di questa poi è stato saggiamente falciato dalle varie sessioni di editing, pertanto alcuni filoni, molte vicende e numerosi personaggi sono scomparsi dalla storia finale. Ma può essere che un giorno torneranno in vita.

A fine libro scrivi che tutto nasce anche da una mania, nata per l’emozione che ti ha dato quel match. Questa mania ti ha fatto accumulare informazioni e cose che la riguardavano. Dopo questo libro, la mania si è almeno in parte placata oppure c’è sempre qualcos’altro da sapere e far conoscere?

Se per mania intendiamo idea ossessiva, la partita non è l’unica che ho avuto nella testa in questi anni. A livello di eventi eclatanti, come molti della mia generazione sono naturalmente rimasto impressionato dalla vicenda di Moro, dal crollo del muro di Berlino o dall’11 settembre. Ma anche, in generale, dalle guerre persiane, dalle persecuzioni di Salem, dal tardo Medioevo, da Reagan e Gobiaciov, da Woodstock, da Pollock, da Masaccio, da Kafka, da Fitzgerald, da “2001” di Kubrick o “Vertigo” di Hitchcock e da molti altri. Poi ci sono tante storie infinitamente piccole. Mi interessano soprattutto i momenti di svolta, in particolar modo quelli impercettibili, spesso casuali. L’ossessività per me è un approccio. Ti porta a non essere sazio, a chiederti “i perché dei perché”. A scoprire cose forse inutili come il numero di matricola dell’orologio Seiko di Klein o la marca che lega il percorso della palla dal piede di Cerezo a quello di Rossi nel gol del 2-1. È un approccio estremo, totalizzante, teso all’onniscienza ma sempre umanamente arbitrario. Pertanto difettoso. Scrivere però aiuta a placarla. L’area ridotta di un libro impone un limite di spazio, nel contenuto, e di tempo, nella scadenza, che obbliga a chiudere l’impresa. Ad abbandonarla. Resta sempre qualcosa nella testa e quindi, rispondendo, c’è sempre altro da voler raccontare, ma, fortunatamente, se si entra nell’assemblaggio di una ossessione successiva, il gesto spasmodico, per quanto continui a esistere, in parte si rasserena.

Su quale personaggio di Italia-Brasile 1982 faresti uno spin-off book?

Probabilmente non su un calciatore.

Il passatismo è per i poveri di spirito. Ma per te ci potrà mai essere in futuro di nuovo “La partita” per un’altra generazione, oppure il calcio ormai non ha più quella forza sociale che aveva nel 1982?

Ognuno vive i miti della propria epoca con le proporzioni indotte da questa. Sicuramente continueranno a esistere bambini capaci di restare segnati da una partita. Ma con le modalità imposte dal contesto nel quale vivranno quell’esperienza. È difficile, ad esempio, che oggi si possa parlare di spontaneità. Perché questa è agonizzante. Vedere una stella del calcio o un primo ministro che parlano con la mano davanti alla bocca è già significativo. Lo stesso vale per le reazioni plateali e innaturali delle simulazioni o le esultanze studiate a tavolino. Al fischio finale di Italia-Brasile c’è una scena semplice e bellissima. Undici giocatori alzano contemporaneamente le braccia al cielo. Le stesse sollevate da Rossi, Socrates e Falcao durante la partita. Perché questo farebbe un bambino. Mentre la coreografia di una esultanza o la platealità per una gomitata che non c’è stata fanno parte del repertorio di un attore. E se reciti non sei autentico. Ma questo è il mondo oggi. Per questo parlo di parametri. Perché se da un lato la prima vittima è proprio il giocatore, costretto a perdere la sua istintiva spontaneità in nome di linee sommerse dettate dal marketing, dall’altro ci sono gli spettatori, testimoni ordinari di vite artefatte su tutti i fronti, dai social ai reality. La finzione, l’apparenza, la malizia sono nuovi valori, nel senso che sono ormai universalmente accettati. E quindi emulabili. Lo dico senza giudizio alcuno. I nuovi protocolli imposti da chi è in scena uccidono la possibilità di assistere a una rappresentazione sentita, passionale, emozionante e autentica. La spontaneità perduta, invece, non mascherava, anzi, metteva in luce una verità. Italia -Brasile è stato uno spettacolo autentico e in quanto tale è potuto diventare, al di là dell’impresa, una esperienza totalizzante, portatrice di valori, esempi e modelli, con grandi storie di solidarietà e riconoscenza, nessuna simulazione, un gioco pulito, neanche una palla spazzata via e avversari che passavano il pallone in caso di rimessa. Oggi inevitabilmente il fair play si è ridotto a categoria finanziaria, i calciatori hanno un modo di giocare più furbo, hanno imparato a cadere, a simulare, a ostentare dolore e a contestare la volontà dell’arbitro. Una totale assenza di sportività che non può non creare disamore in chi ha visto quello che esisteva prima. Perché anche l’emozione ha le sue regole. Quando, ventiquattro anni dopo il Mundial, Grosso segnò quel gol incredibile contro la Germania fu forse l’unico momento veramente emozionante del mondiale 2006. E fu bello anche perché scuotendo la testa urlò “Non è vero, non ci credo”, una frase che rispecchiava la spontaneità di un giocatore che fino a qualche anno prima giocava in serie C1. Questo dovrebbe essere il bello del calcio. La possibilità della favola. Poi però quando la squadra vinse il mondiale ci accorgemmo che, nell’insieme, quei giocatori erano molto diversi dai campioni del 1982, perché l’Italia e il mondo erano ormai cambiati. Gli azzurri di Bearzot, celebrazioni al Quirinale a parte, festeggiarono intimamente tenendosi dentro una gioia che, come fece capire Zoff, si sarebbe sporcata nell’ostentazione. Al Circo Massimo, invece, i giocatori di Lippi ostentarono i loro corpi come gladiatori e allora fu definitivamente chiaro per tutti che, semplicemente, era passata una generazione. Per questo tutti quelli che hanno vissuto il Mundial diranno sempre: “Nel 1982 fu un’altra cosa”. Fu davvero un’altra cosa. Ma il mondo cambia ed è naturale che sia così. Nel bene e nel male. Ci sarà “La partita” per un’altra generazione. Abiterà in un altro mondo e sarà portatrice di altri valori.

Il 9 della nazionale È andato all’everton (meglio così)

Il centravanti della Nazionale è passato dalla migliore squadra italiana, la Juventus, ad una squadra di media classifica in Premier League. Questo è un fatto, al netto di postille che potrebbero essere vacue e da un discreto avvocato impugnate. Come valutare poi il fatto in sé, è un discorso che tiene dentro troppi elementi per essere in egual modo sintetici.
Moise Kean è andato all’Everton per 27,5 milioni di euro pagabili in tre esercizi, con ulteriori 2,5 milioni di bonus. La Juve ha tenuto poi a precisare che questo movimento genera un effetto economico positivo di 22,5 milioni, sottolineando come per le casse sia stato un toccasana. Plusvalenza completa, venendo dalle giovanili, i bianconeri si sono lasciati anche un spiraglio, ponendo una sorta di diritto di prelazione nel caso in cui venga fatta un’offerta per l’acquisto del giocatore, che la Juve può pareggiare e così prendersi il ragazzo nato a Vercelli.
Una cosa però è certa. Nel biennio in cui la Juve farà di tutto per vincere la Champions League, ha lasciato partire il suo giovane più interessante per coprire in parte le grosse spesse fatte e per non cincischiare. Questi due anni dovrà giocare la squadra migliore possibile, nessun granello composto da incomprensione e possibilità non sfruttate deve frenare quello che vuole essere un carrarmato lanciato in discesa. Privarsi di un pezzo di futuro potenziale per massimizzare il presente non è una follia. Lo hanno fatto tante altre grandi prima dei bianconeri e nella maggior parte dei casi non è andata male.
Se giriamo l’occhio di bue sul calciatore le cose cambiano. Da febbraio in poi l’hype su Kean sì è spalancato, fin quasi a farne un bigger than future. Allegri afferma di essere di fronte a potenzialità speciali, Cristiano Ronaldo lo accarezza e consiglia, i gol con la Juventus, addirittura quelli in Nazionale dove gioca da 9. Con gli archi dell’aura predestinante che ancora intonano un re minore, Kean gioca male la partita contro la Spagna dell’Euro Under 21, fa una fesseria con Zaniolo, fa altre piccole cosette che una stampa facile al timbro non definibile altrimenti se non come razzista, definisce “à la Balotelli”, e tutto si sgonfia in un secondo. Quando parte per l’Inghilterra tutti, tifosi juventini e non, quasi non se ne accorgono. Eppure il 23 marzo aveva segnato il secondo gol contro la Finlandia e c’era chi diceva: “Abbiamo il nuovo goleador italiano”.
Ma il passaggio all’Everton non è una sconfitta, anzi, per Kean giocare nel campionato migliore al mondo non può essere visto come una diminutio. Di sicuro adesso è senza rete. L’ambiente Juve ti culla e protegge, poi se non sei già prontissimo ti manda nel bosco da solo, ma è anche giusto così. Moise Kean ha solo due anni per mostrare che calciatore è. Non vale niente la giovane età. In un mondo dello sport in cui in questo momento i giovani stanno spalancando dei nuovi modelli (ci rendiamo conto di quello che sta per succedere nel ciclismo?), lui, se davvero è un campione, deve dimostrarlo adesso. Tra due anni può essere davvero il 9 della Nazionale o tornare in Italia al Sassuolo. Mezze misure inesistenti.

L’ITALIA DI BEARZOT NASCE CON LA FINLANDIA

di Alessandro Mastroluca

Fulvio Bernardini ha esordito come ct in un’amichevole a Zagabria dopo la disfatta di Stoccarda al Mondiale del 1974. Non ha schiarito l’azzurro tenebra di una nazionale in cui c’era da mettere in pensione Mazzola e Rivera. Alla sua prima partita ufficiale, l’Italia perde a Rotterdam contro l’Olanda con Crujff in campo, ma non più con Michels in panchina. Anche in Italia fiorivano spinte per un calcio all’olandese, ma nemmeno il suo carisma facilita il cambiamento. Le prestazioni della Nazionale restano mediocri nelle qualificazioni per l’Europeo del 1976.

Resterà ct per sole sei partite, nelle quali è anche direttore tecnico e responsabile primario degli azzurri. “Si divertì a rompere ogni schema, con convocazioni sterminate, chiamando anche illustri carneadi”, ha scritto Corrado Sannucci su La Repubblica. “Fece esordire Rocca, Roggi, Caso, Zecchini, Damiani, Re Cecconi, Antognoni, Savoldi, Esposito, Orlandini, Martini, Guerini, Gentile, Cordova, Graziani, G.Morini”.

“Bernardini”, scrive Claudio Gentile nella sua autobiografia, “ha settant’anni e un po’ li dimostra per l’aria stanca e perché parla lentamente, a scatti, con una voce roca, a volte quasi a fatica, anche se è sempre lucidissimo e spiritoso. Un personaggio con un carisma incredibile, elegante, con il suo inseparabile borsalino in testa”. Tra i due non c’è confidenza, c’è un distacco dovuto più al ruolo che all’età.
Mantiene il posto di commissario tecnico fino al 27 settembre 1975, giorno di Italia-Finlandia all’Olimpico. All’andata gli azzurri hanno vinto 1-0 a Helsinki. È bastato il rigore striminzito di Giorgio Chinaglia. Quel giorno in panchina va Enzo Bearzot, Bernardini rimane come garante-supervisore. La nazionale a due voci, scrive Bruno Bernardi sulla Stampa, “stona, perché rischia di generare confusioni ed equivoci. Alla eloquenza di Bearzot — che espone i suoi concetti con attendibili spiegazioni tecniche e teoriche — si contrappone la dialettica un po’ scanzonata di Bernardini”. Non sempre i due vanno d’accordo: Bearzot ripete che Capello e Pecci non possono coesistere, Bernardini invece è meno categorico. In campo va comunque il solo Pecci, che forma la cerniera di centrocampo con Benetti a destra e Morini a sinistra. Antognoni invece, spiega Bearzot alla vigilia a Franco Mentana per la Gazzetta dello Sport, “agirà a briglia sciolta, libero di muoversi e di inserirsi secondo estro ma sempre tenendo conto dell’atteggiamento delle due punte”. L’obiettivo è di non esporsi al contropiede degli scandinavi, superiori agli azzurri sul piano atletico.

Il test di Coverciano contro la nazionale juniores rinforza le convinzioni di Bearzot. Dall’alto, Bernardini osserva e approva. “Siamo soddisfatti perché ciò che Bearzot ha chiesto alla sua squadra l’abbiamo ottenuto. Visti dall’alto, gli azzurri mi sono piaciuti per circa un’oretta: hanno cercato i collegamenti, a scapito del ritmo” ha detto. “C’è ancora molto da lavorare. Vorrei che la squadra si muovesse in blocco in un’area di 40-50 metri. È un sistema che impone doppia fatica e forse anche per questo si sono registrati degli errori nei passaggi e nelle conclusioni. Alcuni non ancora la condizione di forma ideale e hanno accusato una certa stanchezza”.

Bernardini, che in quei giorni annuncia una querela a un giornalista milanese, non sopporta le critiche di chi chiede risultati immediati e invoca il ritorno di Mazzola. Persino gli arbitri, in un sondaggio sui giornali, lo inseriscono nella loro nazionale ideale. “Di certe intrusioni ne farei volentieri a meno — afferma Bernardini — ma che vogliono questi arbitri? Tutti si dimenticano che, proprio con la Polonia, a Stoccarda, c’era Mazzola e che l’Italia venne egualmente eliminata”.
Bearzot, che si regala il debutto ufficiale sulla panchina azzurra per i 48 anni, si dice più interessato al gioco che al risultato. Vorrebbe vedere una maggiore maturità tattica nei giovani, e lo sottolinea nella conferenza stampa della vigilia. Mentre Bearzot enuncia titolari e riserve, lo stonato concerto a due voci si interrompe. Bernardini osserva in disparte, al massimo tossicchia.

La partita dell’Olimpico si traduce in un’esibizione di mediocrità disarmante. In campo scende “una nazionale popolata da fantasmi” titola la Gazzetta dello Sport. “Per impensierirci”, scrive Mottana, “per mortificarci non ci vogliono i campioni, bastano i finlandesi. L’Italia è già fuori dal campionato d’Europa (…). Il calcio italiano ha toccato il fondo nello stesso momento in cui cercava, dopo un anno perduto, un timido sperabile decollo”. I finlandesi mancano anche quattro palle gol in una partita che sconcerta l’allenatore della Polonia, inserita nello stesso girone: non si può giocare così male, pensa degli Azzurri. “Dove possiamo nasconderci”, si chiede per la Stampa Giovanni Arpino,
“in un fosso, in un vicolo buio, nella cuccia del cane? Altro che cavalcar la tigre: questa povera Nazionale (senza filtro e di pessimo tabacco) non sa neppure domare una renna (…). Parlavamo anche di « Nazionale logica ». Ma puoi essere logico finché vuoi, e magari figlio di Spinoza o Hegel o Benedetto Croce: se in calcio non stai in piedi, non puoi giocare. E in piedi, sull’erba romana, stavano in quattordici: gli undici finlandesi, Facchetti. Rocca e Benetti”.

Un mese dopo, alla vigilia della partita contro la Polonia, Bernardini lancia il suo j’accuse a tutto il calcio italiano. “Andiamo sempre appresso ai risultati, alle qualificazioni, mentre si dovrebbero tentare strade nuove: non possiamo diventare di colpo polacchi o olandesi” dice. Se la prende con la stampa, che esalta vecchie glorie e supposti campioni mentalmente impigriti, e con gli allenatori, responsabili di impostare le squadre in funzione del risultato, di farsi condizionare dalle società che magari impongono “di non rinunciare ad un giocatore mediocre, che non meriterebbe di giocare neppure in serie B, (…) per non svalorizzarlo”.

Bernardini chiede tempo, i tifosi vogliono risultati subito. Facchetti dice che la nazionale ha giocato decentemente solo nella trasferta di giugno del 1975 in Unione Sovietica, nonostante la sconfitta per 1-0. Pier Paolo Pasolini, nell’ultima intervista al Guerin Sportivo tre giorni prima di morire, gli dà ragione. Critica anche Chinaglia, affermando: “in quella Nazionale era perfettamente inutile: una mezza punta goffa e delirante, che in tal ruolo non vale neanche un decimo di quello che vale il delizioso, lampeggiante Bettega. E per di più Chinaglia non fa altro che mettere il malumore agli altri: e tutti sanno che si gioca bene solo quando si è di buon umore”. Pasolini non si aggiunge al cerchio di voci che vorrebbero l’addio di Bernardini, che “ha dato alla Nazionale una velocità doppia a quella della Nazionale precedente (…). Questa velocità ha creato un nuovo, grande giocatore: Capello”. Il segreto del gioco moderno, sottolinea con visione prospettica e quasi profetica, “è l’esattezza massima alla massima velocità: correre come pazzi ed essere nello stesso tempo stilisti”.

Un’Italia così nascerà. Batterà l’Argentina in casa loro al Mondiale, fallirà l’Europeo in casa nel 1980, sarà contestata, criticata, ma al Mundial di Spagna troverà la redenzione insieme a Pablito Rossi nel pomeriggio del Sarrià contro il Brasile e da lì via fino all’urlo di Tardelli in finale contro la Germania Ovest, agli applausi di Pertini perché “non ci riprendono più”, allo scopone in aereo. Quella nazionale di fatto si manifesta per la rima volta il 28 maggio 1976. C’è ancora il duo Bernardini-Bearzot, anche se “Fuffo” ormai non decide più. L’Italia sta giocando il Torneo del Bicentenario degli Stati Uniti d’America dopo l’eliminazione agli Europei 1976 nella fase eliminatoria.

Nel primo tempo, gli azzurri offrono uno spettacolo inatteso, mai visto prima contro gli inglesi. Disegnano un calcio veloce, brillante, e segnano due gol in 19 minuti. Ma all’intervallo succede qualcosa. Lo racconta Paolo Pulici a Italo Cucci per il Guerin Sportivo. “La sfilata delle majorettes è andata per le lunghe, l’intervallo è durato circa venticinque minuti e noi eravamo già pronti a riprendere il gioco mentre quell’esercito di belle ragazze era ancora in campo”. Al ritorno in campo, c’è ancora chi segue con gli occhi le giovani ballerine in minigonna, “e quando hanno aperto gli occhi, Zoff era stato battuto già due volte”. Però, forse per la prima volta, l’Italia quel giorno ha giocato in un altro modo, ha aggredito e non aspettato.

Un altro aspetto ha sorpreso gli inglesi e i giornalisti, la divisione dei ruoli tra Bernardini e Bearzot. C’è chi non sa bene a chi rivolgersi per le domande di rito della vigilia, non è facile per gli stranieri capire chi conta dei due, cosa chiedere e a chi. La doppia gestione è ormai finita, nei fatti. Nella forma, lo sarà ancora contro la Finlandia, a Helsinki, l’8 giugno 1977. L’Italia vince 3-0 con una squadra senza regista e avvicina la qualificazione ai Mondiali d’Argentina. “Ho sempre sostenuto che chi è in possesso di palla deve trasformarsi in regista. Ci stiamo avvicinando a questo concetto” afferma Bernardini. “La più grossa soddisfazione è quella di aver creato l’ambiente, di aver rinnovato il fascino della maglia azzurra. Anch’io posso aver commesso degli errori, ma i risultati ci sono stati e le scelte operate due anni fa sono state suffragate dal valori espressi in campionato. Questo gruppo comprende i migliori elementi disponibili, i quali hanno la coscienza di formare una “élite”. Nessuno è disposto a vivere di parassitismo agonistico perché sa che può contare sulla collaborazione di tutti”, dice Bearzot.

L’Italia non sarebbe stata più la stessa. Dopo quella partita tutti i giornalisti vanno nell’albergo della Nazionale, dove la FIGC aveva organizzato un banchetto. Quel banchetto, ha raccontato a Genova 3000 Elio Domeniconi, inviato del Guerin Sportivo, “mi tenne sveglio per tutta la notte. Erano tutti piatti di pesce crudo, con tante salse piccanti sopra”. Il presidente della FIGC, Franco Carraro, lo convoca nella sua suite. “Domeniconi, ho bisogno di un grosso favore. Lei a Genova ha gli agganci giusti. Dovrebbe pregare i suoi amici della Sampdoria di riprendersi Bernardini. Conto su di lei”, gli dice. Domeniconi chiama il vicepresidente Roberto Montefiori. “Carraro ha già telefonato anche a me. Tranquillizzalo, ci riprenderemo Fulvio come direttore sportivo”. Inizia così definitivamente l’era Bearzot.

Il BRIGATISTA. INTERVISTA AD ANTONIO IOVANE

Il tuo brigatista ripercorre l’intera parabola del terrorismo italiano. Tu che idea ti sei fatto del fenomeno nella sua interezza? Quanto di vero le carte processuali finora redatte hanno lasciato ai posteri? 

Non sono un dietrologo, né mi piace avallare ipotesi che non siano comprovate. Ci sono tante tesi parallele che poggiano sul nulla, che non hanno il timbro della Storia e, in quanto tali, restano tesi. Il mio romanzo tenta un’operazione diversa: racconta dei brigatisti che credettero davvero in quello che facevano, e che furono comunque la maggioranza. Sono loro che ho deciso di mettere in scena per comprendere perché un gruppo di ragazzi decise di imbracciare le armi e sparare, gambizzare, rapire, uccidere. Se altri furono manovrati non mi interessa, mi interessa solo partire da quello che si sa. Dalle carte processuali, appunto. Il resto non è Storia ma fantasy.

Secondo te come si parla oggi di terrorismo? Usiamo un vocabolario corretto oppure è ancora inquinato da incomprensioni e logiche “di parte”?

Permettimi una battuta: già il fatto che la tua domanda contempli il termine “terrorismo” dimostra che il dibattito non è sereno. Molti contestano che la “lotta armata” (che colpiva obiettivi ben definiti, immersa com’era in una logica di guerra civile) possa essere  assimilata al “terrorismo” (che colpisce indistintamente la popolazione civile, e infatti fa uso di bombe che non sono mai state prerogativa delle BR). No, il dibattito non è sereno, e non lo sarà mai finché non ci sarà una pacificazione rispetto a quel periodo storico, poiché il linguaggio si adegua alla Storia.

Con il quarantennale dell’uccisione di Aldo Moro si è tornato a parlare di terrorismo. Quell’episodio è la chiave di volta dell’intero fenomeno o un semplice colpo di coda?

Per molti l’affaire Moro ha rappresentato l’inizio della fine, le BR erano ancora forti prima del rapimento, e forti vuol dire avere consenso. Persero quel consenso e si avviarono verso la liquidazione, complice l’azione degli uomini di dalla Chiesa e le enormi divergenze interne. L’affaire Moro è il punto di svolta, non c’è dubbio, anche per il clamore e le ferite che ha lasciato nella società italiana. Ma non si capisce il rapimento Moro se non si risale al rapimento Sossi, che fu del rapimento Moro la prova generale. Comprendere un fenomeno complesso come le BR vuol dire seguire la catena di causa-effetto che ha portato a Moro, inserendo la vicenda nel contesto più ampio della parabola brigatista. Isolare gli eventi e decontestualizzarli come se non avessero una causa e un effetto è un’operazione rischiosa, il pericolo è quello di raggirare il lettore.

L’ultimo capitolo del libro ha per titolo “Gli eroi non esistono” in quanto alla fine delle varie storie, giornalisti e carabinieri inclusi, risultano perdenti. Sei d’accordo sul fatto che neanche lo stato vincitore abbia innestato nel tessuto sociale buoni semi su cui ricostruire?

In parte. Lo Stato ha imparato innanzitutto la lezione del contrasto alla sovversione, alla lotta armata, al terrorismo. Abbiamo creato i nostri anticorpi. Con l’azione di dalla Chiesa, il nostro antiterrorismo è diventato avanguardia, e molti Paesi hanno guardato all’Italia per risolvere i loro problemi interni. Ma le tensioni sociali, seppure in seguito non siano sfociate in atti eversivi (a parte qualche episodio isolato e fuori dalla Storia come quelli delle nuove BR), non sono mai scomparse. “Gli eroi non esistono”, nelle mie intenzioni, voleva essere più che altro una riflessione sulla natura umana che è sempre ambigua, complessa, controversa.

Su quali fonti hai svolto le ricerche per ricostruire soprattutto il profilo psicologico del protagonista?

Documenti originali, comunicati delle BR, memorialistica dei brigatisti, articoli, saggi, migliaia e migliaia di pagine, non so più quante. Ho cercato di immergermi totalmente nei loro pensieri, gesti, emozioni. In un certo senso ho seguito la lezione di dalla Chiesa che riporto nel romanzo, quando dice che per combatterli occorre “Pensare come loro, diventare come loro, ma soprattutto vivere, vivere come loro”. Ecco, io ho mutuato questa lezione per scrivere di loro.

Oggi quelle idee su cui tutto si muoveva sembrano lontanissime. Sembra più comprensibile il Risorgimento che quell’epoca di battaglie e rimorsi. Pensi che conoscere a fondo quel periodo possa invece insegnare qualcosa ancora oggi?

Capire perché la Storia ha imboccato la strada del dramma non è solo fondamentale, ma è fondativo. Non basta, tuttavia, conoscere i fatti, occorre sapere perché è successo quello che è successo. Prendiamo la Shoah. Non serve raccontare che i nazisti sono stati dei folli, ma bisogna analizzare quella che rubrichiamo, semplificando, a follia, fino a rintracciarne la radice e magari scoprire che con la categoria della follia non si spiega nulla. Quello che conta è capire le ragioni anche dove apparentemente la ragione sembra assente. Eppure le cose accadono sempre per un motivo. Noi abbiamo il dovere di indagare su quel motivo perché i nostri figli e i nostri nipoti, quando i testimoni saranno tutti scomparsi, non si accontenteranno, vorranno conoscere. E conoscere vuol dire comprendere le ragioni di fondo. Così con la lotta armata: comprendere i perché è l’unico modo che abbiamo per indicare la strada giusta a chi deve ancora nascere.

In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

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