FINALI OLIMPICHE: DISCESA LIBERA MASCHILE – CRAZY CANUCKS

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A Innsbruck nel 1976 ai bordi della pista per la gara di Discesa libera maschile gli occhi erano sì per l’austriaco Franz Klammer, che poi vincerà la medaglia d’oro, ma anche per un gruppo di particolari sciatori canadesi, nati dal niente, come dicono tutti e affermatisi come i migliori velocisti al mondo. Prima di loro il Canada praticamente non esisteva, dopo di loro lo sci nell’intera Nord America divenne un’altra cosa.
I loro nomi erano Ken Read, Steve Podborski, Dave Irwin, Dave Murray e forse il più crazy di tutti, Jim Hunter, che li precedette come età e in parte li ispirò. Tutti insieme erano conosciuti come i Crazy Canucks e guardandoli nelle foto del tempo sembra di essere su un set di un film di Tarantino, in pieno stile “hippy delle nevi”, che tanto furoreggiava al tempo.
Cosa facevano di così strano? Si buttavano soprattutto nelle Discese come i piloti di Formula 1 del tempo si buttavano in circuiti assurdi e su macchine ancora più assurde. Non c’erano gare dei Crazy Canucks senza salti, mezze giravolte, frenate al limite del percorso e rischi costanti, come se il limite venisse preso a pizzicotti in quel minuto e mezzo abbondante. Non avevano allenatori (nessun allenatore gli avrebbe chiesto di sciare in quel modo), non avevano budget e in pratica non avevano supporto. Le altre squadre avevano tanti allenatori lungo il percorso capaci di dare informazioni, loro avevano solo due radio e lo sciatore che arrivava informava gli altri su quello che aveva provato lungo la discesa.
Ken Read dice di loro: “Eravamo sciatori che allenavano sciatori”.
Erano davvero un po’ pazzi, facevano cose che poi altri dopo di loro hanno normalizzato, migliorando lo sci. Dave Irwin oggi dice di aver avuto almeno dieci ferite molto profonde alla testa, che nel tempo gli hanno fatto perdere una parte della memoria del passato, soprattutto di quei venti anni in cui si gettava lungo le piste del mondo.
Ma se gli chiedi di Innsbruck 1976, quando finì ottavo, qualcosa si ricorda e ti risponde: “Peccato non aver avuto ancora più coraggio, avrei vinto la medaglia d’oro”.