MARADONA STORIES – 15

A Piazza Sannazaro prima c’era una vecchia signora che vendeva giocattoli. Erano quasi tutti di legno, solo qualche supereroe colorava di plastica la vetrina. La signora Teresa aveva vissuto una vita tra i giocattoli e in particolare tra palle, palloni, Super Santos e Super Tele. Li aveva tenuti così tanto fra le mani e i piedi da imparare a palleggiare divinamente.
Un giorno Maradona aveva bisogno di una bambola per una delle sue figlie ed entrò in negozio. La signora Teresa lo riconobbe e in suo onore si mise a palleggiare. Maradona non riusciva a crederci.
Una donna di quasi 80 anni che riusciva a palleggiare in quel modo. Da quel giorno, ogni volta che passava per Piazza Sannazaro e non c’era tanto casino, Diego scendeva dalla macchina e faceva palleggiare in piazza quella che divenne l’Abuela Teresa, Nonna Teresa. Ovviamente si formava subito un capannello di persone e per sottrarsi alla folla, Maradona interrompeva i palleggi di Teresa e la trascinava con sé, regalandole ogni volta un giro sulla sua Ferrari.
Giravano insieme una decina di minuti e poi la riportava in negozio. Chissà di cosa parlavano.

Giuseppe Giornalista

RECENSIONE “QUANDO UCCISERO MARADONA” DI MAURIZIO CROSETTI

Il libro “Quando uccisero Maradona” propone un tema interessante su cui bisogna riflettere con attenzione. Il fatto che La Repubblica abbia inviato una delle sue migliori firme in Argentina dopo la morte di Maradona è stato quasi un evento, qualcosa di straordinario per il giornalismo in un periodo in cui gli inviati di questo tipo sono pochissimi, rispetto al passato in cui era normale inviare grandi autori e giornalisti di razza per coprire eventi e momenti di storia (P.S. sto leggendo “Indro al Giro” e consiglio).
C’è tutta la questione sulla pochezza delle risorse su cui possono contare i giornali, sul fatto che ne leggiamo pochissimi per poterli sostenere e tutto il resto che conosciamo benissimo.
Quello che vorrei sottolineare però è il fatto che quando qualcuno è sul luogo dove accadono le cose è tutto diverso. Crosetti nel libro ti sa far vivere non solo le vicende, che si potrebbero ricostruire abbastanza fedelmente anche da casa propria, e i protagonisti, anche loro analizzabili in profondità con assiduo studio della vicenda a distanza. Ma l’idea della luce che c’è a Tigre, nessuna schermata di Google Maps te la sa dare, l’odore che ti entra nel naso quando paragona la casa in cui è morto il più grande calciatore di tutti i tempi a una sorta di seconda casa costiera di serie B, non lo puoi percepire con un ricerca immagini. Insomma se sei lì quando le cose accadono, le parole hanno un altro peso, creano un’altra immaginazione nei lettori e ti fanno capire le cose magari senza la distanza oggettiva di chi fa cronaca sulle fonti, sui dati, sulle agenzie, ma te le fanno sentire e questo puoi farlo solo in questo modo.

ROME, ITALY – OCTOBER 26: Diego Maradona of Napoli in action during the Serie A match between AS Roma and Napoli at the Stadio Olympico on October 26, 1986 in Rome, Italy. (Photo by Etsuo Hara/Getty Images)


Appendice poi a questo discorso è il come. Ho spesso letto articoli o libri scritti da persone che sono stati sul campo, magari in un determinato momento storico. E purtroppo questi pezzi potevano essere serenamente scritti dal proprio studio con l’aria condizionata o il riscaldamento a pavimento sparato al massimo. Non c’era bisogno di pagare biglietti aerei e alberghi anche se fossero di terz’ordine. Forse siamo così abituati a uno standard stilistico che anche quando sentiamo qualcosa dal vero abbiamo paura di seguire una nostra sensazione e ci rifuggiamo in Wikipedia, come si fa pure dalla stanzetta appunto, così da avere le spalle coperte di fronte a qualsiasi attacco social. Come fa Crosetti in questo libro, forse ha senso essere sul posto e, anche se non si hanno tutte le informazioni sul fatto in sé, raccontare anche versioni sporche e sbagliate. Essere lì non deve portare ad articoli o libri inappuntabili e più veri, anzi quello che viene fuori dovrebbe creare ancora più confusione, moltiplicando i punti di vista che si raccolgono in loco. Insomma l’occhio dovrebbe diventare più falso dello schermo, ma tutto la poetica che l’occhio raccoglie se la metti in pagina, quello che hai scritto vola molto più in alto.

MARADONA STORIES – 14

Di giorno Maradona non poteva uscire di casa. Veniva assalito. All’inizio della sua avventura napoletana ci ha provato un paio di volte, proprio come faceva a Barcellona. Ma a Napoli è stato diverso fin da subito, si fermavano le auto, i bus rallentavano e la gente scendeva anche se non era la propria fermata, le signore invece di fare la spesa andavano da Maradona a chiedergli qualcosa. Insomma non riusciva letteralmente a fare un passo.
Ho visto con questi miei occhi un’usanza che ha poi tenuto per tutto il tempo in cui è stato a Napoli.
Quando Maradona aveva voglia di abiti nuovi, faceva passare un suo amico per i diversi negozi del centro. Tutti i negozi quella stessa notte lasciavano le serrande aperte, con le luci accese. Maradona di notte passava, guardava e sceglieva. Coppola si appuntava tutto, poi passava il giorno successivo e prelevava.
Se volevi davvero vedere Maradona da vicino, dovevi andare via Toledo alle quattro di mattina e spesso lo trovavi lì che guardava le vetrine.

Alfonso – Avvocato

INTERVISTA A MARCO CIRIELLO, AUTORE DI “MARADONA È AMICO MIO”

Si è scritto tanto di Maradona e Diego nell’ultimo mese. Per questo motivo ho intervistato Marco Ciriello, per parlare del suo Maradona è amico mio”, 66thand2nd Edizioni, proponendo di discuterne attraverso delle parole chiave che ritrovo nel libro stesso e che in un certo senso muovono il rapporto fra Maradona, Napoli, il calcio, la storia personale dell’autore.

La prima parola è SOLITUDINE. Emerge dal libro e dalle storie intrecciate quella enorme di Diego e quella magari piccola per gli altri, ma ancora più grande per te, che è appunto la tua solitudine personale. Tutti oggi dicono che Maradona è morto solo, nonostante avesse vissuto una vita in mezzo al popolo o a delle tribù. Perché pensi sia successo e quanto è potente per il tuo modo di vedere il mondo la tua solitudine?

Maradona è sempre stato solo, come erano soli Carlo e Alessandro Magno, come era solo Adriano – raccontato dalla Yourcenar –, come erano soli Lenin e Castro. Era solo Muhammad Ali, era solo George Best, e posso continuare per altri quattro cinque nomi ancora. Era sola Marilyn Monroe, ed erano soli i suoi Kennedy, era solo Ernest Hemingway ed era solo Frank Sinatra come Kurt Cobain. Non conta il numero di cortigiani. Se vai oltre te stesso, per forza di cose rimani da solo, e ti metti a cercare qualcuno che anche solo per un attimo ti possa tenere compagnia. Per fare la storia hai bisogno di te stesso, per avere te stesso devi isolarti, isolandoti paghi un prezzo altissimo, che si chiami dipendenza o sperpero, assolutismo ideologico o ossessione geografico-territoriale.

La seconda parola è GENIO. Il genio maradoniano è stato tanti estremi diversi. Il genio vive solo ai confini o è ovunque, basta riconoscerlo e alimentarlo di talento, allenamento, innesco e Storia?

Carmelo Bene diceva: “Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può”. Maradona ha fatto quello che ha potuto, con quello che si è trovato, che, spesso era poco o niente. Il suo genio si è manifestato anche fuori dal campo, e per capirlo bisogna guardare a Pelé che si lucida il monumento da mezzo secolo, mentre Maradona ha provato a distruggere il suo. A parte uscire dal campo e provare a tornarci come una autentica dipendenza – quella sì –, a parte vivere la palla come un amore infinito, al quale tornare con tutto quello che la ricorda, Maradona poteva essere moltissime altre cose: da un leader politico a uno showman, ma è stato soprattutto sempre un ragazzo, persino quando il corpo l’ha rallentato, quando le parole si impastavano, ha conservato la scintilla del ragazzo, e un ragazzo ha sempre mille cose da fare e da sbagliare, lasciando sempre le cose a metà proprio perché non legato al tempo, convinto che tutto possa sempre avere un seguito. Maradona ha vissuto dando del tu all’eterno, fin da quando giocava – non visto – a Villa Fiorito, è questa una delle tesi borgesiane del mio libro. Il genio lo sa e sopporta il suo sapere, provando a realizzare quello che già conosce.

Terza parola: CORPO. Credo che Maradona sia stato così grande da un punto di vista sportivo per il suo corpo da freak. Aveva l’equilibrio massimo possibile ed è tutto per un determinato tipo di calcio. Ma il suo corpo è anche la serie tv più seguita della sua esistenza. In ogni puntata quel corpo forniva un colpo di scena. Che riflessioni fai sul corpo di Maradona?

Ne parlo per tutto il libro, il suo corpo è stato una giostra, lo ha allargato e ristretto di continuo, una volta ho scritto – con grande scalpore della agenzia El Telam – che l’ha usato come  James Dean usava la sua Porsche. Maradona era elastico, una specie di Yuri Chechi di caucciù, un po’ supereroe un po’ stregone. A vederlo da vicino non sembrava che un corpo così piccolo potesse contenere tutta quella magia e quella forza. Poi ci sono le mutazioni che vanno dalla testa – pensa ai capelli, solo su quello si può fare un romanzo andando oltre tutti i tagli che evoca Nino Manfredi in “Straziami ma di baci saziami” di Dino Risi – ma anche alla caviglia che si riprende dopo l’incidente, passando per la fame sessuale, fino ad arrivare a questo cuore costretto a fare sempre gli straordinari tra atletismo e cocaina. In pratica Maradona è a-umano, un esperimento irripetibile frutto delle privazioni dell’infanzia e della capacità d’immaginarsi altro da sé e dal contesto che l’ha prodotto. In questo il paragone è con quel palestinese che nasce in una stalla e mette in discussione la legge del tempio. Qua c’è anche l’imperdonabilità dell’ascesa e della metamorfosi. Pensa se fosse stato anche bello come il palestinese e se invece di drogarsi avrebbe moltiplicato anche i pani oltre i gol.

PASSATO. Tanti hanno pianto per Maradona morto perché gli ricordava un passato, il loro personale passato. Perché alcune figure addensano significati come una sorta di calamita con la polvere di ferro? In un attimo, come diceva anche Pasolini della morte, queste figure riescono a farci ricostruire un percorso di senso del tutto personale, a cui tutti pensano e del quale appunto hanno malinconia.

L’Occidente si sta svuotando dai riti, ne ha tantissimi come le nuove categorie della boxe, perdendo così quelli principali. Alcune morti riescono a vincere questa tendenza e ci riportano al passato. Quella di Maradona è come la morte di un re greco, persiano, o come quello del re portoghese Dom Sebastião di cui parla Mario Vargas Llosa. C’è un prima e un dopo, ed è possibile questo prima e dopo perché l’uomo che muore ha rappresentato qualcosa, non è solo stato un rito stanco, un passaggio, un’emozione da consumare, un prodotto da acquistare, no, ha creato un’appartenenza, che ha messo radici, e questa appartenenza passa per la metamorfosi. Diego non è un destinato da una famiglia reale, non è il rampollo a capo di una multinazionale, no, è pre-destinato che dalla nullità arriva alla deità. Il suo percorso biografico è favola. Un povero che ce la fa, e non imbrogliando, no. Ce la fa con la purezza del gesto. È solo con la palla. Come i cavalieri con la spada. Il resto è racconto che gli corre dietro.

FUTURO. Hai già immaginato il futuro che verrà destinato a Maradona? Il più grande, il drogato, l’assassinato dai farmaci, il gol di mano, il gol del secolo, la lotta per l’eredità. In che modo parleremo di lui tra due anni?

Premessa: quelli che separano, distinguono, cavillano, sono dei cretini o peggio delle persone banali, incapaci di capire. Non si può andare al concerto dei Metallica  e chiedere loro di abbassare il volume, se ci vai accetti le condizioni di quel concerto. O non puoi chiedere al Tarantino di Pulp Fiction di darsi una cronologia. Capisci che è una richiesta illogica proprio quando vuoi imporre la logica elementare. Maradona è un prodotto di Vonnegut, è elementare nella sua illogicità. Maradona è l’applicazione del Comma 22: si droga perché eccede nello sport, ed eccedendo si trova in una solitudine assoluta, che è l’oltrenoia zeusiana.

LUI E TE. Il tuo libro è del 2018. Oggi Maradona è morto. Come cambierà la splendida rete di relazioni che hai descritto nel libro?

Non cambia, si infittisce, si rinnova. Quando pensavo di non doverne scrivere più, si è riaccesa la voglia e mi sono arrivate mille richieste, alle quali piano piano sto rispondendo. La morte costringe ai bilanci, scioglie i nodi e crea legami indissolubili perché passano per l’eternità o quasi. Nel caso di Maradona siamo davanti alla ziggurat di Ur già in vita, che in morte cresce a dismisura e ti costringe a riprendere le misure, a riguardare gli spazi, a ritornare a sul posto, a ri-fotografare e ri-disegnare, a chiederti: l’avevo capito? In poche parole Maradona mi costringe al gioco del mondo: rifare quando pensavo d’aver finito. Non succede sempre.