RECENSIONE DI “VINCERE A ROMA” DI SYLVAIN COHER

Non se ne parla tanto, forse in questo periodo olimpico un po’ di più, ma in Italia, a Roma nel 1960, c’è stata la più grande impresa sportiva mai compiuta. Un uomo, nudo, perché la canottiera e il pantaloncino erano membrane quasi inesistenti e non riuscivano in fondo a nascondere un corpo che era lì, in offerta, al sacro fuoco della corsa e dello sport. Abebe Bikila a piedi nudi vince la Maratona di Roma 1960, la gara.
Sylvain Coher in questo libro è perfetto. Perché non racconta un fatto, non descrive un evento, anche se, come scrivevo molto probabilmente il più epocale della storia dello sport, ma tratteggia uno spirito, che è uno spirito dei tempi che si stavano vivendo ma anche uno spirito lontanissimo nello spazio e nei millenni, una voce, una Piccola Voce che accompagna Abebe passo per passo, come un processione dell’Africa e per l’Africa verso un mondo nuovo. Al “Veni, Vidi, Vici”, con cui abbiamo invaso la sua terra, Bikila risponde con la Seconda lettera a Timoteo di San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia. Ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”.
Nando Martellini ha gridato tre volte al cielo di Madrid “Campioni del mondo!”, ma in quella serata romana, ha anche detto: “Ha la maglia verde. È il numero 11. È un uomo dal passo di pantera!”.

“LE CANAGLIE” – INTERVISTA AD ANGELO CAROTENUTO

1 – La prima cosa che emerge fin da subito nella lettura de “Le canaglie” è la lingua che scegli. È una lingua che richiama Gadda, il Pasolini di “Una vita violenta”, Brera. Perché hai scelto di unire alto e basso in un pastiche che ammalia e magari stranisce qualche lettore?

Non è stato per vezzo, né per una posa. Mano mano che lavoravo al romanzo, mi sono reso conto che stavo raccontando una serie di perdite, sia nelle vicende dei personaggi, reali o di fantasia che fossero, sia di perdite sociali, culturali, di costume. A quel punto mi è parso coerente provare a testimoniare come Roma abbia perso un bene prezioso, la sua lingua, nel registro più alto, dico. Il dialetto di Roma è diventato una sorta di macchietta anche per la responsabilità di alcuni sottoprodotti del cinema e della televisione. Chi parla in romanesco deve sempre essere un cialtrone, inaffidabile, volgarotto. Si è imposta una parodia, un romanoide, che ha spazzato via il ricordo di una lingua su cui negli anni Settanta potevano ragionare e sperimentare intellettuali come Pasolini e Gadda, due non romani. Ho provato a recuperare certe sonorità del lessico, certi modi di dire caduti in disuso, costruendo una lingua che non è meno artificiale del chewing-gum che ci viene proposto ripetutamente, ma che vuole rendere omaggio a un passato perduto.

2 – Maestrelli e Chinaglia emergono come due figure all’opposto. Un mediatore di conflitti il primo, un innesco continuo di energie il secondo. Come hanno fatto a intendersi così profondamente tanto da dirsi quasi padre e quasi figlio?

Chinaglia aveva bisogno di una figura paterna dopo un’infanzia complicata. Non aveva mai superato fino in fondo il trauma dell’abbandono: un padre che lo lascia alla nonna e parte per il Galles portando con sé l’altra figlia. Dando l’idea a un bambino di aver fatto una scelta. In Maestrelli trovò l’uomo che incarnava in modo perfetto l’esigenza inespressa che aveva dentro. Quanto a Maestrelli, fece di Chinaglia una specie di quinto figlio adottivo, ma non erano meno intensi i rapporti con altri calciatori. Penso a Re Cecconi, che i suoi due figli gemelli chiamavano il “Tato”, perché avevano trascorso molte ore con lui già nell’anno di Foggia e poi di nuovo al suo arrivo a Roma. Li accompagnava al cinema, gli comprava il gelato e i pop-corn. Credo che per Maestrelli fosse la conseguenza della sua maniera di intendere il lavoro in modo totalizzante.

3 – A pag. 111 si dice “Pe’ fa (scrivere sul giornale) sport dovresti sapé de medicina, de legge, d’economia, politica estera”. “Non ti mando allo sport, nun te lusingà”. Pensi che questa consapevolezza che lo sport sia un universo composito e ricco di flussi sia ormai scontato presso i grandi hub culutrali italiani (redazioni giornali, redazione televisioni, Università, case editrici)?

Non lo so. Forse non del tutto. Lo sport è ancora considerato il reparto giocattoli del giornale, per la sua natura molto pop, molto trasversale, per la sua meravigliosa capacità di coinvolgere tutti indipendentemente dal ceto sociale e dalle appartenenze identitarie. Il risvolto è che ciascuno sente di poterne parlare anche senza avere acquisito una competenza tecnica, in nome – che so – del proprio tifo o perché va a correre la mattina. Voglio dire che nelle riunioni mattutine è più raro trovare qualcuno che intervenga per dire la sua nelle vicende dell’economia, mentre chi ha un pensiero disinvolto sullo sport lo trovi quasi sempre.

4 – Protagonista del libro è anche Roma, che nella tua descrizione definirei marcia e meravigliosa. Avevi in testa anche la Roma attuale?

Ho cercato di non tenerne conto. Stavo raccontando una Roma che non ho visto e non ho vissuto. In certi casi sono andato a vedere come sono diventati i luoghi del romanzo, in altri ho perfino evitato per non lasciarmi fuorviare. Ho fatto un lavoro di ricerca negli archivi, nelle cronache cittadine leggendo tutto quello che c’era sulla squadra e quasi tutto sugli eventi accaduti in città nel frattempo. Ho cercato nei romanzi dell’epoca le descrizioni di Roma, in generale mi interessava la percezione che la città aveva di sé stessa in quegli anni furibondi e come si presentava, cosa le piaceva dire di sé.

5 – È anche un libro sulla furiosa giovinezza. Non è un dettaglio. Chi scrive di sport per forza di cose deve sguazzare in questa condizione esistenziale. Secondo te attraverso quale filtro lo scrittore sportivo deve far emergere questa condizione?

L’umanità. Non c’è un’altra via. Con la compassione per i battuti e con l’attenzione ai modi con cui si impongono i vincitori. Se accetti l’idea che il successo sia il bene supremo dell’attività sportiva, anche quella d’élite, anche quella professionistica, stai implicitamente accettando il principio secondo cui ogni mezzo è lecito per raggiungerlo. Non sto facendo l’elogio dei grembiulini bianchi. Esistono dei meravigliosi irregolari che vale la pena raccontare nei loro toni grigi, nelle loro debolezze, in certe fragilità autodistruttive.

6 – Quella Lazio vive profondamente i suoi tempi. Ma in qualche modo anticipa degli elementi che poi diventeranno standard nel rapporto tra calcio e società in Italia?

Le Canaglie si ferma un attimo prima che tutto cambi. É come una fotografia scattata nell’ultimo momento utile. Nel calcio sta per arrivare il divismo, con la riapertura delle frontiere e il ritorno nel 1980 degli assi stranieri. Nella televisione stanno per arrivare le emittenti commerciali. Nella politica gli anni di piombo avrebbero conosciuto il punto più drammatico con il rapimento e poi l’omicidio di Aldo Moro e la strage degli uomini della sua scorta. Quella Lazio è la squadra che rappresenta meglio l’ultima generazione di calciatori calati nelle società, ragazzi che potevi incontrare al cinema il sabato sera e dei quali potevi sapere per quale partito politico avrebbero votato alle elezioni. Persone comuni, che sposavano le ragazzine conosciute al paese o all’università, vivevano in appartamenti uguali a quelli dei nostri nonni. Il calciatore degli anni ’70 è l’ultimo che devi soprattutto immaginare, attraverso la mediazione della radio o il racconto dei pochi che andavano allo stadio, pochi rispetto alla grande platea televisiva che renderà il calcio davvero di tutti. Una democratizzazione che ha per conseguenza una presa di distanza dei protagonisti dalla folla, fino all’isolamento assoluto in cui vivono oggi.

7 – Io credo che in Italia ci sia una nuova Scrittura Sportiva. Pensi che i giovani autori stiano davvero sviluppando un nuovo modello di scrivere di sport?

Ci sono molte cose interessanti e un panorama editoriale certamente vivo. In Italia è mancata a lungo una narrativa sportiva, credo come conseguenza dell’uso che il regime fascista aveva fatto dello sport. Uno strumento di propaganda. Quando la guerra finisce, il mondo delle lettere e le sinistre prendono le distanze dalla materia. Sono rari gli scrittori italiani che nei loro romanzi si occupano di sport. Casomai preferiscono farsi reclutare dai giornali, che sono ancora in quegli anni dei luoghi di sperimentazione e fanno da supplenti: pensa a tutta la produzione e al coinvolgimento di grandi firme della letteratura italiana sul ciclismo. O anche ricorda che cosa fu il Mundial 1982, dove potevi leggere contemporaneamente Mario Soldati, Manlio Cancogni, Giovanni Arpino, Gianni Brera, e giornalisti come Gianni Mura, Mario Sconcerti, un giovane Darwin Pastorin. Un Mundial al quale si sarebbe poi dedicato con un saggio il dantista Vittorio Sermonti. I piani adesso sono non per caso ribaltati. Con la nuova attenzione dell’editoria per i titoli di sport, non ci sono più premi Strega che vanno come inviati ai Mondiali. 

RECENSIONE “QUANDO UCCISERO MARADONA” DI MAURIZIO CROSETTI

Il libro “Quando uccisero Maradona” propone un tema interessante su cui bisogna riflettere con attenzione. Il fatto che La Repubblica abbia inviato una delle sue migliori firme in Argentina dopo la morte di Maradona è stato quasi un evento, qualcosa di straordinario per il giornalismo in un periodo in cui gli inviati di questo tipo sono pochissimi, rispetto al passato in cui era normale inviare grandi autori e giornalisti di razza per coprire eventi e momenti di storia (P.S. sto leggendo “Indro al Giro” e consiglio).
C’è tutta la questione sulla pochezza delle risorse su cui possono contare i giornali, sul fatto che ne leggiamo pochissimi per poterli sostenere e tutto il resto che conosciamo benissimo.
Quello che vorrei sottolineare però è il fatto che quando qualcuno è sul luogo dove accadono le cose è tutto diverso. Crosetti nel libro ti sa far vivere non solo le vicende, che si potrebbero ricostruire abbastanza fedelmente anche da casa propria, e i protagonisti, anche loro analizzabili in profondità con assiduo studio della vicenda a distanza. Ma l’idea della luce che c’è a Tigre, nessuna schermata di Google Maps te la sa dare, l’odore che ti entra nel naso quando paragona la casa in cui è morto il più grande calciatore di tutti i tempi a una sorta di seconda casa costiera di serie B, non lo puoi percepire con un ricerca immagini. Insomma se sei lì quando le cose accadono, le parole hanno un altro peso, creano un’altra immaginazione nei lettori e ti fanno capire le cose magari senza la distanza oggettiva di chi fa cronaca sulle fonti, sui dati, sulle agenzie, ma te le fanno sentire e questo puoi farlo solo in questo modo.

ROME, ITALY – OCTOBER 26: Diego Maradona of Napoli in action during the Serie A match between AS Roma and Napoli at the Stadio Olympico on October 26, 1986 in Rome, Italy. (Photo by Etsuo Hara/Getty Images)


Appendice poi a questo discorso è il come. Ho spesso letto articoli o libri scritti da persone che sono stati sul campo, magari in un determinato momento storico. E purtroppo questi pezzi potevano essere serenamente scritti dal proprio studio con l’aria condizionata o il riscaldamento a pavimento sparato al massimo. Non c’era bisogno di pagare biglietti aerei e alberghi anche se fossero di terz’ordine. Forse siamo così abituati a uno standard stilistico che anche quando sentiamo qualcosa dal vero abbiamo paura di seguire una nostra sensazione e ci rifuggiamo in Wikipedia, come si fa pure dalla stanzetta appunto, così da avere le spalle coperte di fronte a qualsiasi attacco social. Come fa Crosetti in questo libro, forse ha senso essere sul posto e, anche se non si hanno tutte le informazioni sul fatto in sé, raccontare anche versioni sporche e sbagliate. Essere lì non deve portare ad articoli o libri inappuntabili e più veri, anzi quello che viene fuori dovrebbe creare ancora più confusione, moltiplicando i punti di vista che si raccolgono in loco. Insomma l’occhio dovrebbe diventare più falso dello schermo, ma tutto la poetica che l’occhio raccoglie se la metti in pagina, quello che hai scritto vola molto più in alto.

“COPPI ULTIMO”. INTERVISTA A MARCO PASTONESI

1 – Chi era il Coppi del suo ultimo anno e soprattutto cosa sarebbe stato il Coppi degli anni ’60 e ’70?

Era uno uomo stanco, che si riempiva di appuntamenti e impegni forse per andare in fuga non più dagli altri corridori ma stavolta da se stesso. Era un uomo diviso e raddoppiato, aveva due famiglie personali e altre due famiglie, quella della nascita e quella del ciclismo. Era un uomo e non solo un mito, una leggenda, un campione, il Campionissimo. Sarebbe stato un manager: aveva idee, intuzioni, voglie, si poneva obiettivi, mete, altri traguardi, possedeva una sana cultura contadina.

2- Coppi nel tuo libro è un sole e intorno a lui decine e decine di pianeti vorticano. Al di là delle vittorie e della grandezza sportiva, che hanno toccato tantissimi campioni, perché alcuni campioni dello sport, come Coppi, hanno un’aurea così forte da influire sulle traiettorie di vita altrui?

Era un uomo generoso (anche se qualche caso contrario c’è stato, come riferito da Renzo Zanazzi), aperto, sofferto. Era un uomo che ce l’aveva fatta e quelli come lui lo sapevano e lo apprezzavano. E aveva accompagnato tutti gli italiani prima e dopo la guerra, fino all’alba del boom economico. Coppi era l’immagine bella dell’Italia che aveva scalato salite misteriose e finalmente scollinava.

3 – Il tuo libro a un certo punto esplode in mille coriandoli di ricordi e testimonianze dirette. C’è un documentario bellissimo che si chiama “Beatles Stories” e fa parlare centinaia di persone che per un motivo importante o per uno futile hanno avuto un contatto con i Beatles. Il tuo libro mi ha fatto ripensare a questo documentario e al fatto che ci siano alcune persone che marchiano i ricordi con una potenza immaginativa davvero speciale. Come te lo spieghi?

Dov’eravamo l’11 settembre? Uguale: dove erano quando furono trafitti dalla notizia della morte di Fausto Coppi? Coppi era entrato nella vita dell’Italia e degli italiani (e non solo). Era stata un’apparizione, una folgorazione, un’illuminazione, e quel preciso istante viene ricordato da tutti in maniera indelebile. Una corsa, una scampanata, un incontro casuale o un appuntamento inseguito, una voce alla radio o un articolo di giornale, una bicicletta o un paracarro.

4 – Parli di un Coppi molto “campione dell’oggi” in realtà, in quanto errante in mille luoghi ed errabondo nell’animo. Pensi sia una lettura corretta o il magnete Castellania alla fine lo avrebbe in qualche modo sopraffatto e fatto tornare, stabile e ottocentesco, alla sua terra.

Sarebbe tornato a casa. Sarebbe rimasto a casa. Anche se con villa a Novi Ligure o appartamento a Milano, anche se con la valigia in mano e il passaporto in tasca, anche se riprodotto su lamette da barba o su marchi di biciclette. Castellania è Coppi e Coppi è Castellania, tant’è che oggi quelle quattro case in cima a una collina si chiamano proprio così: Castellania-Coppi.

5 – Da quello che scrivi emerge un Coppi che pensa molto al futuro, personale e del suo sport. Come pensi stesse immaginando in quel momento Coppi il ciclismo dei successivi 30 anni?

Aveva sentito che la bicicletta non sarebbe mai stata abbandonata, ma sarebbe sempre rinata. Aveva intenzione di esportare le sue biciclette in Africa, quarant’anni prima di quello che avrebbe poi fatto Tom Ritchey, l’inventore delle mountain bike, con le sue bici-cargo in Rwanda.

6 – Mi interessa tanto la figura di Meo Venturelli, di cui hai scritto anche “Meo volava”, altro libro molto bello. Cosa aveva visto Coppi in questo giovane ciclista che considerava in un certo senso il suo delfino?

Aveva visto le stimmate del campione, ma anche la leggerezza, la spensieratezza, l’incoscienza, le trasgressioni che lui non aveva avuto il coraggio di adottare o affrontare. Coppi era stato un monaco, Venturelli un eretico. Coppi era stato un ambasciatore, Venturelli un demonio. Coppi sorrideva, Venturelli moriva dal ridere. Coppi si preoccupava, Venturelli se ne fregava. Fra i due c’era un’intesa epidermica e allo stesso tempo sentimentale.

7 – Coppi forse è l’unico campione sportivo italiano in cui nel mondo ci si toglie davvero il cappello. Calpesta con entrambi i piedi il terreno del mito perché non ne abbiamo visto la decadenza, perché ha rivoluzionato il suo sport o perché è deflagrato in un momento in cui molti erano senza punti di riferimento e in qualche modo lo hanno trovato in questo meraviglioso ciclista?

Tutto questo, e altro ancora. Coppi è diventato un personaggio letterario. Tutti hanno contribuito a renderlo anche più grande di quello che era. Nella geografia e nella storia, nello sport e nella scienza, nella letteratura – appunto – e nella poesia. Coppi è un padre della patria, un Garibaldi a due ruote.

8 – Non voglio fare il tuo agente letterario, ma mi devi promettere che ci pensi. Il 24 e 25 ottobre 1942 Milano è squassata dal primo fitto e potente bombardamento aereo da parte delle Forze alleate. Il 7 novembre Coppi stabilisce il nuovo record dell’ora al Vigorelli. È una storia che devi farci la grazia di raccontare.

Grazie, Jvan, per la (sovra)stima, ma lo hanno già fatto. Mauro Colombo, “L’ora del Fausto”, Ediciclo, 2013.

Dovrò leggerlo.