CI RACCONTI COS’ERA IL LUNA PARK DI BUENOS AIRES? – DARIO TORROMEO

UNA DOMANDA. Ho pensato di fare una sola domanda ai migliori giornalisti e scrittori sportivi che abbiamo in Italia. Inizio con il peso supermassimo della boxe, Dario Torromeo, al quale ho semplicemente chiesto “CI RACCONTI COS’ERA IL LUNA PARK DI BUENOS AIRES?” E Dario ha tirato fuori questo gioiello. Solo chi è stato lì può raccontarlo in questo modo.

“Tito, dimmi quanto”.“Quanto cosa?”“Quanto sei famoso in Argentina?”.“Dario, facciamo una scommessa. Tu mi spedisci una cartolina, come indirizzo metti Tito Lectoure, Buenos Aires. Se mi arriva, offri una cena. Altrimenti, pago io”.Juan Carlos “Tito” Lectoure è stato il più importante manager dell’America Latina. È stato soprattutto il boss del Luna Park di Buenos Aires dal 1956 al 2000. Un’Arena ereditata dallo zio Josè che, assieme al socio Ismael Pace, l’aveva inaugurata il 5 marzo del ‘32.Tito era nato nel ’36, nella casa dei genitori. La famiglia Lectoure viveva da tempo nel barrio di Balvanera, a pochi passi dal mercado de Agosto dove era cresciuto Carlos Gardel. Il Luna Park sarebbe diventato la casa dell’artista. Ne avrebbe onorato la scomparsa, a fine giugno del ’35, trasformandosi in camera ardente. Ogni anno lo avrebbe celebrato nel “Giorno del tango”, in cartellone l’11 dicembre: il giorno della nascita del musicista.Le riunioni di pugilato si svolgevano rigorosamente di sabato, per tradizione e convenienza. Era la scelta migliore per portare gente al botteghino. Con il tempo il Luna Park avrebbe però aumentato il ritmo degli spettacoli. Due a settimana: il mercoledì, con il programma ripreso in diretta tv, e ancora il sabato. Tito ne avrebbe gestito l’attività per più di quarant’anni, con oltre tremila appuntamenti pugilistici. Durante la settimana riusciva a fare allenare contemporaneamente fino a cento pugili. Ma quello stadio non ospitava solo la boxe. Negli altri giorni c’era il circo, il pattinaggio su ghiaccio, i concerti rock e addirittura gli Harlem Globetrotters. Un Palazzo dello Sport diventa famoso per il talento dei protagonisti che recitano in quello spazio. Uomini che con le loro imprese fissano i ricordi nel cuore della gente. Poi, anche quando ci hanno lasciato per sempre, grazie alla magia del passaparola, continuano a vivere nei racconti di chi li ha visti combattere.E di eroi con i guantoni il Luna Park ne ha celebrati tanti.Carlos Monzon, ad esempio.Era l’11 novembre del ’72.Benny Bad Briscoe veniva ancora una volta in casa del nemico per prendersi quello che pensava gli appartenesse. Nato ad Atlanta, residente a Filadelfia. Lavorava otto ore al giorno per il comune. Prima impegnato nella derattizzazione, poi nella raccolta rifiuti.“Come uccidevamo i topi? Li chiudevamo in una stanza, poi andavamo a cacciarli con una mazza da baseball e li schiacciavamo”.Era un po’ quello che, perdonatemi la durezza del linguaggio, cercava di fare con i rivali. Li chiudeva in un angolo del ring e tirava randellate fino a quando quelli non andavano giù. Briscoe inseguiva il mondiale dei medi, Monzon lo difendeva.Pioveva forte, acqua a secchiate su Buenos Aires. C’era poca gente quella notte al Luna Park.Il destro era arrivato veloce, preciso, potente, distruttore.Aveva centrato Monzon al volto.E allora Briscoe aveva cominciato a cercare freneticamente un angolo, uno spiraglio. Gli servivano per mettersi in pari con tutto quello che la vita fino a quel momento gli aveva negato. Era vicino al titolo come non lo era mai stato. Monzon era scosso, debole. Un altro destro, un altro ancora. Venti secondi alla fine del nono round. Un’eternità per un pugile in sofferenza.Erano mille e cinquecento gli spettatori che avevano sfidato la pioggia. Adesso urlavano, muovevano le braccia, saltavano sulle sedie, incitavano l’argentino. Ma lui sapeva benissimo che sarebbe stato inutile. Come sempre, poteva contare solo su se stesso. Nessuno è solo come un pugile sul ring.“In quegli attimi di confusione, di annebbiamento, vedevo davanti a me due Briscoe. Uno a destra, l’altro a sinistra. Due immagini confuse. Ho scelto quello a destra, mi è andata bene. L’ho colpito e ho capito che avrei recuperato e portato a casa anche quel match. Così è stato”.

Monzon non si era mai sentito amato al Luna Park.Rodolfo Sabbatini mi raccontava che, quando era volato a Buenos Aires e aveva proposto a Tito Lectoure un contratto per portare Carlos a Roma contro Nino Benvenuti, il boss non ci aveva pensato su più di due secondi.“Si può fare. Monzon non è certamente il pugile che mi riempie il Luna Park”.Il giovanotto veniva di Santa Fè e a comandare, nella boxe come nella vita, erano quelli della Capitale.“Quasi nessuno pensava a una sua possibilità di vittoria, andava in Italia a perdere”, dirà Carlos Losauro, all’epoca capo della redazione sportiva de “La Nacion”. A Buenos Aires faticavano a volergli bene.Non è un caso che tredici dei suoi quindici mondiali, Carlos li abbia disputati lontano dal mitico impianto.Tra Nicolino Locche e il Luna Park è stato subito amore. Il radar umano ha vissuto su quel ring cinque vittoriose difese del titolo superleggeri Wba. Lui era quello che intercettava i pugni degli avversari prima che potessero sfiorarlo. Per questo lo chiamavano El intoccabile, l’intoccabile. Detestava prendere colpi, li evitava con spostamenti millimetrici del corpo, li deviava con abili movimenti delle braccia. Artista della schivata e del gioco di gambe. Ballerino capace di muoversi disegnando le figure di un tanguero. Il Luna Park impazziva per lui. Quando combatteva, la gioia prendeva il sopravvento sul dramma della boxe.Padre e madre italiani, famiglia numerosa. Una leggenda costruita attorno al suo nome. Fumava Cigarillo Traicionero più volte al giorno, anche pochi minuti prima del match. Anche nello spogliatoio. Quattro tiri e via. Sigaretta e pisolino prima di infilare i guantoni e andare verso il ring. Mano sinistra fantastica, un professore. L’Argentina lo venerava come un dio e il tempio dove praticare quella religione era il mitico Luna Park.Era la notte del 4 settembre ‘65.L’Arena era piena come non lo era mai stata, c’erano almeno ventitremila spettatori. Undicimila avevano trovato posto a sedere, gli altri se ne stavano pigiati gli uni sugli altri, in piedi, nel parterre, sulle gradinate, in ogni spazio vuoto. Ovunque.Sul ring Avenamar Peralta e Oscar Ringo Bonavena, si battevano per il titolo argentino dei pesi massimi.Il primo si era esibito a lungo nella categoria inferiore, l’altro era un vero toro. Un personaggio entrato nel cuore dell’Argentina intera. Donnaiolo impenitente, amante della vita notturna e frequentatore di locali malfamati. Morirà ancora giovane. Ucciso da Ross Brymer, un buttafuori del bordello Mustang Ranch e guardaspalle del suo ex-manager americano Joe Conforte. Il movente del delitto non sarà mai del tutto chiarito, ma sembra che alla base ci fosse la gelosia di Conforte per una relazione che la moglie Sally avrebbe avuto con il campione argentino.

Peralta andava giù al quinto round, ma alla fine vinceva la battaglia, largamente, ai punti.Il Luna Park era il campo dei miracoli per chi amava la boxe. Lì qualsiasi cosa poteva accadere. Era il Madison Square Garden del sud. In quell’Arena si sono esibiti anche Horacio Accavallo, Santos Laciar, Sergio Victor Palma, Gustavo Ballas, Juan Domingo Roldan. La storia del pugilato argentino, e in generale quella di molti protagonisti americani, è passata da quell’impianto. Ho sempre visto il ring come una sorta di palcoscenico su cui si muovono artisti che mettono in scena drammi a tinte forti. Sul quadrato i pugili, attori o ballerini a seconda del ruolo che scelgono di interpretare, recitano il testo più difficile. Recitano la vita.Il Luna Park è stato per decenni la sede naturale di questa rappresentazione. Un teatro in cui andavano in scena sogni, illusioni, progetti e drammi. Dolore e gioia si mescolavano naturalmente.Salire sul ring del Luna Park era già un successo. Ma solo quando scendevi quei gradini sapevi se avresti potuto continuare a recitare nella magica Arena, nel regno del boss Tito Lectoure.
A proposito. La cena l’ho pagata io.

INTERVISTA A MARCO CIRIELLO, AUTORE DI “MARADONA È AMICO MIO”

Si è scritto tanto di Maradona e Diego nell’ultimo mese. Per questo motivo ho intervistato Marco Ciriello, per parlare del suo Maradona è amico mio”, 66thand2nd Edizioni, proponendo di discuterne attraverso delle parole chiave che ritrovo nel libro stesso e che in un certo senso muovono il rapporto fra Maradona, Napoli, il calcio, la storia personale dell’autore.

La prima parola è SOLITUDINE. Emerge dal libro e dalle storie intrecciate quella enorme di Diego e quella magari piccola per gli altri, ma ancora più grande per te, che è appunto la tua solitudine personale. Tutti oggi dicono che Maradona è morto solo, nonostante avesse vissuto una vita in mezzo al popolo o a delle tribù. Perché pensi sia successo e quanto è potente per il tuo modo di vedere il mondo la tua solitudine?

Maradona è sempre stato solo, come erano soli Carlo e Alessandro Magno, come era solo Adriano – raccontato dalla Yourcenar –, come erano soli Lenin e Castro. Era solo Muhammad Ali, era solo George Best, e posso continuare per altri quattro cinque nomi ancora. Era sola Marilyn Monroe, ed erano soli i suoi Kennedy, era solo Ernest Hemingway ed era solo Frank Sinatra come Kurt Cobain. Non conta il numero di cortigiani. Se vai oltre te stesso, per forza di cose rimani da solo, e ti metti a cercare qualcuno che anche solo per un attimo ti possa tenere compagnia. Per fare la storia hai bisogno di te stesso, per avere te stesso devi isolarti, isolandoti paghi un prezzo altissimo, che si chiami dipendenza o sperpero, assolutismo ideologico o ossessione geografico-territoriale.

La seconda parola è GENIO. Il genio maradoniano è stato tanti estremi diversi. Il genio vive solo ai confini o è ovunque, basta riconoscerlo e alimentarlo di talento, allenamento, innesco e Storia?

Carmelo Bene diceva: “Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può”. Maradona ha fatto quello che ha potuto, con quello che si è trovato, che, spesso era poco o niente. Il suo genio si è manifestato anche fuori dal campo, e per capirlo bisogna guardare a Pelé che si lucida il monumento da mezzo secolo, mentre Maradona ha provato a distruggere il suo. A parte uscire dal campo e provare a tornarci come una autentica dipendenza – quella sì –, a parte vivere la palla come un amore infinito, al quale tornare con tutto quello che la ricorda, Maradona poteva essere moltissime altre cose: da un leader politico a uno showman, ma è stato soprattutto sempre un ragazzo, persino quando il corpo l’ha rallentato, quando le parole si impastavano, ha conservato la scintilla del ragazzo, e un ragazzo ha sempre mille cose da fare e da sbagliare, lasciando sempre le cose a metà proprio perché non legato al tempo, convinto che tutto possa sempre avere un seguito. Maradona ha vissuto dando del tu all’eterno, fin da quando giocava – non visto – a Villa Fiorito, è questa una delle tesi borgesiane del mio libro. Il genio lo sa e sopporta il suo sapere, provando a realizzare quello che già conosce.

Terza parola: CORPO. Credo che Maradona sia stato così grande da un punto di vista sportivo per il suo corpo da freak. Aveva l’equilibrio massimo possibile ed è tutto per un determinato tipo di calcio. Ma il suo corpo è anche la serie tv più seguita della sua esistenza. In ogni puntata quel corpo forniva un colpo di scena. Che riflessioni fai sul corpo di Maradona?

Ne parlo per tutto il libro, il suo corpo è stato una giostra, lo ha allargato e ristretto di continuo, una volta ho scritto – con grande scalpore della agenzia El Telam – che l’ha usato come  James Dean usava la sua Porsche. Maradona era elastico, una specie di Yuri Chechi di caucciù, un po’ supereroe un po’ stregone. A vederlo da vicino non sembrava che un corpo così piccolo potesse contenere tutta quella magia e quella forza. Poi ci sono le mutazioni che vanno dalla testa – pensa ai capelli, solo su quello si può fare un romanzo andando oltre tutti i tagli che evoca Nino Manfredi in “Straziami ma di baci saziami” di Dino Risi – ma anche alla caviglia che si riprende dopo l’incidente, passando per la fame sessuale, fino ad arrivare a questo cuore costretto a fare sempre gli straordinari tra atletismo e cocaina. In pratica Maradona è a-umano, un esperimento irripetibile frutto delle privazioni dell’infanzia e della capacità d’immaginarsi altro da sé e dal contesto che l’ha prodotto. In questo il paragone è con quel palestinese che nasce in una stalla e mette in discussione la legge del tempio. Qua c’è anche l’imperdonabilità dell’ascesa e della metamorfosi. Pensa se fosse stato anche bello come il palestinese e se invece di drogarsi avrebbe moltiplicato anche i pani oltre i gol.

PASSATO. Tanti hanno pianto per Maradona morto perché gli ricordava un passato, il loro personale passato. Perché alcune figure addensano significati come una sorta di calamita con la polvere di ferro? In un attimo, come diceva anche Pasolini della morte, queste figure riescono a farci ricostruire un percorso di senso del tutto personale, a cui tutti pensano e del quale appunto hanno malinconia.

L’Occidente si sta svuotando dai riti, ne ha tantissimi come le nuove categorie della boxe, perdendo così quelli principali. Alcune morti riescono a vincere questa tendenza e ci riportano al passato. Quella di Maradona è come la morte di un re greco, persiano, o come quello del re portoghese Dom Sebastião di cui parla Mario Vargas Llosa. C’è un prima e un dopo, ed è possibile questo prima e dopo perché l’uomo che muore ha rappresentato qualcosa, non è solo stato un rito stanco, un passaggio, un’emozione da consumare, un prodotto da acquistare, no, ha creato un’appartenenza, che ha messo radici, e questa appartenenza passa per la metamorfosi. Diego non è un destinato da una famiglia reale, non è il rampollo a capo di una multinazionale, no, è pre-destinato che dalla nullità arriva alla deità. Il suo percorso biografico è favola. Un povero che ce la fa, e non imbrogliando, no. Ce la fa con la purezza del gesto. È solo con la palla. Come i cavalieri con la spada. Il resto è racconto che gli corre dietro.

FUTURO. Hai già immaginato il futuro che verrà destinato a Maradona? Il più grande, il drogato, l’assassinato dai farmaci, il gol di mano, il gol del secolo, la lotta per l’eredità. In che modo parleremo di lui tra due anni?

Premessa: quelli che separano, distinguono, cavillano, sono dei cretini o peggio delle persone banali, incapaci di capire. Non si può andare al concerto dei Metallica  e chiedere loro di abbassare il volume, se ci vai accetti le condizioni di quel concerto. O non puoi chiedere al Tarantino di Pulp Fiction di darsi una cronologia. Capisci che è una richiesta illogica proprio quando vuoi imporre la logica elementare. Maradona è un prodotto di Vonnegut, è elementare nella sua illogicità. Maradona è l’applicazione del Comma 22: si droga perché eccede nello sport, ed eccedendo si trova in una solitudine assoluta, che è l’oltrenoia zeusiana.

LUI E TE. Il tuo libro è del 2018. Oggi Maradona è morto. Come cambierà la splendida rete di relazioni che hai descritto nel libro?

Non cambia, si infittisce, si rinnova. Quando pensavo di non doverne scrivere più, si è riaccesa la voglia e mi sono arrivate mille richieste, alle quali piano piano sto rispondendo. La morte costringe ai bilanci, scioglie i nodi e crea legami indissolubili perché passano per l’eternità o quasi. Nel caso di Maradona siamo davanti alla ziggurat di Ur già in vita, che in morte cresce a dismisura e ti costringe a riprendere le misure, a riguardare gli spazi, a ritornare a sul posto, a ri-fotografare e ri-disegnare, a chiederti: l’avevo capito? In poche parole Maradona mi costringe al gioco del mondo: rifare quando pensavo d’aver finito. Non succede sempre.

UN ANNO, UNA CITTÀ, UNA SQUADRA: NAPOLI, MAGGIO 1990

La notte dei festeggiamenti dello scudetto furono interrotti a Forcella per un augurio comunitario. Nel silenzio una voce risuonò: “Un applauso a Gemma!” E più diecimila persone partirono con un applauso portentoso. Gemma era la figlia del Re, Luigi Giuliano, detto anche Loigino (forse locuzione con sound partenopeo di “Love you Gino”, classico refrain delle turiste americane sedotte e abbandonate). Il matrimonio di Gemma doveva esserci nella primavera del 1989, ma il 3 marzo gli agenti rovinarono i preparativi. Fu arrestato Luigi per un anno e poi rilasciato perché l’accusa di omicidio per cui quel giorno gli agenti bussarono alla porta, non sussisteva. Un anno dopo, il giorno successivo alla vittoria del secondo scudetto, Gemma finalmente entra nella Chiesa di Santa Maria della Pace in via Tribunali in mezzo migliaia di persone festanti. Alla festa organizzata a “Le Cascine” di Posillipo era invitato anche Maradona. Ma nessuno ha mai capito se ci è andato. Di sicuro si sa che Loigino stesso querelerà la trasmissione “Samarcanda” perché parlando del matrimonio di sua figlia ha impostato un’intera puntata sul rapporto fra politica e camorra.

Se questo succedeva a Forcella, alla Sanità si mostra dopo un po’ di mesi di assenza il Ministro dell’Interno, Antonio Gava, un momento importante per lui in questa fase pre-elettorale. Il 6 e 7 maggio si sarebbe votato per delle amministrative decisive in una fase di riassetto complessivo dello scenario partitico italiano e bisognava andare a segnare il territorio. Il palco viene montato dal mattino, ma il comizio inizia alle 18 con tanti saluti di candidati e altre figure. Ma tutti attendono ‘O Ministro, che appare, mentre la folla vuole toccarlo e consegnargli lettere in cui c’è la speranza di cambiare la propria vita. Parla di tutto e a un certo punto urla una frase interessante: “Con l’89 è finita la Terza Guerra Mondiale!”. Lo fa con l’impeto del vincitore. Non può ancora capire che alla Quarta quelli come lui non saranno invitati a partecipare. Dopo 40 minuti se ne va, fra gli applausi. Ma accanto alla Chiesa di Santa Maria c’è uno striscione, che dice: “Siamo alle solite, promettono di tutto pur di avere un voto”.



Dopo Forcella e Sanità, Vienna, dove un altro protagonista di quella Napoli, Maradona, dice la sua. Sembrano parole dette dal solito piccolo capopopolo, che non porteranno poi ad alcuna conseguenza. E invece le stesse, due mesi dopo, diventeranno la pietra dello scandalo. Maradona dice ai giornalisti: “Lo scudetto che abbiamo conquistato è una rivincita mia e di Napoli sul nord e sul razzismo che c’ è in Italia”. Appuntatevi la frase perché più in là serve.
Diego è a Vienna per l’amichevole Austria-Argentina e, come sempre è accaduto per i Mondiali, arriva prima, in forma e carico come una molla.
Godetevi questo assist di Diego e gol di Burruchaga.

Nel clima di festa post-scudetto della squadra di Bigon, solo due brutte facce. La prima è quella di Giuliani Giuliani, scaricato per far posto a Giovanni Galli. Già è brutto essere scaricato dalla squadra con cui hai appena vinto lo scudetto ma farlo per prendere un portiere che è nella stessa batteria del tuo manager (Moreno Roggi. Il termine procuratore non appare mai), fa ancora più brutto. Il secondo è Carnevale, che decide definitivamente di andare a Roma dove ritrova in panchina Ottavio Bianchi.

Il 5 maggio la terra in Campania trema di nuovo e il ricordo di 10 anni prima è fatale a Rosa Giordano, una signora di Baronissi, a pochi chilometri da dove sono cresciuto, che muore d’infarto. Il sisma è del quarto grado della scala Mercalli e i danni sono pochi. Chi ha paura davvero sono gli operai che stanno ristrutturando il San Paolo, ma anche io ricordo perfettamente di essere andato sotto il tavolo anche se continuavo a mangiare un tegolino.

In quei giorni inizia a palesarsi un problema che poi diventerà cronico e pericoloso. Una decina di donne, al Rione Traiano, bruciano i sacchetti dell’immondizia. Protestano contro lo sciopero degli autisti della società addetta alla raccolta. In una settimana di non raccolta si sono accumulati cinquemila tonnellate di rifiuti in tutta la città. Inizia in quei mesi l’intreccio a dir poco putrido fra società della nettezza urbana, camorra e politica che marchierà a fuoco Napoli e la Campania negli anni a venire.  

Il 6 e 7 maggio si vota ed è un disastro. O meglio ancora un segnale, che però pochi colgono. Il 13,7% degli elettori non hanno votato, -2,6% rispetto alle Politiche del 1987, -3,4% rispetto alle Regionali 1985. I partiti in Italia stanno iniziando a perdere valore e senso. A Napoli ancora peggio. L’astensione ha toccato il 30%. E non basta: degli 829mila aventi diritto al voto in città si sono presentati solo in 624mila, per poi scoprire che quasi 200mila per annullare il voto o depositare scheda bianca nell’urna. La politica inizia ad essere una cosa lontana, né un sogno per un posto migliore, né una scorciatoia per scacciare i guai. Semplicemente sta diventando inservibile.

Ma tra poche settimane l’Italia ospiterà uno degli eventi più seguiti al mondo. Non è il momento di deprimersi. In realtà c’è altro che farebbe deprimere, gli stadi. In un’inchiesta di La Repubblica del 16 maggio, quindi a 23 giorni da Argentina-Camerun, si scopre che tutti gli stadi sono ancora non completati. A Napoli si deve allestire ancora la pista d’atletica, la tribuna stampa e procedere con tutta una serie di interventi minori. Fuori dallo stadio è peggio, con la linea tranviaria rapida che in pratica non esiste ancora.
Non per essere disfattisti ma è tutta la Napoli di allora che gronda schifezze. Muore un anziano perché è in coda alla Posta per ritirare la pensione. Ci sono pochi poliziotti, il che vuol dire che arrivano pochi soldi scortati alle Poste. Chi non è in prima fila rischia di dover tornare i giorni successivi. Quando le Poste aprono le porte la ressa è indescrivibile. In questa ressa perde la vita Alfonso Bonifacio, di 83 anni.
Gli interventi chirurgici al Loreto Mare sono stati sospesi perché mancavano i guanti sterili. E in tutto questo la camorra, che fredda Gennaro Pandolfi e suo figlio, Nunzio, di 21 mesi in un assalto killer. Don Franco Rapullino, parroco di Santa Maria della Pace ai Tribunali, durante l’omelia sputa fuori con un grido estremo l’impossibilità di vivere in queste condizioni: “Fuitevenne ‘ a Napule. Questa città ammazza i nostri figli”, grida, con una cappa grigia di silenzio che avvolge tutto.
Si bravi, ricordate bene. È la stessa chiesa del matrimonio di Gemma, la figlia di Loigino. Il parroco ha le palle anche di non distribuire l’eucarestia. Solo se gli animi degli uomini cambiano ha un senso far entrare Cristo dentro di sé.

Ricordate anche l’acqua marrone che ormai da mesi esce dai rubinetti di alcune case di Napoli? In realtà è dal 1978 che le acque napoletane sono piene di manganese, ferro e nitrati a volontà. Ecco, c’è voluto un summit con quattro ministri per cercare di risolvere. Sono messe sul tavolo subito idee brillanti e piene di dettagli, ma quando qualcuno ha detto che le tubature sono quelle borboniche è calato il silenzio.
In strada si grida che senza acqua pulita verranno bloccate le partite dei Mondiali. Bel clima.

Intanto il 26 maggio la Romania arriva in città (per adesso senza Belodedici, il quale aveva dato ok al ritorno, dopo la fuga in Jugoslavia nel 1988. Ma a Napoli ancora non si è presentato.). Italia ’90 è davvero alle porte.


602 17 DE MAYO, USHUAIA, TERRA DEL FUOCO

Tanta gente mi chiede com’è vivere alla fine del mondo. Non saprei, faccio tutto quello che fate anche voi.
Mi alzo dal letto, piscio, mi lavo la faccia, mi lavo i denti, mi guardo allo specchio, mi faccio schifo, mi lavo il culo, mi riscaldo il latte, faccio colazione, mi spoglio, mi vesto, metto le scarpe, saluto chi devo salutare, apro la porta, esco, aspetto il bus (come sto facendo adesso), salgo sul bus, guardo fuori dal finestrone, arrivo al lavoro, saluto i colleghi, accendo il computer, inizio a lavorare, invio mail, rispondo alle mail, faccio pausa pranzo, mangio un panino, bevo acqua, vado in bagno, mi rilavo di denti, riaccendo il computer, rimando email, riricevo email, spengo il computer, saluto i colleghi, aspetto il bus (come faccio adesso ma per 6 mesi è buio), prendo il bus, guardo fuori dal finestrone, scendo dal bus, entro in casa, mi tolgo il cappotto, mi tolgo le scarpe, indosso le pantofole, accendo il gas, metto a riscaldare la cena, faccio sedere i miei figli, saluto mio marito, metto in tavola la cena, mi siedo, ceno, sto sul divano con i bambini, metto a letto i bambini, sto sul divano con mio marito, caco, vado a letto, do la buona notte a mio marito, appoggio la testa sul cuscino, dormo.
Niente di particolarmente strano o diverso da tutti voi.
No, in realtà c’è una cosa diversa rispetto a voi: mi piace vestirmi da Sally Yumeno e guadagnare soldi su internet mentre mi masturbo.
Ma lo faccio solo nei giorni festivi.