LA LETTURA: ITALIA-TURCHIA

Non è nemmeno così facile parlare di un esordio europeo giocato in questo modo. Io non ricordo esordi del genere, per arrivare a queste consapevolezze nel gioco e nella forza individuale abbiamo sempre aspettato di passare il girone, almeno da quando ho contezza della realtà. L’Italia però gioca così da due anni e la cosa importante è l’aver continuato a farlo anche in questo contesto più probante.
Nel primo tempo la partita è stata il classico match contro una disposizione a testuggine centrale, pensata per farci andare sull’esterno. Şenol Güneş l’aveva costruita così, perché sapeva che non avevamo esterni capaci di saltare l’uomo e tenere il contro di palla in velocità per metterci in difficoltà. Questa strategia l’aveva anche sviluppata bene la Turchia, anche se per me osare così poco nel gestire il pallone è un delitto se hai Chalanoglu e Yazici in squadra.
Per segnare nel primo tempo serviva o l’esterno di cui sopra, trovare un gran tiro dalla distanza oppure muovere così velocemente la palla da dare a un nostro esterno entrante nel campo la possibilità rifinire per Immobile. La palla si muoveva lenta e non abbiamo il rifinitore che ha la visione folle capace di fare da solo. In questa squadra c’è questo problema.
Nel secondo tempo qualcuno negli spogliatoi avrà detto a Locatelli che bastava essere tesi per un esordio così importante e appena ha osato un passaggio non orizzontale e sicuro, ma tagliando in verticale verso la linea avanzata, siamo andati in porta.
Da lì poi c’è stata ancora meno partita, perché la Turchia si è disunita, senza però avere il coraggio di palleggiare, noi abbiamo preso coraggio e andavamo facile in porta.
Dove si vede l’allenatore bravo che sa leggere le partite. Loro ingolfavano il centro, noi avevamo i due esterni che vogliono entrare nel campo per giocare sul piede forte, a sinistra Spinazzola spingeva e faceva paura, a destra Florenzi si accavallava nel mezzo spazio con Berardi. Se sai leggere la partita, metti un esterno che si apre in fascia e ti dà aria alla manovra. Mancini mette dentro Di Lorenzo e la partita cambia.

INTERVISTA A MARCO CIRIELLO, AUTORE DI “MARADONA È AMICO MIO”

Si è scritto tanto di Maradona e Diego nell’ultimo mese. Per questo motivo ho intervistato Marco Ciriello, per parlare del suo Maradona è amico mio”, 66thand2nd Edizioni, proponendo di discuterne attraverso delle parole chiave che ritrovo nel libro stesso e che in un certo senso muovono il rapporto fra Maradona, Napoli, il calcio, la storia personale dell’autore.

La prima parola è SOLITUDINE. Emerge dal libro e dalle storie intrecciate quella enorme di Diego e quella magari piccola per gli altri, ma ancora più grande per te, che è appunto la tua solitudine personale. Tutti oggi dicono che Maradona è morto solo, nonostante avesse vissuto una vita in mezzo al popolo o a delle tribù. Perché pensi sia successo e quanto è potente per il tuo modo di vedere il mondo la tua solitudine?

Maradona è sempre stato solo, come erano soli Carlo e Alessandro Magno, come era solo Adriano – raccontato dalla Yourcenar –, come erano soli Lenin e Castro. Era solo Muhammad Ali, era solo George Best, e posso continuare per altri quattro cinque nomi ancora. Era sola Marilyn Monroe, ed erano soli i suoi Kennedy, era solo Ernest Hemingway ed era solo Frank Sinatra come Kurt Cobain. Non conta il numero di cortigiani. Se vai oltre te stesso, per forza di cose rimani da solo, e ti metti a cercare qualcuno che anche solo per un attimo ti possa tenere compagnia. Per fare la storia hai bisogno di te stesso, per avere te stesso devi isolarti, isolandoti paghi un prezzo altissimo, che si chiami dipendenza o sperpero, assolutismo ideologico o ossessione geografico-territoriale.

La seconda parola è GENIO. Il genio maradoniano è stato tanti estremi diversi. Il genio vive solo ai confini o è ovunque, basta riconoscerlo e alimentarlo di talento, allenamento, innesco e Storia?

Carmelo Bene diceva: “Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può”. Maradona ha fatto quello che ha potuto, con quello che si è trovato, che, spesso era poco o niente. Il suo genio si è manifestato anche fuori dal campo, e per capirlo bisogna guardare a Pelé che si lucida il monumento da mezzo secolo, mentre Maradona ha provato a distruggere il suo. A parte uscire dal campo e provare a tornarci come una autentica dipendenza – quella sì –, a parte vivere la palla come un amore infinito, al quale tornare con tutto quello che la ricorda, Maradona poteva essere moltissime altre cose: da un leader politico a uno showman, ma è stato soprattutto sempre un ragazzo, persino quando il corpo l’ha rallentato, quando le parole si impastavano, ha conservato la scintilla del ragazzo, e un ragazzo ha sempre mille cose da fare e da sbagliare, lasciando sempre le cose a metà proprio perché non legato al tempo, convinto che tutto possa sempre avere un seguito. Maradona ha vissuto dando del tu all’eterno, fin da quando giocava – non visto – a Villa Fiorito, è questa una delle tesi borgesiane del mio libro. Il genio lo sa e sopporta il suo sapere, provando a realizzare quello che già conosce.

Terza parola: CORPO. Credo che Maradona sia stato così grande da un punto di vista sportivo per il suo corpo da freak. Aveva l’equilibrio massimo possibile ed è tutto per un determinato tipo di calcio. Ma il suo corpo è anche la serie tv più seguita della sua esistenza. In ogni puntata quel corpo forniva un colpo di scena. Che riflessioni fai sul corpo di Maradona?

Ne parlo per tutto il libro, il suo corpo è stato una giostra, lo ha allargato e ristretto di continuo, una volta ho scritto – con grande scalpore della agenzia El Telam – che l’ha usato come  James Dean usava la sua Porsche. Maradona era elastico, una specie di Yuri Chechi di caucciù, un po’ supereroe un po’ stregone. A vederlo da vicino non sembrava che un corpo così piccolo potesse contenere tutta quella magia e quella forza. Poi ci sono le mutazioni che vanno dalla testa – pensa ai capelli, solo su quello si può fare un romanzo andando oltre tutti i tagli che evoca Nino Manfredi in “Straziami ma di baci saziami” di Dino Risi – ma anche alla caviglia che si riprende dopo l’incidente, passando per la fame sessuale, fino ad arrivare a questo cuore costretto a fare sempre gli straordinari tra atletismo e cocaina. In pratica Maradona è a-umano, un esperimento irripetibile frutto delle privazioni dell’infanzia e della capacità d’immaginarsi altro da sé e dal contesto che l’ha prodotto. In questo il paragone è con quel palestinese che nasce in una stalla e mette in discussione la legge del tempio. Qua c’è anche l’imperdonabilità dell’ascesa e della metamorfosi. Pensa se fosse stato anche bello come il palestinese e se invece di drogarsi avrebbe moltiplicato anche i pani oltre i gol.

PASSATO. Tanti hanno pianto per Maradona morto perché gli ricordava un passato, il loro personale passato. Perché alcune figure addensano significati come una sorta di calamita con la polvere di ferro? In un attimo, come diceva anche Pasolini della morte, queste figure riescono a farci ricostruire un percorso di senso del tutto personale, a cui tutti pensano e del quale appunto hanno malinconia.

L’Occidente si sta svuotando dai riti, ne ha tantissimi come le nuove categorie della boxe, perdendo così quelli principali. Alcune morti riescono a vincere questa tendenza e ci riportano al passato. Quella di Maradona è come la morte di un re greco, persiano, o come quello del re portoghese Dom Sebastião di cui parla Mario Vargas Llosa. C’è un prima e un dopo, ed è possibile questo prima e dopo perché l’uomo che muore ha rappresentato qualcosa, non è solo stato un rito stanco, un passaggio, un’emozione da consumare, un prodotto da acquistare, no, ha creato un’appartenenza, che ha messo radici, e questa appartenenza passa per la metamorfosi. Diego non è un destinato da una famiglia reale, non è il rampollo a capo di una multinazionale, no, è pre-destinato che dalla nullità arriva alla deità. Il suo percorso biografico è favola. Un povero che ce la fa, e non imbrogliando, no. Ce la fa con la purezza del gesto. È solo con la palla. Come i cavalieri con la spada. Il resto è racconto che gli corre dietro.

FUTURO. Hai già immaginato il futuro che verrà destinato a Maradona? Il più grande, il drogato, l’assassinato dai farmaci, il gol di mano, il gol del secolo, la lotta per l’eredità. In che modo parleremo di lui tra due anni?

Premessa: quelli che separano, distinguono, cavillano, sono dei cretini o peggio delle persone banali, incapaci di capire. Non si può andare al concerto dei Metallica  e chiedere loro di abbassare il volume, se ci vai accetti le condizioni di quel concerto. O non puoi chiedere al Tarantino di Pulp Fiction di darsi una cronologia. Capisci che è una richiesta illogica proprio quando vuoi imporre la logica elementare. Maradona è un prodotto di Vonnegut, è elementare nella sua illogicità. Maradona è l’applicazione del Comma 22: si droga perché eccede nello sport, ed eccedendo si trova in una solitudine assoluta, che è l’oltrenoia zeusiana.

LUI E TE. Il tuo libro è del 2018. Oggi Maradona è morto. Come cambierà la splendida rete di relazioni che hai descritto nel libro?

Non cambia, si infittisce, si rinnova. Quando pensavo di non doverne scrivere più, si è riaccesa la voglia e mi sono arrivate mille richieste, alle quali piano piano sto rispondendo. La morte costringe ai bilanci, scioglie i nodi e crea legami indissolubili perché passano per l’eternità o quasi. Nel caso di Maradona siamo davanti alla ziggurat di Ur già in vita, che in morte cresce a dismisura e ti costringe a riprendere le misure, a riguardare gli spazi, a ritornare a sul posto, a ri-fotografare e ri-disegnare, a chiederti: l’avevo capito? In poche parole Maradona mi costringe al gioco del mondo: rifare quando pensavo d’aver finito. Non succede sempre.

RECENSIONE DI “FRAGILE” DI MARCO VAN BASTEN

A me la biografia di Marco van Basten, “Fragile”, è piaciuta molto.
Così scriverebbe Marco van Basten di un libro che gli piace, senza troppe mollezze critiche. Ed è proprio questo che c’è in “Fragile” e che piace anche a me.
È un libro asciutto, che arriva al punto, a volte rigido e da quel che ho capito rispecchia fedelmente la vita e il carattere di chi ne è protagonista. Forse la parte migliore che una biografia alla fine deve darti: un goccio di verità.
C’è un desiderio, c’è una passione, c’è un progetto, ci sono una serie di cose da fare per soddisfare quella passione e realizzare quel progetto. Si fanno, si ha successo. E poi… la caviglia.
Sembra tutto semplice, tutto facilmente incasellabile. Forse Van Basten si dimentica di dire che è Marco Van Basten, con un talento e un’armonia fisica fuori dal comune, ma il fatto che si innamori del pallone da bambino e che con il padre costruisca un percorso per diventare campione non deve farcelo sentire distante, magari solo diverso da noi che non riusciamo a pensare e fare con la stessa qualità. Mi fa impazzire quando quasi glissa riguardo alle vittorie, ne è orgoglioso, lo identificano come uomo oltre che come atleta, ma le mette lì, a punteggiare e non marchiare la sua esistenza. Marco van Basten è tanto altro rispetto alle vittorie e all’atleta pubblico e non ha mai potuto dimostrarlo.
Prima di tutto è fragile da tanti punti di vista. La sua vita è stata fragile, perché gli affetti sono sempre stati distanti, con un padre completamente immerso nel suo successo e una madre, sola in una prima parte e colpita dalla malattia in una seconda fase. La sua carriera è stata fragile, perché sempre in bilico fra successi enormi e cadute rovinose, dovute non solo a lui, perché stiamo parlando di un gioco di squadra, ma che a lui spesso tutti imputavano. E poi è stato fragile il suo corpo, il mezzo per soddisfare la passione e realizzare il progetto di cui si scriveva.
E parlando di questa fragilità, emerge lei, la vera coprotagonista del libro, la parte che lo stesso Van Basten mette al centro del tutto, perché per colpa sua e intorno a lei buona parte dell’essere Marco van Basten privato e pubblico è ruotato: la caviglia destra.
Questo suo insistere su questa parte del corpo, che ha causato e portato alla luce la sua fragilità è la parte migliore del libro. E mi ha fatto anche pensare. Guardiamo ai calciatori, parliamo e scriviamo delle loro parti del corpo come fossero parti di un’automobile, né più né meno. Come le auto e i parafanghi, i calciatori scuotono in noi un desiderio di possesso e un moto d’orgoglio per uno status raggiunto che ci fa stare meglio o peggio.
Ma le ginocchia, le caviglie, i tendini, i legamenti, i polpacci, le anche, i metacarpi, le falangi sono umane troppo umane, non passepartout per una nostra presunta felicità.
Si parla e si scrive troppo poco della carne con cui sono fatti i calciatori. Le loro parti del corpo sembrano solo un impedimento e non l’acceleratore verso le vittorie e i traguardi. Quando si parla di parti del corpo di un calciatore c’è sempre un velo di peccato che emerge, una distanza. Come se non avessero le nostre carni, ma delle ossa e dei muscoli a nostra disposizione, di cui dobbiamo e possiamo chiedere conto in ogni momento. Il corpo del calciatore bene che vada può diventare un oggetto di discussione e non il motore fisiologico di una bellezza atletica.
Marco van Basten ribalta questa visione e mette al centro lei, la caviglia che lo ha allontanato dal calcio ma soprattutto gli procurava dolori intensi, che lo hanno fatto vivere male la sua quotidianità, i rapporti familiari e quelli di amicizia. Ci ha detto, pensate al fatto che per i miei dolori non sorridevo a mia figlia e non alla Coppa dei Campioni che non abbiamo vinto. Questa è, alla fine dei conti, la verità che resta.  

IL CALCIO AI TEMPI DEL TERREMOTO IN IRPINIA DEL 1980

Il 23 novembre 1980 era domenica e come ogni domenica, principalmente in Italia, era giorno di calcio. Alle 19.34 e per i successivi 90 secondi per un’ampia area che copre buona parte della Campania e della Basilicata divenne il giorno del terrore più cupo e indimenticabile, perché un terremoto di una potenza inaudita (10 gradi della scala Mercalli) distrusse più di 2500 vite e storie.
Io ho vissuto in un paese colpito dal sisma e vi posso assicurare che a distanza di decenni quella paura era ancora tangibile. Poiché le scosse continuarono per anni, i giovani del mio paese lo chiamavano Terry, ma era solo per pensare al futuro e non bloccarsi senza neanche poter respirare nel ricordo del dolore e della paura del passato.
Ma qui vogliamo ricordare quella strage, che oltretutto è continuata per anni per colpa di una strategia generale di aiuti e rimedi assolutamente folle, con le ferite sanguinati ancora oggi, ma anche il calcio di quel periodo, per andare a scovare nel baule nomi, momenti, pezzi di sensazioni.
Quel giorno il calcio c’era e c’era alla grande. La stagione precedente l’Inter di Bersellini era riuscita a tornare al titolo, battendo una Juve che stava dominando il calcio italiano tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, imponendosi anche in Europa.
Quella stagione però era iniziata come era terminata la precedente, ovvero con un’Inter imponente, capace di dare 4 gol a Udinese e Cagliari e 3 al Napoli (anche se il 26 ottobre aveva perso 2-4 contro la Roma di un Pruzzo triplettista) e una Juve balbettante, che aveva perso in casa con Torino e Bologna e aveva solo pareggiato contro Ascoli, Brescia e Perugia. Il 23 novembre c’è lo scontro diretto al Comunale e io, di quattro mesi appena compiuti, vedo (anche se forse dormivo, chi lo sa) il secondo tempo con mio padre grazie a Domenica Sprint. Papà mi ha raccontato che dopo il gollonzo di Scirea e prima del golaço di Ambu la terra ha tremato.

La Roma di Turone (più in là ci sarà “er gol”), in quel momento prima in classifica, perde a Cagliari per un colpo di testa di Virdis e anche la bella Fiorentina di Paolo Carosi, che lotterà l’anno successivo per lo scudetto, perde a Como 2-1 e sbaglia un rigore nel finale con Antognoni. Il Napoli terminerà terzo e gioca una buona partita a Bologna pareggiandola per 1-1. Volevo farvi vedere la sintesi di quella partita non solo per i gol di Pellegrini e Fiorini, ma soprattutto per la parata di Castellini a fine partita su colpo di testa di Marco Marocchi. Lo Giaguaro era uno spettacolo.

La partita però che più interessa l’area colpita dal terremoto è Avellino-Ascoli, fondamentale già a novembre per la salvezza. Vinceranno i Lupi per 4-2 e insieme al rigore di Brady ci sarà l’unico altro gol “straniero” della giornata, il 2-1 di Juary. Il brasiliano è al suo secondo gol in maglia verde e quando va verso la bandierina e crea il suo rito sciamanico, nasce ufficialmente la “Juarymania”, che ad Avellino e dintorni (porto testimonianze dirette) non è ancora finita. Ho chiesto sulla pagina di Letteratura Sportiva se quell’esultanza fosse davvero una grande novità coreografica e folcloristica e tutti coloro che c’erano mi hanno risposto di sì. Da lì a quello che vediamo oggi poi c’è un mondo intorno.

In Liga inizia proprio quell’anno il dominio basco con le due doppiette firmate dal Real Sociedad e dall’Athletic Bilbao. Ma la squadra di Ormaetxea quel giorno perde contro l’Almeria per 3-2 una partita che i giornali spagnoli esaltano come entusiasmante. Purtroppo non l’ho trovata su youtube e devo accontentarmi di vedere i tabellini e sognare l’ultimo gol di Jesús María Satrústegui, con il suo baffo sapiente che faceva impazzire le difese. Anche l’Athletic perde quel giorno, in casa (al tempo una tragedia e un miracolo) contro il Las Palmas. Eroe del giorno Pepe Juan, altro delantero di culto in Spagna. Anche il Real Madrid era di culto, soprattutto per un centrocampo formato da Stielike, Gallego e Vicente Del Bosque, così come il Barcellona che quel giorno vinse per 2-1 a Zaragoza con primo gol di Bernd Schuster.

Se però c’era un campionato cool al tempo e magari con qualche parabolone ne potevi anche vedere le immagini, era l’Eredivisie. Quel campionato lo vincerà l’AZ e il 23 novembre vince contro il Willem II con secondo gol di un mito, Kees Kist. Il PSV Eindhoven vince 0-3 fuori casa con gol di Willy van der Kuijlen, in attacco insieme ai due Van de Kerkhof. In Francia invece c’era un grande Saint-Etienne, che schierava Platini, Rep, Zimako, Larios, Battiston, Janvion, tanta roba. Eppure quel giorno perse in casa contro il Tours, che a fine anno si salva per 5 punti.  

Il giorno prima del 23 novembre 1980 due grandi partite in First Division: Nottingham Forest-Ipswich Town, con gol finale di John Wark su rigore e soprattutto Liverpool-Aston Villa, squadra che vincerà il campionato, ma quel giorno deve cedere contro i ragazzi di Bob Paisley, perché Kenny Dalglish fa la solita grande partita e una doppietta.

In serie B un interessante Lazio-Lecce, con primo gol assurdo di Carlo Bresciani.

Anche Milan-Foggia 1-1 non male. Rigore di Buriani e pareggio di un Costante Tivelli che si scalda per il gol mitologico di due anni dopo, quando la sua Cavese batte il Milan a San Siro.

E per finire un cabezazo di Bortolo Mutti per la vittoria del Taranto sul Monza.

La domenica successiva l’Avellino va a Pistoia e perde, ma segna il capitano, l’uomo che poi si scoprirà essere stato vicino ai più giovani della squadra e anche alle persone di Avellino che stavano soffrendo, Salvatore di Somma. C’è un P.S. se guardate il video. Vito Chimenti sfiora un gol alla Maradona, ma alla Maradona vero.

Intanto il Partenio diventa eliporto fondamentale per servire soprattutto l’alta Irpinia dove era impossibile arrivare con i camion. I Verdi tornano al Partenio solo il 25 gennaio, quando giocano contro il Bologna. Sarà una vittoria fondamentale per la salvezza, ancora più eroica se si pensa che per lo scandalo Totonero la squadra era partita da -5.

I protagonisti di quella squadra ricordano oggi come il terremoto li ha fatti sentire molto più legati al territorio, martoriato e dimenticato e li ha spronati a dare gioia ad un popolo che, vorrei ricordarlo, ha visto per 10 anni una serie A di buon livello. Posso confermare. Quell’Avellino prima e il Napoli di Maradona dopo hanno fatto scordare la notte che ci avvolse tutti in poco più di un minuto. Poi dici lo sport a che serve.